Teatro Rendano, cent’anni di solitudine: dalle bombe (vere e finte) alla colonizzazione dei privati

Storia (triste) di una struttura storica sopravvissuta alla guerra e affondata dalla burocrazia nell'indifferenza della politica che l'ha lasciata alla deriva

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di Alessia Principe
19 gennaio 2021
11:02
Il teatro Rendano
Il teatro Rendano

Il 31 gennaio scadono, anche per il Rendano, i termini per accedere ai fondi del Fus (Fondo unico dello spettacolo). Naturalmente serve uno straccio di programmazione da portare in dote. I contributi vengono concessi per progetti triennali su programmi annuali e, se non soddisfano alcuni requisiti, si porta a casa la borsa vuota.

Paradossalmente, nell’ora più buia per le scene di tutto il Paese (mutuando da Churchill), si sono riaperti i riflettori sullo storico sipario di Cosenza. C’è stato un tempo, lontanissimo, in cui i suoi velluti rossi erano contesi tra i voraci melomani e la bella borghesia desiderosa solo di mostrare il mento sopra il cappotto di cachemire.


I debutti erano un carnevale di politica e salottini, mescolavano insieme i pavoni e le leonesse alle Prime e il foyer odorava di visoni, loden sotto naftalina e Dior. Immagini che ora sono cartoline del Titanic.

Fasti e cadute del Rendano

La storia del Rendano, prima Massimo e poi omonimo del musicista di Carolei, il mitologico inventore del terzo pedale del piano, è costellata di momenti di gloria e rovinose cadute, come nei migliori romanzi popolari. Negli anni d’oro, in bianco e nero, grandi della lirica hanno calcato i piedi sulle assi scricchiolanti del teatro cosentino: Tito Schipa, Titta Ruffo, Ferruccio Tagliavini, Tito Gobbi, Mario Del Monaco. Poi è arrivata la guerra. Il Rendano, nel 1943, viene colpito gravemente durante un raid aereo mirato, pare, a distruggere il Castello. Sembra quasi morto e per 23 anni resta in coma, a respirare aria dal cielo ma senza comunicare, finché nel 1960 ecco la rinascita. Risuonano tra i suoi palchetti le note de La Traviata che danno vita a un nuovo corso. Il teatro, intanto, è stato rimesso a nuovo e cerca di camminare senza stampelle. Nel 1976 il suggello: il ministro dello Spettacolo Dario Antoniozzi regala al Rendano la qualifica di teatro di tradizione. 

Il falso allarme bomba

Quello che è accaduto dopo si può riassumere in modo rapido. La rinascita ha avuto breve durata, giusto il tempo di qualche amministrazione. I cristalli del teatro hanno cominciato piano piano ad appannarsi nel primo decennio del 2000. Nel 2013 il Rendano esce dai Fus per anni e vi rientra solo nel 2018, ma è una primavera di fragole, ingannevole e rapida e nel mezzo c’è anche un falso allarme bomba alla prima di “Francesco de Paula”. Siamo sotto l’amministrazione Occhiuto, la strada è sempre più in salita e la lirica, ridotta al lumicino, regala ancora pochi sprazzi e alla fine scompare del tutto.

Verso il tracollo

I fondi, con gli anni, dimagriscono sempre di più, non si può più programmare, la prospettiva lascia il posto all’improvvisazione, i direttori artistici vanno e vengono, qualcuno ci prova a riaccendere l’idea di creare una fondazione, e l’orchestra sinfonica torna nel golfo mistico per un pugno di stagioni, ma manca lo slancio e in Regione nessuno si preoccupa troppo di quello che sta accadendo. Ne approfittano i privati che colonizzano lo spazio e organizzano rassegne di prosa con comici, qualche attore in gran spolvero, qualche concerto, stop. L’idea di aviare produzioni a lungo termine, tramonta.

Una medaglia senza valore

Arriviamo alla famosa querelle sulla qualifica “teatro di tradizione”. C’è una legge che ne parla ed è abbastanza datata: si tratta della l.800 del 1967 che all’articolo 28 cita proprio i teatri di tradizione che, si legge, hanno il compito di svolgere con continuità le tradizioni del territorio e valorizzare artisti e tecnici.

Nessuna parte di questa legge contempla la possibilità di una revoca della denominazione “di tradizione” che, pare, sia sempiterna, nonostante, nella fattispecie del Rendano, siano cadute tutte, ma proprio tutte le condizioni che giustificano questo riconoscimento.

Ma se anche nessuno potrà spogliare il Rendano della sua veste di seta, altra cosa è il capitolo contributi. L'effetto domino è prevedibile: niente soldi, niente programmazione, niente maestranze, niente produzioni, niente abbonamenti, niente incassi futuri per le casse comunali, niente investimenti, niente.

La petizione on line

Sul web l’associazione culturale Nova ha lanciato una petizione su change org. per smuovere l’opinione pubblica sull’argomento (hanno risposto quasi in 3mila ad oggi) e la discussione ha iniziato a circolare anche negli ambienti politici pronti a scaldare i motori per le comunali della città dei bruzi.

Al momento il Rendano è in tutto e per tutto un ufficio comunale. Le porte sono aperte ma non si può entrare, solo i dipendenti possono e per sbrigare pratiche burocratiche. Se dalle ceneri qualche teatro è anche risorto, dalle scartoffie sarà molto più difficile.

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