La riflessione

Quella malinconia di Natale per il Paese sognato

Questo sentimento così personale eppure collettivo che sembra indebolirci, ci rafforza. Allora usiamo quella forza per costruire “il paese sognato” che merita di vedere la luce: la nostra terra ripulita da quanto la deturpa (ASCOLTA L'AUDIO)

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di Pino Aprile
25 dicembre 2021
06:40

La nostalgia del futuro. Di cosa sto parlando? Del Natale. E scuserete se vi sembrerà non un editoriale, ma una riflessione fra conoscenti, fra viandanti che si fermano un attimo a riprender fiato e, per la stanchezza, lasciano andare liberamente le parole. Perché proprio questo è.

Strana festa il Natale, perché è esplosione di luci, di suoni, di fuochi e raduni casalinghi, ricongiungimenti («Almeno a Natale...»): uno di quei giorni in cui si è obbligati all'affetto, al sorriso, alla felicità d'ordinanza; e, per fortuna, quasi sempre è così. Ma con una vena di malinconia a volte sottile, altre molto pronunciata. Tanto che prima o poi, quasi a tutti è capitato di avvertirla come una “festa triste”. Non si deve aver paura di dirlo: è così, perché si gioisce del ritorno dei figli, dei parenti stretti (il Sud è terra di emigrati), dei regali che ci si scambiano, del cibo “nostro” che è veramente quello “nostro” e non parodia, della messa di mezzanotte, che ci vai perché mamma o altra conduttrice della liturgia della memoria di casa non concepisce che la si diserti e, insomma, di tutte quelle cose che fanno famiglia, ragione inviolabile di stare insieme.
Ma, in tutto questo, c'è quel filo di malinconia che si manifesta con i ricordi riaffioranti: «e quando papà disse che...», «e quando...». Il che induce a credere che quel velo sull'anima che illanguidisce la festa venga dal passato. “A Natale si torna tutti bambini”, giusto? Quindi, è vero, quella malinconia è nostalgia del passato. Ma, guardiamoci dentro: ne siamo sicuri? Il mistero della Natività, per i credenti, è una sorta di sacramento dell'avvio di un mondo nuovo, avendo coscienza del vecchio, ma pensandone uno migliore.


Questa, però, non è la condizione dei bambini, ma degli adolescenti, in un momento specifico di quella stagione, in cui si è insoddisfatti del presente, ansiosi del meglio e timorosi del futuro, perché si esce dal tempo in cui si è protetti (l'infanzia) e si entra in quello in cui cominciano le decisioni e si diviene responsabili di se stessi. È il conflitto fra la paura e la voglia di crescere: la paura che sia peggio del nido casalingo, la voglia di fare quello che si sogna (l'adolescenza è anche la stagione del delirio di onnipotenza, in cui non ci si pongono altri limiti che quelli dei propri desideri).

È quello il tempo della malinconia, un bagaglio che ci portiamo poi appresso, e che cambia colore secondo quello che la vita pone sulla nostra strada. Ma ci sono dei momenti, in cui ci aspetta tutti, come un appuntamento collettivo. Il Natale è forse il principale. Ma se si tratta di qualcosa che riguarda tutti, è l'intera comunità che ne è coinvolta, pur se ognuno la vive secondo il suo carattere, la sua storia. Quella rimpatriata di parenti a tavola è la sintesi del Paese. E averne uno viene dato come cosa ovvia, tanto da potersi permettere di avercelo sulle scatole, per le sue magagne e storture. Abbiamo la fortuna di vivere in una delle aree più ricche e sicure del mondo, nonostante il vergognoso divario, volontariamente costruito in 160 anni, fra due parti dello stesso Paese e che è il peggiore e più duraturo del pianeta (ognuno ha i suoi guai... Negli Stati Uniti, per dire, ogni anno vengono ammazzate alcune decine di migliaia di persone; nella sola Detroit, che manco è New York, se ne uccidono più che in tutta l'Italia; fra le prime 100 città più pericolose del mondo, non ce n'è nemmeno una italiana). Nel pianeta globalizzato, avere una residenza, un Paese e una Patria può significare avere tre cose diverse e distanti, non coincidenti; e l'aumento dei profughi, anche da luoghi così vicini a noi, ci ricorda che c'è chi, da un giorno all'altro, perde qualcuna di queste cose o tutte e tre. Altro che malinconia... (sono ateo, ma lo so anche io che Gesù perse casa, Paese e Patria e fu profugo in Egitto: chi avrebbe immaginato che il bambino che arrivava con quella famigliola avrebbe cambiato la storia dell'umanità? Siamo sicuri che oggi non ci sia, in quei barconi, chi potrebbe dimostrare gratitudine per l'accoglienza, migliorando la vita dei nostri nipoti?).

Quella malinconia contiene troppe cose che hanno le loro radici nella nostra adolescenza, ma ci proiettano nel dovere di aggiustare la nostra tana per starci meglio e lasciare un posto e un ambiente più degni a chi viene dopo di noi e da noi.

