Il problema non sono Augias e Gratteri, ma un ceto politico usurato o colluso da mandare via

La battuta del giornalista è semplicistica e anche un po’ infame. Tuttavia, ha ragione se ritiene che la Calabria sia irrecuperabile, se la sua affermazione è riferita all’attuale classe dirigente. L’incapacità dei partiti di rinnovare uomini e comportamenti è evidente. Se il politico vive pericolosamente presto o tardi rischia di scivolare. E, d’altronde, se vai per bordelli, mica puoi pensare di incontrare le Carmelitane Scalze

di Pasquale Motta
23 gennaio 2021
20:35

Un nuovo sconquasso giudiziario è caduto sulla testa della politica calabrese. Ribadisco, come ho già avuto modo di sottolineare in altre occasioni, il problema in Calabria è tutto politico, nonostante l’azione giudiziaria. Il problema, lo ripeterò e scriverò fino alla nausea, è la qualità di una classe politica usurata (non ho utilizzato il termine corrotto per non esprimere proprio valutazioni giudiziarie). Per l’ennesima volta, le inchieste, al di là della responsabilità penale dei singoli, ci consegnano lo spaccato desolante di un ceto politico consumato da cattive pratiche, clientele, cattiva gestione, discutibili rapporti con imprese private. Insomma, tutto quello che un politico, un uomo delle istituzioni, un funzionario pubblico non dovrebbe fare. Per l’ennesima volta, ci si rende conto che, in Calabria, ci troviamo sul groppone un ceto di potere che è sulla scena da molto, forse troppo tempo.

Vogliamo avere l’onestà intellettuale di ammettere che, questa nostra terra, si ritrova una classe dirigente spesso composta da “malandrini politici”, i quali, trovano sempre gli argomenti per autoassolversi dalle loro pesanti responsabilità, nonostante abbiano le mani in pasta nel potere e nelle scelte più scellerate di questa regione almeno da un quarto di secolo, a cominciare dal disastro di tutti i disastri come la Sanità? Magari poi trovando qualsiasi tipo di argomento, alibi o semplice menzogna per accusare qualcun altro o qualcos’altro del disastro economico e sociale secondo la consolidata tecnica tutta meridionale dello scarica barile. Intendiamoci, tutto ciò, al netto delle altrettante ed evidenti responsabilità delle classi dirigenti nazionali vergognosamente piegate verso le spinte e gli interessi del centro-nord.


E, sul punto, seppur Corrado Augias abbia ragione nel definire la nostra regione terra irrecuperabile, riferendosi chiaramente al malcostume politico, sbaglia, nel momento in cui, un fine intellettuale come lui, rinuncia ad analizzare le cause e le profonde responsabilità delle politiche nazionali verso una regione che, in fondo, forse, rappresenta la “Calimero” di una pessima classe dirigente nazionale anche a causa dell’indifferenza e l’abbandono di ex “intellettuali organici” come lo stesso Augias. Ridurre la valutazione e l’analisi della complessa questione Calabria ad una battuta semplicistica di un passaggio televisivo, non solo è offensivo, ma anche un po’ infame, considerato il danno di immagine, ad una intera regione, fatta prevalentemente di persone perbene, nell’immaginario collettivo di milioni di italiani.

E, tuttavia, inutile continuare a ciurlare nel manico con la pantomima del giustizialismo contro il garantismo, l’indignazione fasulla contro i presunti nemici della Calabria, il vergognoso scarica barile tra i governi di diverso colore (spregiudicato gioco delle parti) e tutta la trita e ritrita sceneggiata che va in onda, ogni qualvolta gli scandali politici finiscono con un’appendice giudiziaria falcidiando una volta il centrodestra e una volta il centrosinistra. Le condizioni nelle quali ci troviamo sono la conseguenza dell’azione squalificante di una classe politica che ormai tiene in scacco questa regione da tempo. Ciò, dimostra una sola cosa: partiti, movimenti politici, leader politici nazionali e regionali, sono incapaci di selezionare una qualificata classe dirigente in questa nostra sfortunata terra di Calabria.

I partiti ormai sembrano impotenti e irriformabili. Nella percezione collettiva appaiono immobili. Incapaci di reagire alla deriva morale ed etica prima che giudiziaria. A ciò, con la stessa onestà intellettuale, nessuno se la prenda a male, dobbiamo aggiungere la responsabilità oggettiva di un popolo sempre pronto a farsi ingannare dalle chimere clientelari, dalle “Vanna Marchi” del momento, dagli uomini della Provvidenza”. La Calabria, ma anche il Paese, da tempo, non sceglie i suoi rappresentanti sulla base della qualità. Tra un eminente professionista, un illustre accademico, un uomo di cultura, (non parlo appositamente di onestà perché la ritengo una precondizione) il calabrese medio, quasi sempre, accorda la propria preferenza ad un “amico”, o peggio, raccoglie l’invito di un amico dell’amico per votare questo o quello. Uno qualunque.

