Sulla tomba della vittima calabrese di Bilancia, il serial killer morto di Covid

VIDEO | I familiari di Candido Randò, il metronotte vibonese ucciso in Piemonte insieme al collega catanzarese Massimiliano Gualillo sul decesso dell’ergastolano: «Andrà all'inferno per ciò che ha fatto»

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di Cristina Iannuzzi
20 dicembre 2020
16:17
Le sorelle Randò sulla tomba del fratello Candido
Le sorelle Randò sulla tomba del fratello Candido

«Impossibile perdonare chi ha tolto la vita a tanti innocenti e che non sembra mai essersi pentito per ciò che ha commesso. Ci penserà Dio... Anche se uno come lui non merita il paradiso». C'è ancora tanta rabbia e dolore nelle parole dei familiari di Candido Randò, una delle diciassette vittime di Donato Bilancia, il più efferato serial killer della storia criminale italiana, morto nei giorni scorsi in carcere a causa del Covid 19. Stava scontando ben tredici condanne all'ergastolo. Lo spietato assassino ha gettato la sua ombra di terrore e sangue anche sulla Calabria. Perché Candido, il metronotte freddato con un colpo di pistola alla testa, viveva sì a Castellazzo Bormida, in Piemonte, ma era originario di Pizzoni, nel Vibonese, dove oggi è sepolto. 

Il ricordo delle sorelle di Candido

Sono trascorsi 22 anni, ma il ricordo di quella tragedia è indelebile per le sorelle Iolanda e Silvana. «Era martedì mattina - ricordano -. Erano le 10 circa, quando alla porta hanno bussato due carabinieri. Nessuno di noi riusciva a comprendere cosa fosse successo. Era ferito, era morto? Ci siamo messi in viaggio la sera stessa. E quando siamo arrivati in ospedale, avevano appena aperto la porta della camera mortuaria. Nostro fratello era disteso lì, sul marmo. Privo di vita, con addosso quella divisa che tanto amava». Ricordano con lucidità ogni momento di quelle giornate. Lo choc iniziale, le notizie trasmesse dai tg. Parlavano di un serial killer. «Chi poteva mai immaginare che quella sera nostro fratello sarebbe andato incontro alla morte».


Il duplice delitto che scosse l’Italia

Aveva 44 anni, Candido, quando Bilancia lo uccise, prima  ferendolo, poi finendolo con un colpo di grazia alla testa. Stessa sorte toccò al suo collega, Massimiliano Gualillo, 31 anni, originario di Catanzaro. I due metronotte avevano sorpreso il killer appartato in auto con una prostituta transessuale, vera vittima designata di Bilancia. Iolanda, la sorella più grande, custodisce gelosamente i giornali del tempo. Riportano la data del 1998. Un delitto finito sulle prime pagine con tanto di foto che immortala il corpo esanime di Candido: «Lo abbiamo riconosciuto dai suoi capelli». Accanto all'auto un altro corpo. Si scorgono solo i piedi. Davanti all'obiettivo, un carabiniere, sembra voler proteggere quei corpi inermi. Il serial killer commetterà altri omicidi, prima di essere riconosciuto e catturato. Candido era un giovane allegro: «Portava il sole quando scendeva in Calabria, a Pizzoni». La città dove era nato e cresciuto e dove si trovava la sua numerosa famiglia. «Era divertente - commenta l'altra sorella - aveva molti amici».

La morte del killer

«La morte di Bilancia è stata per noi quasi un sollievo. Speriamo nella giustizia divina». Dalla cella il killer aveva invocato perdono. Una richiesta impensabile per le sorelle Iolanda e Silvana e suo cognato Pino: «Nostra madre, era riuscita a perdonarlo. Ma noi non ce la facciamo. Il perdono spetta a Dio».

Giornalista
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