Il primario guida la Radiodiagnostica dell’ospedale con grandi numeri record, ma lancia l’allarme: carenza di personale e futuro incerto per la sanità regionale. «Lavorare qui è un atto d'amore verso la mia gente»
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In una Regione come la Calabria, dove la sanità è un tema che spesso provoca dissenso, un medico ha saputo conquistare il rispetto e l'affetto dei pazienti, con dedizione, competenza e umiltà. Si tratta di Domenicantonio Cordopatri, primario dell’unità operativa complessa di Radiodiagnostica dell’ospedale “Santa Maria degli Ungheresi” di Polistena. Un faro di speranza e umanità per un territorio bramoso di servizi sanitari efficienti. Nato a Vibo Valentia nel 1971 e cresciuto a Gioia Tauro fino all’età di 18 anni, ha sempre nutrito un forte legame con la sua terra d'origine. Anche quando le opportunità lo hanno portato a esercitare in grandi ospedali del Nord Italia, tra Veneto ed Emilia Romagna, il suo cuore era sempre rivolto verso casa. Una profonda connessione con le radici della sua Regione, che lo hanno condotto a combattere per il bene della gente.
«Ritengo impagabile questa esperienza di 16 anni di lavoro in Calabria. Mi ha fatto crescere come professionista e come uomo – afferma Cordopatri -. Essendo quotidianamente a contatto con i pazienti, ho potuto tastare con mano le difficoltà e la disperazione. Ho capito che qui c'è necessità di misure speciali che consentano a chi soffre di poter accedere ai servizi. Sono sempre dalla parte del popolo, servitore dei pazienti e dello Stato senza distinzione di casta. Fare qualcosa per la mia terra e la mia gente ed essere “socialmente utile” è stata la scommessa più ambiziosa della mia vita ed il segno indelebile che voglio lasciare su questa terra».
Nel reparto gestito dal dottore Cordopatri il lavoro si svolge con massima efficacia, con numeri record nonostante la carenza di personale. La sua equipe in un anno è stata capace di refertare oltre 50 mila prestazioni (Rx Eco Tac, Mammografia, Risonanza magnetica).
«Ci siamo imposti di fare tutti gli esami urgenti entro una settimana, se necessario anche entro le 72 ore – dichiara il primario -. Fare sanità è prima di tutto farsi carico della sofferenza altrui, altrimenti si diventerebbe burocrati, dove il malato non è più una persona, ma un numero. Non possiamo lasciare che un paziente aspetti mesi per una tac. Mettere al centro l’uomo significa prendersi carico di questa difficoltà e fare come abbiamo fatto noi: dare centralità, ad esempio, ai portatori di patologie oncologiche. Tutti i miei pazienti con il codice 048, difatti, vengono assistiti in tempi da record e in meno di una settimana hanno l'appuntamento e il referto».
«Un atto d’amore verso la gente calabrese»
Cordopatri prova, da sempre, profondo affetto e devozione verso la propria terra, nonostante le diverse problematiche ancora da risolvere: «È un atto d'amore verso la gente calabrese, che ho scelto di servire fin da quando andavo in treno a studiare a Verona, vedevo passare i nostri bellissimi paesaggi e sognavo di ritornare e di cambiare, nel mio piccolo, quel poco che potevo. Per tanti anni ho fatto anche sedici turni di reperibilità al mese. È difficile trovare qualcuno che accetti queste condizioni. Ci sono stati tempi più duri, adesso non è più così, perché è venuto un medico cubano a darci una mano, un altro viene da Gioia Tauro a fare le guardie. Ma ci vuole più personale. Ho cercato in tutti i modi di fare assumere medici, però è difficile. Negli ultimi due concorsi ci hanno mandato solo un medico. Un’altra problematica nascerà anche a fine 2026 quando scadrà il contratto dei medici cubani. Con le pressioni che stanno facendo gli USA per non farli lavorare più in Calabria, rischieremo di rimanere senza personale. Adesso siamo quattro più me e ce ne vorrebbero almeno il doppio. Questo l'ho fatto per amore della Calabria, perché offerte ne ho avute un po' dappertutto, anche più allettanti dal punto di vista economico. Si fa tanto, però non si può pretendere che uno faccia il martire a vita. In questi anni di primariato ho fatto di tutto, anche statistiche di fine anno, cose amministrative che non mi competevano, perché il mio professore, Gian Franco Pistolesi, ci ha insegnato che non esiste “a me non tocca”, quando c'è una necessità e manca il personale bisogna rimboccarsi le maniche e fare anche quello che magari non dovresti fare».
Il primario si rivolge ai giovani medici che potrebbero aspirare a lavorare in ospedale a Polistena, e guarda al futuro: «Purtroppo, ci sono anche le voci negative, che tendono a tenere lontani i giovani dai nostri ospedali. Posso dire che in sedici anni ho lavorato benissimo a Polistena. E siccome mi faccio carico di buona parte delle mansioni, chi viene a lavorare da noi in radiologia non si troverà in sovraccarico di lavoro, perché il primario, comunque, dà una grossa mano di aiuto. Io da solo referto tutte le stadiazioni e follow up oncologici, tutta la risonanza magnetica e quest’anno l’80% delle tac delle coronarie, più esami vari che possono capitare. Logico è che questa è una misura speciale e che se verranno giovani volenterosi che vorranno aiutarmi, occupandosi anche loro di queste metodiche, sarò ben felice di introdurli e di dargli lo spazio che meritano, senza che siano oberati di lavoro. Da noi è un qualsiasi posto di lavoro come altri, con la differenza che abbiamo sviluppato tutte le metodiche. Nel nostro reparto c'è veramente qualsiasi cosa. Da 4 anni facciamo numerose Cardio-tac e stiamo iniziando a fare le prime Cardio risonanze che sono una metodica che pochi centri ASP in Italia eseguono. Ma se continuano a non mandarmi personale, quando mi scadrà il contratto mi guarderò intorno e vedrò cosa fare, perché ho rinunciato veramente agli anni migliori della mia vita. In questo periodo, sto facendo anche 12 ore al giorno, lavoro pure la sera, il sabato e la domenica. Questo, anche se lo si fa con il cuore, è evidente che non si può sostenere per sempre».


