Quirinale

Giorgio Napolitano rieletto presidente: la prima riconferma della storia repubblicana

Il Parlamento non riesce a trovare un accordo sul successore. A creare il caos le divisioni Pd: vengono bruciate le candidature di Marini e Prodi. Bersani e la segreteria dem si dimettono e il centrodestra chiede di restare al Capo dello Stato, che il 20 aprile 2013 viene rieletto con 738 voti al sesto scrutinio

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di Pasquale Motta
25 gennaio 2022
16:49
Berlusconi e Napolitano
Berlusconi e Napolitano

Per tutto il suo settennato Giorgio Napolitano avrà il cruccio della sua funzione super partes. La ragione è chiara. A differenza dell’elezione del suo immediato predecessore, Carlo Azeglio Ciampi, avvenuta al primo scrutinio con una votazione trasversale, quasi plebiscitaria, quella di Napolitano si svolgeva nella scia di un risultato elettorale che aveva spaccato in due il Paese e aveva suscitato aspre polemiche.

La Presidenza Napolitano, la caduta di Berlusconi e l’ascesa di Monti

Dopo un paio di giorni di sterili trattative dietro le quinte nella vana ricerca di un accordo con l’opposizione, l’Unione – vincitrice della prova elettorale per soli 24.577 voti (risultato peraltro contestato dal centro-destra) – decideva di puntare su un proprio candidato per il Colle. L’atmosfera di rissa permanente tra i due poli contrapposti lo turba e lo allarma. Anche perché essa – oltre a rappresentare il principale ostacolo all’avvio di una stagione riformista – costituisce un terreno fertile per allontanare i cittadini dalla politica ovvero per favorire il radicamento del sentimento dell’antipolitica: il rifiuto, sovente demagogico e qualunquistico, per tutto ciò che, in qualche modo, le istituzioni democratiche rappresentano. Un sentimento alimentato dalle campagne giornalistiche contro i privilegi (veri e presunti) della cosiddetta «casta» politica, cui il capo dello Stato risponde con severi richiami ai principi di etica e sobrietà che devono ispirare coloro che si dedicano alla cosa pubblica. Anche per tale ragione, Napolitano dà il buon esempio e introduce un regime di particolare parsimonia e oculatezza nella gestione della macchina del Quirinale, inducendo il segretario generale Marra a predisporre bilanci che, di anno in anno, producono un costante contenimento dei conti e una riduzione delle spese.


Ma quell’azione pressante di invito ad una minore rissosità nei confronti delle forze politiche – al di là di ogni encomiabile intento – non produce risultati apprezzabili. Lo stesso Napolitano ne prende atto. Riconosce che gli appelli alla ricerca di «limpide convergenze» su temi di grande rilievo per la vita e il futuro della democrazia restano purtroppo inascoltati. Anche a causa di «radicate conflittualità soggettive» e di «pesanti condizionamenti oggettivi», insiti in meccanismi elettorali, legislativi e regolamentari che nessuno vuole o è in grado di modificare, nonché per quell’eccessiva personalizzazione del dibattito politico che egli non manca di denunciare.

Ad un certo punto del mandato, il presidente cancella esplicitamente dal suo vocabolario la parola «dialogo», sostituendola con «confronto» o con altri termini di analogo significato, proprio per sottolineare il rischio di una reiterazione quasi rituale e declamatoria dei suoi appelli alla pacificazione tra forze politiche che invece continuano a insultarsi. L’inquietudine del capo dello Stato diventa ancora maggiore quando il processo di delegittimazione investe anche altri poteri istituzionali per effetto della guerra ad oltranza tra il governo Berlusconi e una parte della magistratura. Un conflitto che Napolitano tenta di arginare in tutti i modi, non mancando di stigmatizzare i violenti attacchi del premier contro i giudici, ma anche denunciando i tentativi del Csm – di cui è presidente – di travalicare i propri compiti e intervenendo direttamente per mettere fine alla «guerra» esplosa tra le procure di Salerno e Catanzaro nel dicembre 2008.