Non conta affatto se questo “amico” sia colto, preparato, incensurato. Quello che conta, nella fiera dell’individualismo a buon mercato, è un solo obiettivo: “qualcuno di cui domani si potrebbe avere bisogno”. Alzi la mano chi durante le elezioni non abbia sentito almeno una volta questa espressione. È evidente, dunque, che siamo nel pieno del vortice di una regressione sociale, culturale e, conseguentemente politica, alimentata dalla crisi dei grandi partiti organizzati, dei corpi sociali intermedi, dalla scomparsa degli intellettuali organici verso una impostazione ideale e dalla crisi del rapporto tra i grandi centri di produzione culturale come le università con la società. La soluzione a questa grande crisi, determinata dallo scadimento delle classi dirigenti, dunque, non la si troverà nelle carte di Gratteri, o peggio nella solita contrapposizione garantisti/giustizialisti (spesso un alibi per continuare con lo storico malcostume politico di questa regione).

La risposta a tutto ciò non è innalzando Gratteri o la Magistratura sugli altari degli eroi. È probabile, anzi, che le responsabilità penali di molti dei funzionari pubblici, politici, professionisti saranno demolite nei processi. Il problema che emerge da questa inchiesta, come dalle precedenti, continua ad essere legato ai comportamenti della politica e dei suoi rappresentanti. Alle pratiche per la formazione del consenso. Alla scala dei valori etici e morali di cui dovrebbero essere portatori coloro che ricoprono una funzione pubblica e sociale. La risposta a tutto ciò, è squisitamente politica. È legata alla volontà della politica di riformare se stessa.
Alcuni protagonisti di questa ennesima deriva giudiziaria sono personaggi già incappati in varie inchieste negli ultimi 25 anni. Altri sono finiti in inchieste giornalistiche. È appena il caso di ricordare alcune memorabili inchieste di Iacona o Report, in questa Regione alcuni lustri fa. In prima piano, dunque, in questa terra, per fatti negativi, per comportamenti sconvenienti, sono quasi sempre finiti gli stessi nomi. Molto prima delle responsabilità penali, delle inchieste giudiziarie, dall’esito dei processi. Più volte, infatti, questi personaggi, si sono resi protagonisti di comportamenti e azioni discutibili, eticamente riprovevoli, politicamente immorali. Si potrebbe fare un lungo elenco dalle dinamiche per raccogliere fondi e voti alle elezioni, alle pratiche per raccomandare nel privato e nel pubblico clienti, amici e congiunti da sistemare.

E sapete come andate a finire e come sta andando a finire? I cattivi sono diventati i giornalisti che hanno ficcato il naso in certe dinamiche politiche. Molti cronisti sono stati demonizzati, alcuni insultati, altri intimiditi con lettere di risarcimento degli avvocati dei vari papaveri rossi, bianchi o neri. È appena il caso di ricordare quello che è avvenuto qualche mese fa, quando per difendere una collega dagli insulti e dal dileggio di Domenico Tallini, Alessia Candito, che aveva scritto sulle faccende dell’ex Presidente del consiglio regionale, fummo costretti a pubblicare i messaggi che il politico in questione ci inviava, nel maldestro tentativo di screditare la collega. Oggi, si continua con la stessa pratica di sempre. Si demonizza Nicola Gratteri o chiunque altro esprima perplessità sul degrado politico e istituzionale in cui versa la Calabria. Mai nessuno però che una volta venga a chiedere scusa, magari per il perpetuare di candidature scomode, o di prese di posizione discutibili. Risulta a qualcuno che dopo le grandi inchieste giudiziarie e giornalistiche sia stata avviata una serie riflessione politica sullo stato dei partiti in questa regione? E, ancora risulta a qualcuno che sia stato avviato un grande processo di rinnovamento interno delle forze politiche tradizionali? La risposta è no.

In queste ore, a poco più di tre mesi delle elezioni regionali, assistiamo alle solite liturgie politiche, alle solite tattiche, alla riproposizione dei soliti personaggi, alla difficoltà sia da parte sia del centrodestra che del centrosinistra di proporre personaggi nuovi e di grande spessore, generazioni nuove. Un quadro politico nuovo. In un contesto del genere, il rischio di consegnare il governo della regione a finti eroi, ad avventurieri dell’antipolitica a nuovi demagoghi inconcludenti, è dietro l’angolo. Nell’opinione pubblica si percepisce una certa stanchezza che rapidamente si potrebbe trasformare in risentimento. E la storia insegna che il risentimento popolare non è stato mai un buon consigliere nella scelta delle classi dirigenti.

