Elezioni Calabria, il Pd conferma Irto tra l’ipocrisia di Boccia e le trame di Provenzano

Sinistra e centrosinistra sono un vero disastro. L’aberrazione che condanna da sempre i dem consiste nel divorare senza pietà i propri quadri, compagni e alleati nell’interesse delle correnti

di Pasquale Motta
5 giugno 2021
17:01
Giuseppe Provenzano, Nicola Irto e Francesco Boccia
Giuseppe Provenzano, Nicola Irto e Francesco Boccia

Ma davvero qualcuno sano di mente e con un minimo di cognizione dei rudimenti della politica può credere o minimamente immaginare che il Pd calabrese e nazionale, abbia reinvestito sulla candidatura di Nicola Irto per il centrosinistra alla Presidenza della Regione Calabria così come tutte le testate regionali scrivono? Chiaramente, ognuno è libero di credere alle favolette che ritiene, ma all’hotel “Mare Chiaro” di Gizzeria, l’ex ministro Boccia, è venuto semplicemente per mettere una pezza al caos prodotto dal ritiro di Nicola Irto dalla corsa per la presidenza. Tale caos, infatti, avrebbe potuto disturbare i manovratori romani (Letta e Conte?).

È plausibile, ritenere che, il giovane consigliere reggino, fiutata la circostanza che a Roma si stava lavorando al suo superamento, ha fatto saltare il banco per stanare i registi occulti del logorio quotidiano alla sua candidatura. E, d’altronde, i segnali di dello sfiancamento verso Irto erano ben visibili da tempo. Attacchi sulla inadeguatezza della sua candidatura sono venuti da diversi fronti interni ed esterni. Particolarmente attive le cosiddette sardine sponsorizzate da un giovanotto in carriera, l’ex ministro del Sud, Giuseppe Luciano Calogero Provenzano, il quale, con l’arrivo di Letta alla segreteria nazionale del PD ne è diventato il vicesegretario. Decisamente non l’ultimo arrivato. Come sempre avviene nel cannibalismo interno alla sinistra (cannibalismo che ha consumato e reso inservibile innanzitutto il PD ma anche il resto) gli attacchi vengono ingentiliti dall’obiettivo nobile della ricerca dell’unità contro le destre. Le solite cazzate. L’unità con i penta-stellati calabri, la necessità di un approccio unitario con Luigi de Magistris, nel PD, nelle frattaglie di quel che è rimasto della sinistra antagonista, non interessa a nessuno. Ognuno persegue il proprio obiettivo.


Se veramente l’intento del Pd e della sinistra calabrese, fosse stato quello di costruire una nuova Calabria, il metodo per l’individuazione della candidatura a Presidente, sarebbe stato gestito in maniera radicalmente diversa. E invece, abbiamo visto commissari e sub commissari del Pd, gestire la vicenda in maniera maldestra e approssimativa, fino al punto che si sono ritrovati isolati. Gli orfani di Bertinotti e di Vendola, da Gianni Speranza a Mimmo Lucano, invece, si sono consegnati con il cappello in mano al Masaniello di Napoli, il quale, ha deciso di fare il percorso inverso del cardinal Ruffo di San Lucido. Una strada che sta percorrendo speditamente e senza che nessuno dalla élite delle sinistra calabrese abbia tentato un briciolo di riflessione su quanto stava accadendo. Un quadro desolante.

Diciamolo onestamente: l’unità delle forze progressiste, l’organizzazione di un’alternativa alla destra, la necessità di tenere la barra con una buona opposizione, per i capi e capetti delle correnti del Pd nazionale e locale non sono obiettivi prioritari. Ma torniamo all’iniziativa di Nicola Irto e alla sua decisione di far saltare il banco. L’iniziativa dell’ex presidente del consiglio regionale ha messo allo scoperto le trame intorno alla sua candidatura. Il trappolone romano bolliva in pentola da mesi e puntava dritto a far saltare la leadership di Irto. Contemporaneamente, sul territorio, si avvelenavano i pozzi con il fuoco incrociato delle note stampa delle sardine, con le tattiche del commissario del Pd di Cosenza, Miccoli e Carlo Guccione intorno alle elezioni del Comune Bruzio, nella guerra tra Oliverio e Adamo/Bruno Bossio, con i silenzi eloquenti di diversi consiglieri regionali, dirigenti locali di peso, di qualche parlamentare. Insomma un mix micidiale costituito da un lento e costante logoramento ai fianchi.