Dopo meno di due anni di mandato, anche per Napolitano – come per il suo predecessore – il quadro cambia con il ritorno al governo del centro-destra guidato da Silvio Berlusconi. Naturalmente, nelle sue funzioni istituzionali, il capo dello Stato è e deve restare estraneo ovvero pressoché indifferente al cambio delle maggioranze, essendo stato concepito dai costituenti il ruolo presidenziale proprio come supremo moderatore e garante di una corretta dialettica istituzionale al di fuori e al di sopra di ogni contesa politica. Napolitano esercita con imparzialità queste funzioni sia in occasione della prima crisi del governo Prodi (febbraio 2007), conclusasi con un rinvio alle Camere e con una rinnovata fiducia al gabinetto, sia in occasione della seconda crisi (gennaio 2008), destinata a sfociare nello scioglimento anticipato delle Camere. Anzi introduce una novità procedurale di trasparenza poiché in entrambe le circostanze, a conclusione delle consultazioni rituali al Quirinale, egli spiega pubblicamente, per iscritto, le ragioni delle proprie decisioni. Ma tutto ciò non significa certo che il capo dello Stato si rassegni al ruolo di un semplice notaio – «spettatore inerte e silenzioso» – di quanto avviene intorno a lui. Lo strumento di cui egli si serve ampiamente – secondo la prassi istituita per un certo periodo dal suo predecessore – è sempre quello della moral suasion, della «persuasione morale», soprattutto per consigliare discretamente al governo in carica di cambiare per tempo i provvedimenti, prima dell’approvazione definitiva da parte del Parlamento, onde modificare quei punti viziati d’incostituzionalità che provocherebbero la bocciatura del Quirinale. «È un esercizio assai arduo, anche perché solitario, necessariamente discreto ed esposto a diversi, spesso poco obiettivi apprezzamenti», confessa Napolitano. E spiegherà: «Si tratta di esercitare un’influenza senza entrare nel merito dei poteri e delle scelte che spettano soltanto al governo. Sono messaggi nella bottiglia. Poi io non sto a vedere su quali sponde arrivano».

Tuttavia le accortezze del Presidente per esercitare il suo ruolo senza troppi sconfinamenti durano poco. Il fai play tra il Quirinale e palazzo Chigi a trazione Berlusconi finisce molto presto e lo scontro diventa inevitabile, sia a causa del varo di alcuni leggi varate da Berlusconi per arginare il potere della magistratura, sia a causa di uno scontro di valori come il caso Englaro. L’attenzione prioritaria del Quirinale è rivolta al rispetto degli equilibri istituzionali e soprattutto al ruolo del Parlamento, che Napolitano considera «centrale» e «istituzione cardine della democrazia repubblicana», opponendosi a tutte quelle manovre politiche che rischiano di minarne il prestigio e l’autonomia. Ecco, infatti, che Napolitano interviene in varie circostanze per richiamare il governo al rispetto dell’attività parlamentare. «È di cruciale importanza – sostiene – che i rapporti tra governo e Parlamento si dispieghino in modo da consentire il più attento vaglio delle soluzioni legislative da adottare, specie quando si tratti di problemi particolarmente complessi». Contesta pubblicamente l’uso eccessivo ed arbitrario dello strumento della fiducia, che finisce per strozzare il dibattito parlamentare, e l’uso improprio dei decreti legge, distribuendo equamente i richiami sia ai governi di centro-sinistra che a quelli di centro-destra; anche se, nella primavera del 2010, lancia un vero e proprio ultimatum al governo Berlusconi in occasione della promulgazione di un decreto legge: «Basta, è l’ultima volta che promulgo decreti-omnibus», cioè decreti che vengono gonfiati a dismisura lungo l’iter parlamentare di nuove norme che violano l’articolo 77 della Costituzione in quanto prive dei requisiti di necessità e urgenza.

