La Sanità distrutta dai politicanti calabresi. Ora andate via, liberate la nostra terra

In questi 8 mesi la Regione guidata da Santelli, da Spirlì, da Tallini e tutta la carovana di nani e ballerine di cui si era circondata la defunta presidente della regione non ha praticamente fatto niente per fronteggiare la prevedibile seconda ondata. Almeno in questo caso la responsabilità è tutta calabrese (ASCOLTA L'AUDIO)

di Pasquale Motta
6 novembre 2020
19:30

La Calabria da oggi è zona rossa. Ci hanno chiusi. Si ritorna ai giorni del lockdown di marzo. Saremo insieme ad altre Regioni come la Lombardia, il Piemonte, la Valle D’Aosta. Zone in cui il contagio è fuori controllo da giorni.

 

Perché siamo zona rossa? In queste ore la giunta regionale guidata dal leghista Spirlì ha tentato di manipolare le carte in tavola. Dal presidente ff, all’europarlamentare Sofo, al deputato Furgiuele e al partito regionale, guidato dal padano Invernizzi sotto la supervisione di Walter Rauti, tutti, si sono prodigati nel tentativo di far passare la tesi di un complotto politico ai danni della Regione, nella speranza di prendere la guida delle proteste. Il fallimento di questa strategia si è rapidamente materializzato nella piazza della cittadella regionale, allorquando, Nino Spirlì è stato costretto a rientrare scortato nel suo ufficio tra le pernacchie dei manifestanti.

 

Il governo nazionale per la collocazione della Calabria nella cosiddetta zona rossa non ha nessuna colpa.  Almeno in questo caso la responsabilità è tutta calabrese. Non esiste l’ipotesi, come ha sottolineato lo stesso Ministro Speranza, di una sorta di libero arbitrio per il quale il governo del paese assume decisioni in logica punitiva verso la Calabria.

 

Sostenere il contrario è un inganno verso i nostri corregionali e, credo, un’offesa alla intelligenza dei calabresi. Ciò vale per la lega, ma anche per tutti leaders del centrodestra nostrano. Se siamo in questa situazione, dunque, il motivo è drammaticamente semplice: l’incapacità sanitaria a far fronte alla crescita dei contagi. Il criterio utilizzato, infatti, è oggettivo. Un semplice parametro matematico che ci consegna un numero: 1,84. È l’indicatore del drammatico aumento dei casi. Ogni infetto può infettarne quasi due. L’epidemia è sotto controllo quando quell’indice è al di sotto di 1. Si chiama indice RT. Se non scendiamo al di sotto di 1,5 continueremo a restare zona rossa.

Questo indice non tiene solo conto del contagio ma anche dell’organizzazione sanitaria, del numero di posti letto in malattie infettive, della presenza o meno di centri covid, del numero di terapie intensive e sub-intensive. In questi 8 mesi, infatti, la regione guidata da Jole Santelli, da Spirlì, da Tallini e tutta la carovana di nani e ballerine di cui si era circondata la defunta presidente della regione non ha praticamente fatto niente per fronteggiare la prevedibile seconda ondata.  Il centro covid regionale non è mai partito, sono rimasti nella nostra memoria gli inutili sopralluoghi di Abramo, il magnifico dell’Università di Catanzaro e il commissario dell’azienda ospedaliera. Alla fine niente di fatto. Disaccordo sul luogo. Abramo, Tallini e il rettore De Sarro avrebbero voluto farlo nel vecchio policlinico Mater Domini il commissario Zuccatelli, invece, ritiene che sia più logica la sede del nuovo policlinico. La diatriba prosegue inspiegabilmente tuttora. Qualche malpensante sostiene che dietro ci siano interessi massonici. E, d’altronde, a Catanzaro non sarebbe la prima volta.  Non è stato realizzato nessun covid-hotel. Delle 500 unità di personale medico e paramedico a tempo determinato e indeterminato che dovevano essere assunte, nemmeno l’ombra. Niente è stato fatto per la realizzazione dei 136 nuovi posti di terapia intensiva e i 134 di sub-intensiva. Tutto è rimasto sui protocolli. Fatti nessuno. Eppure, la Regione, ha incassato diverse decine di milioni provenienti dal governo centrale, come lo stesso assessore regionale Gallo ha ammesso nel corso della nostra trasmissione "Prima della Notizia".

 

I politici regionali da marzo ad oggi sul fronte dell’organizzazione sanitaria non hanno fatto niente. Anzi no, ci correggiamo. Hanno tentato di pensionarsi con un solo giorno di legislatura. Lanciato appelli a venire in Calabria per ingrassare. Si sono cimentati in selfie nelle discoteche affollate. Ballato tarantelle senza il rispetto delle misure sanitarie da loro stessi emanate. Dispensato annunci del tipo: “realizzeremo 400 terapie intensive”, “assumeremo un infermiere per ogni scuola”, “monteremo ospedali militari da campo a supporto delle strutture sanitarie”. Insomma, ci hanno rovesciato addosso una marea di cazzate a buon mercato. Scempiaggini facilmente smontabili. L’unica cosa che ci è rimasto: un vergognoso corto d’autore costato 1.700.000 euro. Uno schiaffo alla cultura dei calabresi. E infine, la ciliegina sulla torta: l’arrivo di un altro predatore romano che risponde al nome di Giovanni Minoli, piazzato al film commission e che ci costerà mezzo milione di euro di stipendi per i suoi collaboratori, per alimentare un macroscopico conflitto di interessi con la famiglia dello stesso Minoli contrattata sui tavoli dei poteri economici romani.