Il mostro interno al Pd, pronto a divorare i suoi figli migliori aveva cominciato a muoversi. Un’aberrazione diventata sistema. La lotta intestina tra aree, correnti, capi bastone assetati di sangue e potere, pronti a divorare senza pietà i propri quadri, compagni e alleati, ancora una volta, era pronta a colpire. È evidente che tutto ciò non ha nulla a che fare con la normale lotta politica. È qualcosa, invece, che ha in sé un processo di autodistruzione inarrestabile. La competizione all’interno di un partito dovrebbe essere fisiologica, oserei dire, naturale, anche perché dovrebbe servire a selezionare la classe dirigente. Ma in questo caso, ci troviamo di fronte ad un perverso e incomprensibile percorso inverso. Nicola Irto aveva il profilo giusto per essere un buon candidato. 38 anni, una bella presenza, un linguaggio garbato e, soprattutto, l’esperienza adeguata per poter gestire una situazione complicata come quella calabrese. Sarebbe bastato il sostegno leale del partito nazionale e dei suoi dirigenti, un’adeguata campagna di comunicazione, un credibile e ragionato programma di governo e avrebbe potuto competere, nonostante il populismo giallo e rosso alla sua sinistra. Bastava che puntasse al rinnovamento della classe dirigente di tutto il centrosinistra e ad una innovativa azione riformatrice di governo. Evidentemente, questo obiettivo non era nelle corde del Pd nazionale e locale e, tanto meno, dei capi e capetti che lo compongono, i quali, alla parola rinnovamento vengono colpiti da violenti attacchi di orchite.

Il ritiro di Irto, era stato un abile coup de théâtre che aveva provocato la tempesta perfetta. L’epilogo con Boccia, presumo, abbia neutralizzato gli effetti positivi di questa tempesta perfetta. La tempesta perfetta in meteorologia è un termine utilizzato per descrivere un ipotetico uragano che colpisca esattamente l'area più vulnerabile di una regione, provocando il massimo danno possibile per un uragano di quella categoria. I giorni della tempesta perfetta iniziano con l’arrivo di Ettore Rosato, capogruppo di Italia Viva che sbarca in Calabria e candida Ernesto Magorno a Presidente. A stretto giro di posta, Nicola Irto, candidato in pectore a Presidente annuncia il ritiro della sua candidatura. Passa qualche ora e il Corriere della sera scrive che qualcuno dal Nazareno starebbe pensando di candidare il prof. Enzo Ciconte. Il dado è tratto. Secondo alcune indiscrezioni, la candidatura di Ciconte sembra essere sponsorizzata dalle sardine (cecchini tra i più attivi contro Irto). A quel punto, il sospetto che dietro la proposta Ciconte ci fosse lo zampino del vice segretario nazionale del Pd, Provenzano, diventa quasi certezza. Si parla anche di un incontro tra de Magistris e l’ex Ministro del Sud. Provenzano nega. Nega anche de Magistris. E, ovviamente non ci crede nessuno. E, d’altronde, il prof. Enzo Ciconte, che è una persona seria, lascia intendere di essere stato contattato. Letta si irrita, conferma fiducia a Irto (di facciata?) e invia l’ex ministro Boccia in Calabria per placare la “tempesta perfetta”. Il resto è cronaca.

Le dichiarazioni di Boccia, invece, compreso la foto di famiglia al “Mare Chiaro” prima di una surreale conferenza stampa, sono uno straordinario trattato di ipocrisia politica allo stato puro, seppur condito dall’odore di frittura di pesce che sale dalle cucine dell’hotel. Irto è il nostro candidato. «Irto è con noi – dichiara solennemente Boccia e aggiunge che l’ex Presidente del consiglio regionale parteciperà alla trattativa con Conte». Una dichiarazione che non vuol dire assolutamente niente. La grana Calabria si trasferisce a Roma. La regione più povera e perduta del paese, sarà ancora una volta la cavia per improbabili esperimenti di alleanze con i pentastellati, dei quali, tra l’altro, non c’è certezza, considerato le profonde lacerazioni della delegazione parlamentare. E, d’altronde, sorge naturale chiedersi: ma al foggiano Conte e al pisano Letta cosa vuoi che importi del destino di una regione nella quale, a sinistra e nei grillini, non si riesce a raggiunge l’unità neanche in un condominio con un solo inquilino? Forse qualcuno a Roma ancora si illude ancora che ci siano le condizioni di un passo indietro di de Magistris. Ma si riveleranno patetiche illusioni. I buoi ormai sono scappati da un pezzo. Il Pd, a questo punto, ha di fronte a sé poche alternative: accodarsi senza simbolo, senza gloria e senza onore, alla corsa del parolaio napoletano che ha perso per strada anche Tansi, e alla galassia degli orfani dei centri sociali che lo seguono, oppure, tentare di aggregare una presidio di resistenza riformista e progressista, su cui, provare a costruire il futuro. La riuscita di un tale progetto, chiaramente, non può che passare da una radicale operazione di rinnovamento culturale, politico e umano. Sarà all’altezza quello che rimane di questo Pd e delle altre forze che gli stanno intorno di cogliere questa sfida? Ma di questo parleremo un altro giorno.

 

Giornalista
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