L’attesa è più brutta dell’evento in sé: il timore dei calabresi per l’allerta picco

La riflessione di Luigi Colella che fa il punto sulla grave emergenza che la Calabria si trova ad affrontare e il probabile picco di contagi che si registrerà in questi giorni

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16 marzo 2020
10:48

*di Luigi Colella

 

Cento posti sarebbero disponibili per affrontare l’emergenza coronavirus che si abbatterà sulla Calabria tra qualche giorno. L’ha ammesso il governatore Santelli. Numeri che fanno rabbrividire tutti i calabresi, anche coloro che, sprovveduti, hanno scelto di lasciare il nord per “infettare” i propri cari.

Due week end, due esodi. Esodi che non si possono condannare perché la paura non ti fa ragionare ma che si potrebbero evitare se ci fosse coordinamento tra forze dell’ordine, istituzioni e sanità. Più vai a sud e più la situazione diventerà critica almeno per due ordini di fattori: sanità e casi importati.

Le fatiscenti strutture sanitarie calabresi fanno a braccetto con un’organizzazione risibile che per troppo tempo, e ancora oggi, vede la politica a tessere le fila. Non siamo pronti ad affrontare l’emergenza, lo sanno i medici che urlano tutto il loro disappunto fa Castrovillari a Reggio Calabria. Lo sanno infermieri e tecnici, lo sanno i dirigenti, quelli che Gratteri salva, pochi. Pochi posti e organizzati malamente.

 

Le ipotesi di reperimento spazi sono le più varie: scuole chiuse, ospedali chiusi (il paradosso), alberghi (che saranno vuoti per la prossima stagione), palazzetti dello sport, … Spazi che a oggi sarebbero privi di arredi e attrezzature mediche ma anche di personale perché il taglio alla sanità calabrese non lo si rimargina in pochi giorni. Le gestioni commissariali decennali sono la cartina al tornasole di una regione che è stata amministrata con superficialità da tutte le forze politiche che si sono succedute. Oggi si tenta di amministrare con due assessori e un presidente, nulla più.

L’arrivo di migliaia di persone dal nord lo avvertiremo nei prossimi giorni, sarà infatti quella appena entrata la settimana clou, probabilmente l’inizio dell’impennata di contaminazioni. Una parabola che chissà quando comincerà a scendere. Le tossi sono la colonna sonora preponderante all’interno dei vagoni, accompagnate da febbri. Treni della disperazione, di gente che non ha avuto la freddezza di capire che la sanità del sud è già al collasso in tempi di stasi. E’ inutile, il cordone ombelicale della gente del sud non lo recide neanche il Coronavirus.

In altre situazioni ben meno gravi si è usato il pugno di ferro, la Calabria oggi è ancora senza giunta regionale, il motore amministrativo di un ente che avrebbe dovuto gestire ma che guarda da Roma ciò che succede. La città di Catanzaro si arroccò nel 1500 per difendere il re dall' assedio francese, nel 2020 non c’è nessuno capace di prendere decisioni simili, di emulare i governatori Emiliano e De Luca, ma anche Musumeci. Chiudere strade e ferrovie per non far entrare chi dal nord sta arrivando in terra calabra eviterebbe picchi di contagio ingestibili alle nostre latitudini. Molti s’interrogano sull’eventualità di non par partire dal nord i treni notte. L’ha detto anche il presidente del consiglio comunale di Catanzaro via web, organi di stampa e destinatari sembrerebbero non averlo ascoltato. Il secondo esodo è avvenuto “con successo” di chi era sui treni.


“Difendiamoci prima di piangere” è il sentire comune che circola tra i calabresi. E nel mentre si paventa la moltiplicazione di contagi, c’è già chi organizza denunce per cercare di uscire dallo stato di “vergogna d’Italia” che pazienti, operatori sanitari e cittadini tutti sostengono.

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