«Gratteri? Pazzo, onesto e pericoloso». Ecco perché il procuratore è a rischio

AUDIO ESCLUSIVO | Dalle intercettazioni di Rinascita Scott emerge come anche coloro che temono il magistrato ne riconoscano la rettitudine. E viene fuori anche un colonnello dei carabinieri aspirante massone intercettato con l'ex parlamentare Giancarlo Pittelli mentre riferiva presunte confidenze: dal legame tra il capo della Dda e l’arcivescovo Bertolone, alle cene (mai avvenute) con il deputato Viscomi. Poi rivela “notizie” riservate sulla scorta e su dove parcheggiava la sua auto blindata

di Pietro Comito
17 giugno 2020
16:35

«Il vero pericolo di questa città sai chi è?». «Gratteri…». «Gratteri è il vero pericolo che c’è in questa città, perché è più intelligente di De Magistris». «Però è pazzo…». «Però è più intelligente…». «Ed è onesto…». «Ed è onesto!». A parlare con Giancarlo Pittelli è un professionista calabrese, non indagato. Anche coloro che temono il procuratore di Catanzaro, che lo considerano un “folle”, ne riconoscono intelligenza e rettitudine. Ma non pensano certo ai pericoli che corre e si arrovellano piuttosto sul “pericolo” che egli rappresenta.

Nel fiume d’intercettazioni che costituiscono una delle architravi della maxi-inchiesta “Rinascita Scott”, al nome del magistrato di Gerace che s’è posto come obiettivo quello di smontare e rimontare la Calabria come un trenino Lego, si fa un richiamo continuo. Gratteri è l’uomo, l’ufficio, il pool, soprattutto un simbolo. E il riferimento alla sua persona è divenuto un must, tra i “colletti bianchi” sospettati di collusione o contiguità come tra i mafiosi incalliti. Lo è perfino nelle conversazioni che vedono protagonisti alcuni uomini dello Stato.

Il colonnello su corso Mazzini

Tra gli obiettivi sensibili monitorati dal Ros dei carabinieri, nel contesto di un’indagine il cui epilogo assumerà una portata storica, c’è l'accesso allo studio legale di Giancarlo Pittelli, ex parlamentare di Forza Italia, penalista di successo, uomo capace di intessere relazioni con l’élite della politica, dell’imprenditoria, di certi settori della magistratura e delle istituzioni, anche della massoneria, tra gli indagati chiave della maxinchiesta della Dda di Catanzaro.

Siamo su corso Mazzini, Catanzaro. È il 19 luglio 2019, l’uomo che si trova davanti allo studio Pittelli è Francesco Merone. Colonnello dei carabinieri, in servizio al Comando Legione Calabria, con il potente giurista catanzarese ha un rapporto solido. Anche Merone avrebbe preso parte ad un convivio organizzato da Pittelli alla presenza di magistrati e influenti professionisti. Inoltre, proprio per Merone, Pittelli si spese affinché potesse entrare in massoneria e prendesse confidenza con i vertici del Grande Oriente d’Italia.

Il carabiniere aspirante massone

«Ti stavo dicendo, che ho parlato con Bisi per il nostro amico… Per il colonnello», spiegava Giuseppe Messina (non indagato ed estraneo ad ipotesi di reato), figura di peso della massoneria calabrese a Pittelli. Siamo nel marzo del 2018. «Sì…», annuiva Pittelli. «Eh, allora va benissimo, dice… Dice… Ultimamente mi ha fatto una battuta, dice “Non è che ci vengono ad infiltrare perché qua? Gli alti vertici, stanno arrivando tutti da noi, a Roma”». «Per carità di Dio». «No, no era, ma lui lo ha fatto una battuta e io gliene ho fatta un'altra “dico, va bene verranno a rendersi conto di quello che facciamo”. No, è stato contentissimo di questo, anche perché gli ho detto che veniva da te la proposta, no?».  Questo per spiegare alcuni degli elementi acquisiti dagli investigatori per decifrare il legame tra Pittelli e il militare che, precisiamo, non è indagato ed è estraneo a contestazioni di reato.

Il procuratore e il vescovo

D’altro canto anche la voce di Merone – in “Rinascita Scott” – viene anche intercettata. Ciò è stato possibile grazie ad un trojan che il Ros dell’Arma ha inoculato nel cellulare di Pittelli. L’ufficiale si rende protagonista di una conversazione i cui contenuti, specie in alcuni passaggi, appaiono quanto meno inopportuni, laddove non illogici o infondati.  