La crisi economica del 2008 arriva cambiare tutto il quadro politico internazionale e a mettere a rischio la tenuta socio-economica del paese e la tenuta delle istituzioni sovranazionali. La crisi – osservava il capo dello Stato – costituisce la prova che con il mondo globale dobbiamo fare i conti. Nessun paese e nessun continente può fare da solo. Nessun direttorio di 7/8 potenze economiche è in grado di assicurare lo sviluppo mondiale poiché sono entrati in scena nuovi protagonisti e il loro ruolo va pienamente riconosciuto. C’è da porre riparo alla crisi, c’è da rimuoverne le cause adottando, tra l’altro, un complesso di più esigenti regole e standard internazionali. La strada maestra – secondo il capo dello Stato – non è quella delle intese immediate e parziali, ma quella della riforma e del rafforzamento delle istituzioni internazionali e del sostegno ai processi d’integrazione su scala continentale e regionale. Il pensiero corre – neanche a dirlo – all’Europa chiamata a nuove, più ambiziose, responsabilità. Il presidente Napolitano diventa sempre più per tutte le cancellerie europee un punto di riferimento affidabile nel contesto di un indebolimento della figura del premier Berlusconi, fiaccato da numerose inchieste, dallo scontro con la Magistratura e da scandali e scandaletti rosa che ebbero il suo culmine nella vicenda Ruby e del “bunga bunga”. Giorgio Napolitano diventa suo malgrado il riferimento degli alleati oltre oceano. Nel maggio 2010, proprio mentre gli Stati Uniti e i paesi europei devono fronteggiare gli effetti della grave crisi finanziaria della Grecia e gli attacchi speculativi all’euro che minacciano anche il dollaro, Obama desidera conoscere direttamente l’opinione di Napolitano piuttosto che quella del premier. Viene organizzata a tempo di record una visita di lavoro a Washington del capo dello Stato, che illustra le misure salva-euro e ribadisce l’importanza dei legami tra l’Unione europea e gli Stati Uniti. L’estate del 2011 fu drammatica. L'esplosione della crisi del debito al rischio di declassamento dell'Italia, dall'indebolimento del governo alla celebre lettera della Ue che impose al Paese la cura da cavallo anticrisi, fino al precipitare della situazione e l'autunno del Cavaliere, culminato con le dimissioni e la nascita del governo Monti. Un Esecutivo, quello guidato dall'ex commissario europeo, di cui durante quell'estate si parlava già ampiamente. Il 4 gennaio 2011 lo spread è a 173 punti. Il 30 dicembre arriverà a quota 528, con un incremento di 355 punti. I primi sei mesi dell'anno trascorreranno con un'altalena continua del differenziale tra i Btp e gli omologhi Bund tedeschi, termometro della fragilità non solo economica italiana.

A fine maggio, con i risultati del voto amministrativo, il Pdl e Berlusconi incassano una pesante batosta elettorale. Il Rubygate incalza il premier, e dall'opposizione si comincia ad auspicare un suo passo indietro. a luglio l'esplosione della crisi del debito e il battesimo dei Piigs, l'acronimo-beffa che raggruppa i Paesi in difficoltà (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna). Il mese di luglio si apre con lo spread a 225 punti. Sullo sfondo, c'è la scelta del successore di Mario Draghi al vertice di Bankitalia. Il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, interviene a lanciare un monito mentre un difficile Consiglio dei ministri è riunito per decidere sulla manovra e sul candidato: «Basta forzature politiche e contrapposizioni personali», è l'avviso che arriva dal Colle. Il 3 agosto lo spread supera la soglia dei 300 punti. Dal Financial Times, edizione londinese, arriva una nota di biasimo nei confronti di Tremonti che viene definito «un povero esempio per gli italiani, non indispensabile». Ma sarà l'edizione tedesca del Ft a lanciare ufficialmente Mario Monti come l'Anti-Berlusconi. Il Ft Deutschland non fa giri di parole e dice di vederlo bene come premier: «Asciutto, obiettivo, minuzioso, ligio alle regole e un po' rigido, Monti ha tutte le qualità che mancano a Berlusconi». L’epilogo è un siparietto tra l’allora presidente Francese Sarkozy e la cancelliera tedesca Angela Merkel,  il 23 ottobre lanciano l'ultimatum a Berlusconi: «Attui subito le misure per debito e crescita». Un video in cui Angela Merkel e Nicolas Sarkozy da Bruxelles rispondono alle domande dei giornalisti al termine di una riunione del Consiglio europeo fa il giro di web. Ai due leader viene chiesto se hanno fiducia nel premier italiano. La Merkel, leggermente imbarazzata, fa timidamente cenno di sì, ma subito dopo incrocia lo sguardo eloquente di Sarkozy ed entrambi scoppiano a ridere. È poi il presidente francese a spiegare: «Abbiamo fiducia nell'insieme delle autorità italiane, nelle istituzioni politiche, economiche e finanziarie del Paese». Il prestigio internazionale del governo italiano è ormai pari allo zero. È il 9 novembre e Napolitano nomina Monti senatore a vita. Soltanto il giorno prima, con il voto sul Rendiconto alla Camera, il premier capisce di non avere più la maggioranza assoluta. Tre giorni dopo, Silvio Berlusconi sale al Colle per dimettersi. Il 12 novembre, il Cav getta la spugna. Quel giorno Berlusconi e Monti si incontrano a Palazzo Chigi per un colloquio di 2 ore dedicato a fare il punto su programma e lista dei ministri. Il 16 novembre il presidente della Repubblica darà a Monti l'incarico di formare un governo tecnico. Lo spread scenderà a 368 punti il 6 dicembre. Su quei giorni il centrodestra e la stampa collegata costruirà negli anni successiva una narrazione complottistica supportata dalla denigrazione costante di Grillo e del Fatto Quotidiano in chiave anti Napolitano. E, tuttavia, la cronaca di quei drammatici giorni è chiara.

