Gratteri spariglia e strapazza le “anime belle”

Tutti indignati dopo la “scudisciata” del magistrato dal salotto della Gruber su La7, a proposito del l’identikit del commissario alla Sanità. Tra cistercensi, salesiani, ragionieri e geometri di Calopezzati, la storia di una protesta insensata

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di Antonella Grippo
20 novembre 2020
09:40
Gratteri, Strada e Conte (fotomontaggio Nino Florenzano)
Gratteri, Strada e Conte (fotomontaggio Nino Florenzano)

Nicola Gratteri è uno cazzuto: non ama le smancerie lessicali e, men che meno, i vezzosi fiocchetti semantici all'effluvio di ciclamino. Lui, al contrario della politicaglia cazzara e canzonettara - che affida la stesura dei testi ai vari Pace-Panzeri-Pilat e Baldan Bembo - ciondolanti lungo qualche ufficio stampa regionale, i testi, in verità, li verga di suo pugno.

Il "Pubblico Ministero di campagna" (così si autodefinisce) conosce le scansioni secche della comunicazione mediatica e va dritto al punto. Senza svenevolezze o barocchismi al mirtillo. In nome di uno sferzante testosterone verbale. Vivaddio!

La premessa, laddove occorresse, è corroborata da fatti recentissimi. Qualche giorno fa, il magistrato, sollecitato da Lilly Gruber su La7 circa la congruità dell'entrata in scena di Gino Strada, nella veste di commissario della Sanità, ha così esternato: «Strada, pur godendo della mia stima per le cose straordinarie che ha fatto in Africa, non va bene per la Calabria. Qui non si tratta di pensare ad ospedali da campo, ci vuole un manager, il problema riguarda le ruberie e l'acquisto di materiali medici. Inoltre, sarebbe preferibile riaprire i diciotto ospedali chiusi».

E ancora: «Vedrei bene in quel ruolo un calabrese emigrato per fame, magari figlio di un contadino, di un operaio o di un falegname, che abbia fatto concorsi al Nord, al riparo da pastette e raccomandazioni dal canto di 'ndrangheta et similia».

Parole di assoluto buon senso che, cionondimeno, hanno scatenato l'ira delle solite, moscette, scamorzate "anime belle."

Apriti cielo! Gli apostoli del calabresismo illibato e stanziale si sono immediatamente lasciati andare ad una sorta di "indignatio praecox" per l'offesa subita.

Tutti hanno inteso manifestare sconcerto e disappunto rispetto alle dichiarazioni del Procuratore. Eccoli, in sequenza: benedettini, camaldolesi, vallombrosani, certosini, monaci cistercensi, olivetani, benedettini armeni e mechitaristi. Francescani, Cavalieri dell'Ordine di Gerusalemme, e, già che c'erano, sebbene in subordine, pure i Testimoni di Geova, ancorché contrari a qualsiasi spargimento di sangue.

Le stesse Sardine, la cui utilità dentro l'arcipelago degli antagonisti è pari all'efficacia terapeutica del Vicks vaporub nel contrasto della nefropatia diabetica, si sono arrese al panico.

Un casino della madonna, insomma.

Ora, se non cogli il senso delle parole di Gratteri, è chiaro che tutta la storia del pensiero occidentale, da Talete a Nietzsche, è trascorsa invano.

Proviamo a far chiarezza. Quando egli dice «meglio un calabrese emigrato al Nord etc..», intende, ovviamente, scoraggiare nomine di commissari su cui possa gravare l'ipoteca di pastette con ambientini non propriamente "carmelitani".

Non si tratta di un messa sotto accusa dell'intera antropologia calabra residente lungo la nostra latitudine e recante, per statuto, lo stigma criminale. Tutt'altro: Gratteri, attraverso la sua dritta, indica al governo centrale un perimetro "laico", in modo che non si ceda alla tentazione di scegliere uomini non propriamente liberi da "cambiali" o da tributi obbliganti nei confronti di eventuali padrini.

C'è di più. Se uno fa ricorso al paradigma del contadino, quale "rustica progenie" di un manager di successo, non vuol dire che stia, contestualmente, dichiarando guerra agli impiegati del catasto, ai ragionieri o ai geometri di Calopezzati. Con tutto il ceto medio appresso. Non solo.

L'immagine della valigia di cartone, che Gratteri evoca a proposito dell'armamentario simbolico tipico di chi in passato emigrò, più che un omaggio al Minoreitanesimo, è iperbole efficace che lascia traccia di sè lungo il circuito della medialità postmoderna.

Poi, che Gino Strada non sia propriamente un contabile o un novello Javert lo sa persino Sossio Aruta da Temptation Island. Dov'è lo scandalo? La blasfemia.

Una levata di scudi di queste proporzioni appare francamente immotivata e dallo scarsissimo appeal. A meno che non si voglia riesumare il luogo comune indigeno per antonomasia: la permalosità parossistica dei calabresi, dal facile e consunto gnè gnè gnè. Al cui confronto, il frigno di Loredana Lecciso, ogni qual volta Albano minacci di esibirsi con Romina nelle balere italiche, assume il tratto sobrio di un fremito di Mario Monti.

Bando alle ciance, ragazzi! Chi scrive, per giunta, non può beneficiare delle indulgenze plenarie: è un'anima brutta, socialista, libertaria e disincantata. Ergo, "accetto il crucifige e così sia!"

Giornalista
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