Scordovillo: il terzo mondo calabrese nel cuore di Lamezia Terme

Bambini morsi da topi, fogne a cielo aperto. Tetti di lamiera trattenuti da mattoni. Nel quartiere rom è piena emergenza umanitaria

di Tiziana Bagnato
28 agosto 2017
17:28
Campo rom Scordovillo a Lamezia Terme
Campo rom Scordovillo a Lamezia Terme

"Siete venuti per le case? Quando ce le date?”. E’ questa la domanda che con timore le donne del campo rom di Scordovillo pongono più di frequente mentre passiamo in rassegna quel crocevia di degrado, sofferenza e speranza che compone il ghetto più grande del Sud Italia. Un luogo dimenticato da Dio, evitato “dagli taliani”, frequentato a ridosso delle elezioni, punto fisso dei programmi elettorali.

 

Scordovillo doveva essere un luogo provvisorio, un’isola di transizione. Invece, ha messo radici. Qui le generazioni di rom si sono susseguite una dopo l’altra, inseguendo un sogno chiamato casa. Perché nonostante ci sia un’ordinanza di sgombero della Procura della Repubblica dal 2011, dal campo solo poche famiglie sono riuscite ad andare via. Le altre, un centinaio vivono sotto tetti di lamiera, stipati in container, circondati da baracche.

 

I bambini mostrano con vergogna le braccia e le gambe piene di morsi di topi. Topi grandi come gatti, che sbucano dalle fogne a cielo aperto e penetrano anche nelle baracche. I bambini giocano tra rivoli di fogna, strade dissestate, eternit. Quando piove l’acqua penetra nelle case, mentre qualche mattone cerca di mantenere ancorati i tetti di lamiera. A qualcuno è stata data casa a San Pietro Lametino. Qui, in un quartiere di proprietà di Aterp e Poste Italiane, sono stati trasferiti diversi nuclei familiari, mentre altri hanno occupato, fino a ricreare una piccola Scordovillo, con tanto di degrado e legge criminale.  In tanti sono tornati indietro. All’isolamento, alle fogne a cielo aperto e spesso anche nelle case, alla legge delle “famiglie” più forti, hanno preferito ciò che hanno sempre conosciuto.

 

Tra coloro che sono tornati indietro anche una donna ferita da un proiettile durante una sparatoria avvenuta oltre dieci anni fa. Una lesione al midollo spinale la costringe su una sedia a rotelle. La casa che le era stata data era al secondo piano senza ascensore. All’isolamento, al degrado e, soprattutto, all’impossibilità di uscire ha preferito il campo. “Non sento le gambe – ci dice – quando i topi mi mordono me ne accorgo dal sangue”. Storie agghiaccianti. Il Terzo Mondo abita qui, nel cuore della città.

 

Tiziana Bagnato

Giornalista
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