Sulla malinconia che ognuno vive a modo suo, ho un ricordo personale, un regalo, se vogliamo, perché fu la confidenza di un amico dai pensieri e l'anima profondi, Sergio Zavoli. Ci frequentavamo molto (“vicini di casa” ai Castelli Romani, lui a Monteporzio, io a Frascati), da quando facemmo insieme l'inchiesta per Rai1 “Viaggio nel Sud”: dieci ore di trasmissione. Gli incontri si diradarono quando mi spostai per lunghi periodi a Milano, ripresero quando la base tornò a essere Roma. Divenni nonno prima di lui e mi chiedeva di portargli spesso mio nipote; qualche anno trascorremmo insieme il Natale, qualche altro il Capodanno. E una di quelle volta, lo colsi con una “crisi di malinconia” più forte. «Cosa succede, Sergio?». «Non è nulla, non bisogna cercare di contrastarla, farla tacere. È un dono anche questo», disse (lui era credente). E mi raccontò come lo sapeva: «Mia madre... Ero ragazzo, ebbi uno di quei momenti di sperdimento fra i dubbi della vita, i timori, i sogni, come accade a quella età. In piedi, alla finestra, a Rimini, guardavo fisso fuori. Non mi accorsi di mia madre che mi raggiungeva alle spalle; mi fece una carezza (e Sergio piegò la guancia sulla spalla, mentre lo diceva: aveva un amore sconfinato per sua madre, come si fosse assentata poche ore prima) e mi disse, piano, poco più di un bisbiglio: “Non avere paura di questa malinconia, Sergio. Non sempre è chiaro quello che si leva dall'anima, ma se lo sai ascoltare, ti farà crescere bene. Non averne paura, perché scoprirai che ti darà più questa malinconia che sembra farti debole che quello che sembrerà darti forza”. E aveva ragione».
Prendiamola così questa apparente debolezza che ci fortifica.

Quanto alla malinconia che si confonde con una sorta di nostalgia collettiva per un passato che, nel ricordo, si presenta migliore del presente (la memoria è selettiva e tende a cancellare i momenti brutti e a esaltare quelli belli, il che falsa la percezione dell'oggi), mi affido a quanto scrive, in I disorientati, Amin Maalouf, per il suo Libano (che sembra una Calabria in Asia, con i suoi monti sul mare): «dalla scomparsa del passato ci si consola facilmente; è dalla scomparsa di futuro che non ci si riprende. Il Paese la cui assenza mi rattrista e mi ossessiona non è quello che ho conosciuto in gioventù, è quello che ho sognato e che non ha mai potuto vedere la luce».
Ecco, se volessimo trarre una sintesi nella sommatoria della malinconia natalizia di ognuno di noi e di tutti insieme, potrebbe essere: sì, questo sentimento così personale eppure collettivo che sembra indebolirci, ci rafforza (tanto è vero che quegli adolescenti sperduti poi trovano la propria via nel mondo e lo affrontano. Quegli adolescenti eravamo noi, e oggi i nostri figli, i nipoti); usiamo quella forza per costruire “il paese sognato”, come dice Maalouf, e che merita di vedere la luce: la nostra terra ripulita da quanto la deturpa.

Sono tarantino, sono cresciuto al rione Tamburi; una ordinanza comunale vieta ai bambini di giocare con la terra, di cogliere i fiori nei prati, perché intrisi di veleni cancerogeni dell'acciaieria che fanno strage. Lavoro in Calabria, dove il veleno peggiore è l'abbruttimento dei rapporti sociali per mano mafiosa, che induce al sospetto, alla subordinazione o, per prudenza, alla chiusura (non sai chi frequenti, evita di frequentare); e quando una comunità si chiude e ha paura, non ha futuro.
Beh, se “il Paese la cui assenza mi rattrista e mi ossessiona è quello che ho sognato”, allora apriamo le finestre, ignoriamo le calunnie (ma denunciamo i calunniatori), isoliamo il male, accrescendo la quota di bene, come ci insegna Elena Sodano, con la sua meravigliosa opera in favore di chi, per uno dei “mali del benessere”, ha perso il passato e non può più concepire il futuro, intrappolato in un eterno presente senza sogni e senza memoria. Elena fa questo in Calabria, nella “casa-paese” che ha ideato e che vengono da ovunque ad ammirare e copiare (se volete aiutarla, cliccate qui e...: è Natale).

Il Paese sognato può vedere la luce. Se questo è il tempo in cui si torna adolescenti, ricordate che l'adolescenza è il tempo in cui si è onnipotenti (per gli antichi persiani, gli dei avevano 16 anni, l'età eterna).
Scusate il tono di questo articolo, ma seguo il consiglio della mamma di Sergio e di Sergio a me: non voglio vergognarmi di questo sentimento che illanguidisce, non devo nasconderlo. Lo condivido.
È Natale. Auguri a tutti da noi de LaC

Giornalista
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