I due si intrattengono a lungo e, ad un certo punto, parlano di alcuni imprenditori. Pittelli fa riferimento a «i guai che ci sta facendo Gratteri…». E Merone, con voce misurata: «Deve finire… Abbiamo finito… Tutta sta cosa…». E poi, il militare: «Pare chi ci si sia messo pure con il vescovo di mezzo…». «Contro il vescovo?», domanda l’ex parlamentare indagato. «No, insieme! - è la risposta - Sì, sono andati proprio [incomprensibile] insieme…». «Sono andati?», domanda Pittelli. La frase successivo è incomprensibile. «Però lui… non esiste… non esiste», si completa il passaggio.

Le cene (inesistenti) con Viscomi

Cosa si doveva «finire»? Cosa «non esiste»? A quale «vescovo» fa riferimento Merone? Forse a monsignor Vincenzo Bertolone, che proprio Gratteri ha indicato più volte quale esempio da seguire per la Chiesa impegnata sul fronte antimafia? Il vescovo in cosa si sarebbe «messo in mezzo»? Apparentemente più chiaro un passaggio successivo della captazione.

Merone: «Però io so…». Pittelli: «Viscomi è questo». Merone: «Il vice… perché… [incomprensibile]… con Gratteri… È il più vicino. Gratteri se lo porta dappertutto… Eh, hanno fatto due cene». Pittelli: «Da soli?». «Sì, me lo ha detto uno della scorta».  

Il nostro testimone

Il colonnello sembra così chiamare in causa, per il suo presunto rapporto personale con il procuratore Gratteri, Antonio Viscomi che, però, alle elezioni politiche del marzo 2018 era stato eletto parlamentare della Repubblica e non era più vicepresidente della giunta regionale. Ma quelle che l’ufficiale forniva a Pittelli sarebbero state notizie infondate, perché le due cene – spiega l’onorevole Viscomi interpellato dalla nostra redazione – non sono mai avvenute e il suo rapporto con l’alto magistrato è esistito solo in un trasparente recinto istituzionale: «Per quanto è a mia memoria, non sono mai stato a cena con il procuratore Gratteri – afferma il parlamentare – Se qualche volta ho pranzato con lui non siamo mai stati da soli». E ancora: «Che il procuratore Gratteri mi porti con lui dappertutto non è credibile. Nel senso che ogni volta che il procuratore ha presentato un suo libro o ha fatto delle iniziative pubbliche, fin quando mi è possibile ho cercato di partecipare perché secondo me è importante testimoniare la vicinanza al procuratore Gratteri».

Ricorda, Antonio Viscomi, con orgoglio, solo ciò che fece per Gratteri: «Avevo sostenuto il suo progetto di trasferire la Procura nei locali dell’ospedale militare di Catanzaro, anche promuovendo l’attribuzione di fondi comunitari per l’informatizzazione ed il cablaggio della stessa Procura». Si tratta di un’operazione – il trasferimento della Procura dalla sede attuale all’ex ospedale militare – che, come ha spiegato recentemente lo stesso Gratteri in Commissione antimafia, si tradurrà in un ingente risparmio di denaro pubblico.

Le delazioni (impossibili) della scorta

Ma c’è un altro passaggio di quella captazione merita di essere analizzato, quello relativo alle presunte confidenze che l’ufficiale aspirante massone avrebbe ricevuto dalla scorta del procuratore. Dice, il colonnello intercettato, che delle presunte cene tra Viscomi e il procuratore Gratteri, avrebbe appreso dalla scorta del procuratore: «La scorta, è nostra». Pittelli: «Non è più la finanza che scorta lui?». «No, i nostri… Ha i nostri…». Pittelli: «Ha cacciato tutti. Se lo vendevano ogni giorno…». Merone: «Ha i nostri… Ha i nostri. La macchina la parcheggia lui… Lui da solo…». Pittelli: «Senza scorta?». Merone: «Parcheggia la macchina in caserma, nascosta… Perché sono macchine che non possono stare da sole queste…».

È fatto noto che Nicola Gratteri preferisca guidare da sé la blindata sulla quale viaggia ma gli uomini della sua scorta, tutti fidatissimi e da anni ormai, non appartengono né alla Guardia di finanza, né ai carabinieri, ma alla Polizia di Stato. E allora perché un ufficiale dell’Arma racconta circostanze così delicate, ma destituite di fondamento, sull’uomo più esposto e più in pericolo nella lotta alla ’ndrangheta?

Chiudiamo con le riflessioni dello stesso Antonio Viscomi, al riguardo: «Beh, il meccanismo è sempre lo stesso: delegittimare e isolare».

Giornalista
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