Mario Monti arriverà al capolinea a fine 2012: il Presidente del Consiglio dei ministri annunciava, infatti, che si sarebbe dimesso subito dopo l’approvazione della legge di stabilità e di bilancio ravvisando la causa delle dimissioni anticipate nel venir meno del sostegno da parte del principale partito di maggioranza, il Pdl. Quest’ultimo, aveva, reso noto – attraverso le dichiarazioni di voto dei rispettivi capigruppo di Camera e Senato, ribadite dal segretario del Pdl, Angelino Alfano di considerare conclusa l’esperienza del Governo Monti.

L’intricato contesto di «crisi multiple» alla fine del settennato

Il presidente Napolitano si trova quel punto a gestire una serie e concatenate matasse istituzionali: la scadenza del mandato presidenziale, le elezioni politiche, la gestione dell’ordinaria amministrazione del governo soprattutto in sede europea. Insomma un intricato contesto di «crisi multiple» nella fase terminale del settennato. Tutto ciò, nonostante sin dalla fine del 2012, il Presidente Napolitano, avesse – in diverse occasioni – espresso l’auspicio per un «percorso costruttivo e corretto sul piano istituzionale, nell’interesse del paese e della sua immagine internazionale» col quale accompagnare la fase terminale della XVI legislatura evitando elezioni anticipate, e benché si fosse dichiarato convinto che sarebbe spettato al successore il compito di formare il nuovo Governo con l’avvio della XVII legislatura, il precipitare degli eventi disattese ogni sua aspettativa. Le dimissioni del Presidente del Consiglio dei ministri, Mario Monti, nonché il successivo – quanto conseguente – scioglimento anticipato delle Camere , non solo portarono a far gravare su di lui la gestione delle consultazioni per il nuovo Governo, ma esposero la sua Presidenza a significative ed ulteriori sollecitazioni, accentuandone la centralità di ruolo, sia sul piano interno che internazionale. Sul fronte interno, il Capo dello Stato supportava, da un lato, la continuità istituzionale, dall’altro lato, l’efficienza/efficacia funzionale del dimissionario Esecutivo Monti. Il Presidente Napolitano ribadiva, fermamente, la necessità «che in sede europea, e nell’esercizio di ogni iniziativa possibile e necessaria specie per l’economia e l’occupazione, il governo conservasse la guida autorevole di Mario Monti fino all’insediamento del nuovo governo», diversamente – riteneva – ne sarebbero scaturiti «problemi istituzionali senza precedenti e di difficile soluzione»; sulla base di tali premesse “bloccava” la disponibilità di Mario Monti alla candidatura di Presidente del Senato.