 

Senza ipocrisie, senza mancare di rispetto a nessuno, possiamo tranquillamente affermare: questo è il prodotto e la conseguenza del famoso “sogno di Jole Santelli” per la Calabria.  Ipocrisia a buon mercato sulle spalle dei calabresi. Una ragione in più per soprassedere alla illegittima intestazione del palazzo della Giunta regionale alla defunta Presidente.

 

Non ci sono complotti politici, complotti demo-pluto-giudaico-massonici, ingiustizie territoriali ai danni della Calabria. Domenico Tallini che da qualche ora sembra aver indossato i panni di un novello Masaniello in salsa calabra e Nino Spirlì presidente ff che ha annunciato fuoco e fiamme contro i provvedimenti del governo appaiono assolutamente ridicoli. Il loro posto, alla luce dei fatti e degli inequivocabili dati numerici, non è sui banchi di abusivi difensori della Calabria ma bensì sui banchi degli imputati, espressione di quel ceto politico che ha distrutto la sanità calabrese. Alla luce di ciò, è evidente che il nostro problema non è il virus. La nostra patologia, infatti, è una sciagura di altro tipo che si chiama tumore. Sì, un cancro con relativa metastasi, che ci sta consumando lentamente e che, fino ad oggi, si è rivelato inestirpabile: il ceto politico calabrese. Una metastasi, ad oggi, a prova di qualsiasi terapia. 

 

Se oggi ci ritroviamo nelle mani dei Tallini, degli Spirli’, dei Pitaro, degli Occhiuto, dei Furgiuele, a ancora, dei Bevacqua, degli Sculco, degli Oliverio, degli Adamo che, chi più chi meno, hanno determinato il destino della nostra terra per circa 25 anni, è anche per colpa del popolo sovrano calabrese. Ciò, chiaramente, con tutte le attenuanti del caso, in primis quelle sociali.   

 

La maggioranza dei calabresi non si reca a votare da due legislature almeno. Sintomo di una mancanza di fiducia e di un distacco ormai diventato quasi patologico. Tutto ciò, ha favorito, purtroppo, il perpetuarsi di questa vergognosa, incapace e corrotta classe dirigente. Forse è arrivato il momento che la Calabria sana, quella dei giovani talenti, degli imprenditori eccellenti, dei politici onesti e innovativi, della migliore rappresentanza della cultura, dell’economia e della società, si riprenda in mano il proprio destino. È l’unica speranza che ci rimane. È arrivata l’ora di rompere i ranghi dei tradizionali blocchi politici ormai tossici. Al di fuori degli schemi della destra e della sinistra, forse, è giunto il momento che si cominci a lavorare per una nuova alba della nostra terra. Si apra un tavolo di uomini e donne liberi, forti e indipendenti, con l’obiettivo di riscrivere una storia diversa da quelle a cui abbiamo assistito per oltre 5 lustri.  

 

Questo Lockdown rischia di distruggere la già fragile economia nostrana. Dopo questa prova tante piccole aziende e imprese familiari forse non ci saranno più. Giustamente la tensione è alle stelle, ci sono state e ci sono proteste e manifestazioni in tanti centri della regione. Abbiamo davanti una delle più grandi crisi della nostra storia. Ma come tutte le più grandi crisi aprono sempre scenari a nuove opportunità. Se la Calabria comprenderà che questa vecchia e logora classe politica deve andare via, allora significa che la crisi ci consegnerà un grande patrimonio, quello della consapevolezza.  Noi siamo in queste condizioni a causa di una classe politica che da vent’anni ci governa nel solco della falsa e redditizia alternanza tra destra e sinistra. La sanità è stata distrutta da questo ceto politico che si è auto conservato e che tenta ancora strenuamente di auto conservarsi in vista delle prossime elezioni regionali.

A questa classe politica la società calabrese deve fare ancora un ultimo appello: quello di andare via! Fatelo per i figli della nostra terra. Fatelo nell’interesse e il futuro delle prossime generazioni. Solo così forse potremo aprirci ad una nuova alba, quella immaginata da Leonida Repaci dopo il disastro del “maligno” ai danni della Calabria. «(…) Quando, aperti gli occhi, potè abbracciare in tutta la sua vastità la rovina recata alla creatura prediletta, Dio scaraventò con un gesto di collera il Maligno nei profondi abissi del cielo. Poi, lentamente rasserenandosi, disse: - Questi mali e questi bisogni sono ormai scatenati e debbono seguire la loro parabola. Ma essi non impediranno alla Calabria di essere come io l’ho voluta. La sua felicità sarà raggiunta con più sudore, ecco tutto. Utta a fa juornu c’a notti è fatta -. Una notte che già contiene l’albore del giorno». Se la notte è finita, a questo punto dipenderà dai calabresi.

 

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Giornalista
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