Nulla allo stato fa presagire segnali positivi. La vecchia politica prosegue con le proprie pregiudicate pratiche. Anzi, la cosa assolutamente paradossale, è che l’andazzo del malcostume politico procede con ancor maggiore spregiudicatezza, arrivando a trasformare le strutture istituzionali del consiglio regionale in agenzie di collocamento con le quali assumere clienti con contratti bimestrali. Da mesi ma anche negli anni scorsi, noi abbiamo pubblicato e denunciato tutto ciò, e anche in questi giorni stiamo continuando a farlo. Eppure, queste pratiche indegne, continuano senza ritegno. E nelle strutture politiche s’incontra di tutto, dalle amanti ai loro congiunti fino ad arrivare ad amici e compari di ogni risma. Potremmo pubblicare nomi e cognomi di politici ancora sulla scena, i quali si sono distinti e si distinguono per tali comportamenti.

Alla fine, succede che il politicante di turno si ritrovi nella cena sbagliata, nel centro di un incontro imbarazzante, a fare una segnalazione scomoda. Siamo in Calabria bellezza, una terra dove spesso niente è come appare. E, d’altronde, se vai per bordelli, mica puoi pensare di incontrare le Carmelitane Scalze. Facile dunque che si finisca in qualche tabulato telefonico dove non dovresti esserci. Magari tutto ciò, sul piano giudiziario potrebbe rivelarsi irrilevante. E magari si potrebbe anche rivelare eccessiva una misura, un fermo, un arresto, un avviso di garanzia. Sono assolutamente convinto, da garantista, che in uno Stato di Diritto, nessuno dovrebbe andare in galera in assenza di prove schiaccianti.

Tutto ciò però, non significa che i comportamenti di questo ceto politico calabrese non siano sempre di più maleodoranti e che l’olezzo sia diventato insopportabile. È abbastanza per pretendere dai partiti, dai movimenti di ridare alla politica il profumo della buona militanza? È lesa maestà chiedere al centrodestra, al centrosinistra, al centro, al sopra o sotto, di presentare candidati nuovi, preparati, qualificati alle prossime compitazioni regionali? È chiedere troppo a coloro che hanno già fatto due legislature di fare un passo indietro e contribuire al rinnovamento delle forze politiche di cui fanno parte? Oppure dobbiamo assistere come in queste ore il penoso dibattito sull’opportunità o meno della candidatura di Mimmo Tallini a destra e di Mario Oliverio a sinistra? Sono ancora in grado le forze politiche di verificare realmente lo spessore morale dei candidati che si mettono in campo, sapendo che questa verifica, non può limitarsi solo alla presentazione di certificato del casellario giudiziario o di carichi pendenti?

Il nocciolo di tutta la questione sta in questi interrogativi. Nella capacità di mettere in campo la visione e il profilo degli uomini delle istituzioni da costruire. Il punto di partenza sta tutto qua e non in altro. Se si riesce a mettere in campo tutto ciò, allora si potrà parlare di riformare gli apparati di questa regione e provare ad invertire la relazione che esiste tra lo Stato, gli intellettuali, i partiti nazionali e questa nostra terra. Non saremo dei buoni calabresi dipingendo belle cartoline, postando tramonti e paesaggi silani o spiagge mozzafiato, ma lo saremo, solo se saremo capaci di imbracciare il piccone per demolire e annientare un ceto politico, professionale, burocratico che ha in ostaggio la regione da molto tempo. Solo dopo aver scacciato i “mercanti dal tempio” delle istituzioni e dopo aver avviato una radicale azione di rinnovamento della politica metteremo in campo l’autorevolezza necessaria per mettere mano ad una seria e incisiva riforma della giustizia.

In una parola: ricostruire. Riforme che possono essere messe in campo solo da una qualificata, integerrima e al di sopra di ogni sospetto nuova classe dirigente. Oggi, all’orizzonte, vediamo solo garantisti di comodo, vittime a trucco, oppure politici subalterni all’ordine giudiziario, niente di utile alla causa. Paradossalmente, abbiamo di fronte uno spaccato politico che potremmo definire e analizzare con un’opera di Carlo Cipolla, il quale, nel 1976 pubblicò “Le leggi fondamentali della stupidità umana”. Secondo la terza legge di Cipolla che fa diverse declinazioni della stupidità umana, quella che potrebbe calzare a pennello per il caso Calabria e il suo ceto politico, potrebbe essere il passo del suo libro allorquando cataloga le diverse variabili umane descrivendole così: «Intelligente è chi trae vantaggio per sé, facendone trarre anche agli altri. Sprovveduto, chi causa danni a sé, procurando vantaggio ad altri. Bandito o sfruttatore, chi trae vantaggio per sé causando danni ad altri. In questo senso, lo stupido, che causa danni a sé e agli altri, è il tipo più pericoloso di tutti».

Insomma quest’ultima categoria potrebbe essere la giusta sintesi di una mediocre classe dirigente prodotto di un elettorato poco consapevole. In conclusione, io non credo che la Calabria sia un luogo perduto. Paradossalmente, voglio ancora credere che sia nei partiti che nella società, il meglio di sé potrebbe venir fuori. Molto però, dipenderà dal lavoro e dalla capacità reattiva delle migliori risorse professionali, amministrative, politiche, sociali e culturali della nostra terra. La scommessa sta tutta in questa capacità reattiva. Noi ci siamo.

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