Sempre sul fronte interno, il Presidente Napolitano intercedeva in ordine all’ormai risalente quanto difficile rapporto tra politica e magistratura. Nello specifico, in occasione dell’iniziativa preannunciata, poi ritirata, ma comunque spontaneamente realizzata, di una manifestazione politica del Pdl avanti al Palazzo di Giustizia di Milano, il Presidente Napolitano, dapprima riceveva, su richiesta, una delegazione del Partito, subito dopo diffondeva una nota con la quale richiamava al rispetto della dignità e del ruolo della magistratura e delle istituzioni politiche, attraverso un recupero del senso del limite e della misura. In ragione di tale dichiarazione, si trovava a dover smentire di aver voluto offrire, con simile iniziativa, uno «scudo» a chi imputato in procedimenti penali (Berlusconi). Sul fronte europeo, l’Unione manteneva una diretta interlocuzione con il Presidente Napolitano rinnovando pieno affidamento nelle sue capacità risolutive del complicato momento politico istituzionale italiano. Il Presidente, a sua volta, non mancava di proseguire nell’opera di tessitura dei «cordiali» rapporti con i partners europei, in modo da contribuire al recupero di fiducia e di credibilità verso il nostro Paese. La scadenza del mandato presidenziale dunque arrivava in questo drammatico contesto istituzionale e internazionale. A tutto ciò, si sovrapponeva l’intricato scenario politico-partitico venuto fuori dalle elezioni del 24-25 febbraio 2013, qualificato da frammentazione ed incomunicabilità tra diverse forze politiche, nonché dal progressivo dissolversi della capacità di tenuta di alcune di esse (plateale per il Pd, ma taluni segnali sintomatici di difficoltà di gestione interna provenivano anche dal M5s).

Il complicato scenario politico-partitico scaturito dalle elezioni del 24-25 febbraio 2013, «sparigliava» l’ordinato succedersi delle scadenze istituzionali, esponendo ad un ulteriore «stress test» il Presidente della Repubblica al volgere del termine del suo mandato. Da un lato, il settennato del Presidente Napolitano sarebbe cessato il 15 maggio 2013, pertanto, ai sensi dell’art. 85, c. 2, Cost., il Parlamento in seduta comune, integrato dai delegati regionali, doveva essere convocato trenta giorni prima dello scadere del termine. A ciò provvedeva la Presidente della Camera, on. Laura Boldrini, fissandone la data di riunione per la mattina di giovedì 18 aprile 2013.

Il Pd si sfracella sul Quirinale e brucia Marini e Prodi

Segue una fase convulsa sul piano politico. In sostanza Pier Luigi Bersani che aveva ricevuto un pre incarico di formazione del governo fallisce l’obiettivo di trovare un accordo con il M5s. Aree importanti del Pd cominciano a pensare ad un accordo con il Pdl e Scelta civica. L’ingorgo istituzionale dunque si incrocia con le difficoltà politiche della formazione del nuovo governo. Sulla base di tali premesse, la posizione del Pd in merito all’elezione del Capo dello Stato subiva un’evoluzione. Da una fase iniziale (anteriore alle consultazioni del Capo dello Stato e di Bersani per la formazione del nuovo Governo) in cui il Pd sembrava voler escludere ogni intesa con il Pdl per sostenere un proprio candidato (naturalmente, ciò si sarebbe potuto realizzare solo negli scrutini successivi al terzo) supportato dai centristi o dal M5S (ed in proposito erano circolati i nomi più disparati: Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky, Margherita Hack, Romano Prodi); ad una fase successiva (durante le consultazioni di Bersani) di apertura all’intesa col Pdl, ma su presupposti differenti che, nuovamente, denunciavano una spaccatura interna al Partito. Mentre per il segretario Bersani l’intesa con il Pdl era destinata a passare attraverso la strategia del c.d. doppio-binario, l’uno per la formazione del Governo, l’altro relativo ai temi istituzionali; per altra parte del Partito il binario doveva essere unico ed inclusivo – in ogni caso – di un’intesa con il Pdl. A differenza di quest’ultima posizione, Bersani, anche successivamente all’esito «non risolutivo» del pre-incarico, vedeva nella «partita» del Quirinale la porta che si sarebbe potuta aprire per uno scambio istituzionale: l’elezione alla massima carica di una persona gradita al centrodestra quale grimaldello strumentale ad ottenere il lasciapassare al Senato per l’ipotetico Governo di cambiamento, attraverso un’accorta tattica di astensioni ed uscite dall’aula dei senatori di Pdl (e Lega) . Il Pdl, dal canto suo, consapevole del fatto che candidati di marcata impronta di centrodestra (si facevano i nomi di Gianni Letta, Franco Frattini e Renato Schifani) non sarebbero mai stati accettati dall’avversario politico, si dichiarava disposto a scendere a patti col Pd, attestandosi sull’indicazione di indirizzo di un «moderato» per il Quirinale affinché il Pd procedesse ad avanzare le relative «offerte» in termini di nomi. Da qui la prima rosa di candidati, fatta circolare nel corso delle consultazioni di Bersani per la formazione del Governo (dal 22 marzo al 28 marzo 2013).

