Inchiesta Propaggine

Sindaco arrestato, il clan Alvaro era pronto a taglieggiare Gioffrè se non avesse assunto chi indicavano

Dalle carte dell'inchiesta che ha determinato l'arresto del primo cittadino di Cosoleto emergerebbe un presunto patto preelettorale che l'amministratore non stava rispettando salvo poi cedere. Le intercettazioni

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di Francesco Altomonte
10 maggio 2022
16:46
Antonino Gioffrè
Antonino Gioffrè

Appoggio elettorale in cambio di assunzioni al Comune. Per questo motivo il sindaco di Cosoleto Antonino Gioffrè è finito agli arresti domiciliari, accusato dalla Procura antimafia di avere stretto un patto di ferro con Antonio Carzo, considerato elemento di vertice della cosca Alvaro a Roma e a Cosoleto. Un accordo così stretto da avere portato Carzo a boicottare la candidatura a primo cittadino di suo nipote. È quanto emerge dalle carte dell’inchiesta Propaggine, nella parte emessa dal gip di Reggio che riguarda il sindaco del comune aspromontano Antonino Gioffrè.

«L’attività investigativa – si legge nell’ordinanza - ha permesso di appurare che le elezioni amministrative del Comune di Cosoleto del giugno 2018 sono state pesantemente condizionate dalla cosca Alvaro in accordo con il sindaco uscente Antonino Gioffrè, poi nuovamente candidato ed eletto».


Secondo la Dda di Reggio, la contropartita per il sostegno elettorale fornito a Gioffrè si sarebbe dovuta sostanziare «nel reperimento di un lavoro per Vincenzo Carzo, figlio di Antonio, ed anche per Annunziata Maria Catena Modafferi, compagna del primo».

«All’esito della competizione elettorale risultava sconfitto, per una manciata di voti, l’altro candidato Giuseppe Casella (nipote Antonio Carzo, in quanto figlio di Caterina Frisina, sorella di Teresa Frisina moglie di Carzo), il quale non veniva sostenuto proprio dallo zio, che a più riprese lo aveva sollecitato a non candidarsi. La ragione per la quale Antonio Carzo aveva ostacolato la candidatura del nipote risiedeva, innanzitutto, nell’accordo elettorale politico mafioso stretto con Antonino Giuffrè, dietro la promessa del reperimento di posti di lavoro in favore di soggetti molto vicini al Carzo».

Il tentativo di quest’ultimo di non fare candidare il nipote, per gli inquirenti, sarebbe dipeso anche da altro: «Antonio Carzo – scrivono gli inquirenti – voleva evitare che l’esposizione politica del nipote potesse danneggiare se stesso e la cosca, tanto più che, una volta ufficializzate le candidature erano stati inviati degli esposti anonimi alla questura di Reggio Calabria, con cui si segnalava la contiguità di Giuseppe Casella con ambienti mafiosi; esposti di cui veniva ritenuto artefice anche Antonio Versace detto “u brizzi”. Da qui l’ulteriore timore che il sostegno elettorale al nipote potesse esporlo alle medesime problematiche giudiziarie avute ai tempi del procedimento denominato Prima».

«Peraltro, sostenere la candidatura di Giuseppe Casella avrebbe messo a rischio gli accordi stretti con il sindaco uscente Antonino Giuffrè, il quale aveva chiaramente fatto intendere a Ferdinando Ascrizzi (consigliere comunale di maggiorana uscente ndr), inviato da Antonio Carzo, che non avrebbe soddisfatto le richieste di quest’ultimo laddove fosse rimasta in campo la candidatura di Casella». 

Il presunto accordo politico-mafioso è stato ricostruito dagli inquirenti anche grazie a una serie di intercettazioni nella quali, secondo gli investigatori, emergerebbe con chiarezza le dinamiche che avrebbero portato Antonio Carzo ad appoggiare Gioffrè ai danni del suo stesso nipote. «Antonio Carzo era molto contrariato – appuntano gli investigatori a margine di una intercettazione – dall’atteggiamento del sindaco uscente, ma ancora in carica Antonino Gioffrè, il quale si era dimostrato restio a dare seguito all’impegno assunto di reperire un posto di lavoro per la sorella di Giuseppe, Rita Casella, e per la nuora di Garzo, Annunziata Modafferi, fidanzata di Vincenzo, nel caso un cui si fosse candidato il nipote».

Due giorno dopo Antonio Carzo manifestava il suo astio nei confronti di Gioffrè, e infatti, non esitava a dire al figlio Vincenzo che il sindaco doveva essere minacciato duramente e richiamato al rispetto del patto assunto, anche tramite Ferdinando Ascrizzi: «Gli devi dire ha detto mio padre che il posto se c’è un posto, quel posto deve essere il nostro sennò il Comune…sì sì, glielo devi dire pure a Nando…gli devi dire ha detto mio padre che hai trovato un santo, quando cacano lo pesto o lo fa pestare da qualcuno…così devi gli dire…per farlo pestare, no quando vince…dopo che non si doveva nemmeno permettere e si decide mio padre di scendersene qua (in Calabria) ha detto che trova…raccoglie un’altra volta tutte le amicizie di prime e poi gli mostra se le elezioni ognuno se le fa per cazzi suoi...così…in modo che lui capisca».

Dal prosieguo dell’intercettazioni, secondo gli inquirenti, «si comprendeva che Gioffrè era stato, in passato, vittima di azioni estorsive da parte dei Carzo: Carzo diceva, infatti, che laddove il Gioffrè avesse reciso gli accordi, sarebbe stato minacciato di dovere nuovamente “dare soldi”, non senza rimarcare quello che aveva fatto per lui, riferendosi al sostegno elettorale sempre garantitigli, che certamente impediva di sciogliersi dagli accordi assunti in maniera unilaterale (“e ancora gli devi dire pure…’sto cornuto gli devi dire deve incominciare a dargli un’altra volta i soldi a mio padre…e se arrivo…che me ne scendo là sotto vedi se me li dà o no…’sto sbirro di merda...».

Secondo gli inquirenti «i patti venivano mantenuti. Dagli accertamenti degli inquirenti è emerso che al termine dell’espletamento di due bandi comunali, venivano assunte le persone per le quali Carzo aveva chiesto una occupazione lavorativa. In particolare, in data 12 ottobre 2018, tra gli aggiudicatari dei sei posti relativi al bando regionale per il progetto di servizio civile per l’attuazione della misura “garanzia giovani”…figuravano Vincenzo Carzo, figlio di Antonio, Domenico Licastro detto “Micu u biondu” e Domenico Rechichi (figlio di Antonino Rechichi) tutti indagati nel procedimento de quo, perché ritenuti appartenenti al locale di ‘ndrangheta di Cosoleto». Inoltre, il 10 dicembre 2018, tra gli aggiudicatari dei sei posti relativi a un altro bando concernente il progetto di servizio civile «vi erano Alfredo Ascrizzi (figlio di Ferdinando) Nicola Alvaro (figlio di Francesco Alvaro detto “Ciccio testazza”) e Angela Licastro (prossima congiunta di Domenico Licastro)».

Per questo motivo, sostengono gli inquirenti, «l’assegnazione dei posti di lavoro costituiva la contropartita per il sostegno elettorale ricevuto da Antonino Gioffrè dalla consorteria degli Alvaro di Cosoleto, di cui Antonio era massimo esponente».

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