'Ndrangheta stragista | L'ex capo dei servizi: «Falange armata? Un’esercitazione di Gladio»

La memoria non aiuta l’ex coordinatore Cesis, Francesco Paolo Fulci che riferisce dei sospetti su uomini del Sismi come autori delle rivendicazioni

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di Consolato Minniti
24 novembre 2018
17:28

Ci sono tanti vuoti di memoria ed interpretazioni non proprio coerenti nella deposizione dell’ex capo del Cesis, Francesco Paolo Fulci, sentito al processo ‘ndrangheta stragista, nel corso di un’udienza tenutasi a Roma, proprio per le precarie condizioni di salute dell’ex ambasciatore italiano a New York. Fulci deve rispondere alle domande del pm Giuseppe Lombardo che lo punzecchia su più aspetti. Fra tutti, quello relativo alla sigla “Falange armata” che rivendicò buona parte degli attentati dell’epoca stragista.

 


Falange armata? Un’esercitazione

Con riferimento alle stragi del 1992, Fulci sostiene di «non aver mai ricevuto nulla dal Sisde e dal Sismi». Ma fu proprio il Sisde, con Bruno Contrada, ad occuparsi delle indagini sulle strafi di mafia. Sta di fatto che Fulci narra del momento in cui assegnò ad un suo collaboratore di approfondire la vicenda di “Falange armata”. «C'erano tante rivendicazioni della Falange Armata e volevamo capire. Lui venne un giorno da me con due carte lucide e mi disse che in una c'erano segnati i luoghi da cui partivano le chiamate, in un altro le sedi del Sismi. Quelle due cartine erano quasi identiche. E notammo anche che le telefonate erano tutte effettuate in orari d'ufficio». Ma la spiegazione che Fulci dà di quella ricerca fatta sal suo collaboratore non convince molto: «Ritengo che tutto questo in un certo senso facesse parte anche di Gladio, perché Gladio, tra i suoi compiti, aveva anche quello di fare esercitazioni per simulare, in caso di occupazione effettiva, cose di questo tipo, creando disordini. Quindi ho sempre ritenuto che quelle rivendicazioni della Falange Armata non fossero altro che esercitazioni spinte da uno zelo estremo». Ci sarebbe, dunque, secondo Fulci, solo zelo da parte di qualche appartenente a Gladio, dietro la rivendicazione Falange Armata. Un po’ poco, però, per una sigla che ha rivendicato oltre 1600 azioni terroristiche. «È la prima volta che sento questo numero», spiega Fulci al pm Lombardo che lo informa delle cifre. E poi ribatte: «Purtroppo nella vita ci sono molti zelanti».

C’è però un dato che stride con le opinioni odierne di Fulci. Un dato rappresentato da una sua stessa nota, indirizzata dall’allora capo della Polizia, Parisi, del marzo 1993. Secondo Fulci, all’epoca, essa era una «struttura creata in laboratorio» al fine di effettuare depistaggi. Non proprio un’esercitazione, dunque.

 

La Falange e i servizi

Ma il racconto di Fulci si fa interessante anche quando narra del possibile coinvolgimento di membri del Sismi nella strategia stragista. Qualcosa che egli aveva vissuto in prima persona. «Nell'estate del 1993, dopo le stragi io ho questo soprassalto perché in alcuni giornali, in Italia, si scriveva che forse la colpa poteva essere dei Servizi segreti deviati. Io sapevo che dentro al Sismi c'era una sola unità di 15-16 persone addestrate per l'uso di armi ed esplosivi. Era una cosa anomala, questo gruppo si chiamava 'Ossi'. C'era la possibilità di capire se c'era qualcosa di vero, per fare chiarezza. Se si dimostrava che queste persone non erano nei luoghi delle stragi il giorno dell'attentato si smentiva il loro coinvolgimento. Così chiesi al Comandante generale dell'Arma dei Carabinieri Federici di fare accertamenti. Lo incontrai a Milano il 4 agosto».

L’elenco della VII divisione

Questi accertamenti partivano proprio dalla lista di persone data a Federici per gli approfondimenti del caso. Nel manoscritto mostrato in aula – e riconosciuto come suo da Fulci – i nomi sono 13. Nell’informativa inviata all’Arma, invece, ve ne erano 16. Una differenza che Fulci non ha saputo spiegare. Risulta, però, che in quell’elenco, l’ex ambasciatore fece rientrare anche il colonnello Walter Masina che, però, più tardi disse di aver coinvolto perché faceva intercettazioni contro di lui e voleva fargliela pagare.

Pressioni e visite da Andreotti

Fulci dice chiaramente di non aver mai voluto ricoprire il ruolo al vertice del Cesis. «Ci furono forti pressioni del Presidente del Consiglio Andreotti e del Presidente della Repubblica Cossiga. Proprio quest'ultimo mi disse che “dovevo assumere quel posto punto e basta” facendo appello sul mio senso dello Stato. Ed io obbedii dicendogli con la morte nel cuore “disponga della mia persona”». Ma perché fu chiamato proprio lui a risolvere la questione Gladio, scoppiata pubblicamente con la dichiarazione di Andreotti del 1990? «C'era una situazione delicatissima. Strutture come quella di Gladio con compiti di vigilanza anti-invasione erano presenti anche in altri Stati Nato. Nessuno ne sapeva niente. Era uscito un articolo di Scalfari il quale, di fronte alle dichiarazioni del Comandante Supremo americano che aveva negato l'esistenza della struttura, aveva scritto che c'era qualcosa che non tornava, che occorreva una smentita o avrebbe significato che i nostri governanti mentivano e prefigurava l'impeachment. Io dovevo ottenere quella smentita. Chiesi informazioni e da Palazzo Chigi mi mandarono il manuale di addestramento. Ed effettivamente risultava che Gladio era una struttura Nato. Risolvemmo come facevamo quando chiedevano conto delle esercitazioni con le armi nucleari. Senza confermare né smentire. Un grande successo diplomatico. Forse proprio per questo mi volevano al Cesis, anche se ero estraneo».

Era un periodo particolarmente delicato e difficile per Fulci, tanto che settimanalmente si recava dal presidente Andreotti per aggiornarlo su quanto avveniva: «Avevo anche denunciato malversazioni di quei soggetti che si impadronivano dei soldi dei Servizi con tanto di denunce all'autorità giudiziaria. Per questo non ero gradito. Lui mi disse di mandare via queste persone. Ne chiesi la rimozione ma poi rimasero al loro posto. Ma non mi sono sentito svuotato del mio ruolo, anche se fui tenuto all'oscuro quando si decise che il Sismi doveva occuparsi della lotta alla mafia. Ci fu una grande amarezza interiore”. Poi ha proseguito: “Ci fu una campagna proprio contro di me. Fui accusato di essere massone ma io non ero iscritto a nessuna loggia. Ero in Corda Frates? Sì, quella era un'associazione giovanile, fatta di studenti, e c'erano i figli della borghesia liberale».

Giornalista
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