Nello specifico, trapelavano i nomi di Franco Marini, Sergio Mattarella e Pier Luigi Castagnetti, o – in subordine – l’opzione per una figura di caratura maggiormente istituzionale, quale quella di Pietro Grasso o Emma Bonino, oppure – in ulteriore subordine – una figura di natura ancor più «tecnica», quale quella di Anna Maria Cancellieri e di Giuseppe De Rita. Questa prima interlocuzione tra Pd e Pdl sull’elezione del Presidente della Repubblica non andava a buon fine riflettendo, con evidente simmetria, l’esito non risolutivo delle consultazioni di Pierluigi Bersani per la formazione del Governo. Il «nulla di fatto» trovava certificazione nella – provocatoria – proposta del Pdl di voler candidare Silvio Berlusconi o, al più concedere, Gianni Letta, per la Presidenza della Repubblica. Ad una settimana dall’inizio del voto, salva l’indiscrezione secondo cui Berlusconi aveva proposto l’elezione di Pierluigi Bersani al Quirinale, con l’esclusivo fine di ottenere il consenso all’ingresso del Pdl nell’Esecutivo, iniziavano – più realisticamente – ad emergere alcune proposte di candidati da parte del Pd. In particolare, la rosa di nomi che sembrava dotata di maggiori probabilità di riuscita includeva Franco Marini, Giuliano Amato e Massimo D’Alema. Alla fine l’ipotesi più realistica sembrava essere quella di Franco Marini. Anche se le maggiori lacerazioni sembravano essere tutte in casa Pd. Ed ecco arrivare una tempestiva quanto pubblica «scomunica» da parte di Matteo Renzi. Quale strascico politico della vicenda, la non elezione del Sindaco di Firenze tra i tre delegati regionali toscani da inviare al Parlamento in seduta comune veniva da quest’ultimo denunciata come ritorsione del Partito contro la sua diversa presa di posizione. In definitiva, la fluidità interna al Pd era tale che, a pochi giorni dal voto nel Parlamento in seduta comune, i pronostici davano l’esistenza di almeno ottanta «franchi tiratori» tra le file del Partito, a prescindere dal nome del candidato.

Tuttavia Marini avrebbe potuto contare –potenzialmente – su 836 voti, ottenuti sommando i 496 grandi elettori del centrosinistra, i 270 del centrodestra ed i 70 di Scelta Civica, che gli avrebbero consentito di superare senza difficoltà il quorum funzionale dei 2/3 dei componenti, pari a 672. Nella mattinata del 18 aprile 2013, le votazioni del Parlamento in seduta comune ratificavano l’implosione del centrosinistra. Franco Marini non raccoglieva certo gli oltre 800 voti potenzialmente a suo favore, attestandosi su soli 521 voti; Rodotà ne otteneva 240; Chiamparino 41; Prodi 14; Bonino 13; D’Alema 12; Napolitano 10; Finocchiaro 7; Cancellieri 2; Monti 2, le schede bianche erano 104 e quelle nulle 15. Dopo il fallimento della candidatura Marini, il Pd tenta la carta di Romano Prodi, confidando magari anche nel sostegno del M5s. Renzi si dichiara favorevole. L’unanimità interna al Partito sembrava ricostruita quando, nella consultazione intervenuta la mattina del 19 aprile 2013, i grandi elettori del centrosinistra approvavano per acclamazione la candidatura di Romano Prodi alla carica di Presidente della Repubblica senza nulla obiettare. Pdl e Lega, per protesta contro la scelta del Pd, decidevano di non partecipare alla votazione e di manifestare davanti a Montecitorio. Scelta civica si risolveva per far convergere i propri voti su Anna Maria Cancellieri, sia perché dubitava della tenuta del Pd sul nome di Prodi sia perché riteneva tale candidato troppo «divisivo»; il M5s confermava il proprio sostegno a Stefano Rodotà. Al quarto scrutinio (quando la maggioranza diventava assoluta e fissata a quota 504), Prodi otteneva 395 voti; Rodotà 213; Cancellieri 78; D’Alema 15; Marini 3; Napolitano 2, le schede bianche erano 15 e quelle nulle 4.

Le dimissioni di Bersani e il vertice Pd

I voti ottenuti da Prodi certificavano la significativa spaccatura del centrosinistra, infatti, su 496 grandi elettori riconducibili allo schieramento, mancavano all’appello ben 101 voti, parte dei quali andati a favore di Rodotà che, infatti, cumulava 50 preferenze in più rispetto al numero dei parlamentari appartenenti al M5s. Il gruppo di Sel, fiutando il terremoto che stava per scoppiare nel Pd e volendo evitare di essere conseguentemente ed ingiustamente tacciato di «tradimento», non solo si accordava per rendere riconoscibili i propri voti vergando le schede con «R. Prodi», ma lo confessava pubblicamente, così incrinando sia la libertà che la segretezza del voto individuale (ex art. 83, c.3, Cost.)84. I sospetti si volgevano allora contro i dalemiani, e gli ex popolari, e circolava, altresì, l’ipotesi che – essendo Romano Prodi un candidato supportato dal sindaco di Firenze – la non elezione avesse come bersaglio indiretto proprio quest’ultimo. Lo stesso Romano Prodi dichiarava di ritenere venute meno le condizioni per conservare la sua candidatura ed invitava chi lo aveva condotto a quella decisione ad assumersene ogni responsabilità. Quale contraccolpo della mancata elezione di Prodi, il segretario Bersani pre-annunciava che si sarebbe dimesso non appena intervenuta l’elezione del Capo dello Stato; si dimettevano, inoltre, la presidente del Pd, Rosy Bindi, e, successivamente, l’intera segreteria del Partito. Il caos regnava sovrano.

Il parlamento in ginocchio da Napolitano. Prima rielezione della storia

Tra le forze politiche, il Pdl non faceva mistero della preferenza per una ricandidatura del Presidente uscente. Non solo i quotidiani vicini al centrodestra auspicavano un bis per quest’ultimo, ma, altresì, secondo quanto riportato dagli organi di stampa, già nell’incontro del 12 marzo 2013 tra il Presidente Napolitano con i capigruppo di Camera e Senato del Pdl, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri, ed il segretario del Pdl, Angelino Alfano, sul tema delle vicende giudiziarie riguardanti Silvio Berlusconi, veniva – ufficiosamente – profilata la disponibilità di un voto compatto del Partito a favore del Presidente in carica. Analoga disponibilità veniva formalizzata nel corso dell’incontro del Presidente Napolitano con la delegazione del Pdl in sede di consultazioni per la formazione del nuovo Governo, il 21 marzo 2013, quale necessario risvolto della partecipazione ad un Esecutivo di larghe intese. Tuttavia, Giorgio Napolitano più volte aveva manifestato anche pubblicamente la sua volontà a non ricandidarsi. Il presidente aveva da poco preparato il proprio trasloco dalle stanze del Quirinale verso Palazzo Giustiniani e ribadito che sarebbe risultato «sbagliato fare marcia indietro». Tuttavia la drammatica situazione che si era venuta a creare costrinse tutte le forze politiche a rivolgere un disperato appello al Presidente a riconsiderare la sua scelta di non ricandidarsi. Alla fine Napolitano per senso di responsabilità accolse l’appello invitando le forze politiche a recuperare lo stesso spirito di responsabilità. Nel pomeriggio del 20 aprile 2013, al sesto scrutinio, il Presidente Napolitano otteneva 738 voti a favore, 217 voti erano per Rodotà, mentre le schede bianche erano 10 e quelle nulle 12. Su Napolitano convergevano, quindi, i voti di Pd, Pdl, Scelta civica e Lega, mentre su Rodotà quelli del M5S e di Sel. Era la prima volta nella storia repubblicana che un Capo dello Stato veniva rieletto realizzando così – come avrà modo di spiegare Napolitano nel discorso a Camere riunite del 22 aprile 2013 – «una scelta pienamente legittima, ma eccezionale».

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