Nico D'Ascola rimane in Ap: «Non mi muovo di un millimetro». E prosegue l'interlocuzione con il Pd

Il presidente della Commissione Giustizia convinto della bontà dell'azione di governo traccia un bilancio assai positivo di quanto fatto alla guida della Commissione

di Riccardo Tripepi
30 dicembre 2017
16:58

«Non mi muovo di un millimetro». Non usa giri di parole il presidente della Commissione Giustizia del Senato Nico D’Ascola, all’indomani del terremoto politico determinato in Alternativa Popolare dopo il clamoroso abbandono di Tonino Gentile.

 


«E’ una questione di coerenza politica. Capisco che ci possano essere cambiamenti magari perché determinati da insoddisfazioni o da accadimenti che mutino il proprio sentire politico. In assenza di tali accadimenti, credo che il politico abbia il dovere di rimanere dove si trova. E poi una rottura con una parte politica deve contenere anche una critica dotata di contenuti».

E in questo caso non è così?

«I dati dimostrano chiaramente che questo governo ha operato benissimo. Siamo passati da un meno 0,4% a un più 1,5% del Pil. Far cessare questa crescita virtuosa vuol dire assumersi una pesante responsabilità anche dal punto di vista sociale. Anche Standard & Poor’s ha riqualificato il rating del nostro Paese, e non accadeva da 30 anni. Un risultato frutto anche del buon lavoro svolto dal governo Gentiloni che è stato molto attento ai temi sociali e ai ceti medi che erano stati precedentemente penalizzati».

 

Rimane in Alternativa Popolare, dunque. Ma in Calabria che futuro immagina per il partito?

«Sto ricostituendo proprio in queste la rete di solidarietà e alleanze dopo l’uscita da questo nuovo soggetto politico del senatore Gentile e del senatore Aiello. E’ un’opera iniziata da poche ore, ma sto già constatando la disponibilità di tanti soggetti politici a far parte di questa nuova avventura politica che ci vede alleati con il Pd».

 

E’ lei dunque l’interlocutore con il Pd in Calabria?

«Prosegue il rapporto già cominciato con il coordinatore regionale Magorno attraverso intese serie assunte da persone responsabili. Le ripeto, è stata appena avvita un’opera di ricostruzione che conto al più presto di presentare pubblicamente. A prescindere dagli uomini, va avanti l’idea di un partito di centro in grado di mettere insieme le forze moderate in grado di dare risposte a una domanda che c’è nella società calabrese che vuole affidarsi ad una compagine moderata in grado di rispondere alle esigenze di sicurezza e di ordine sociale che vedono la Calabria in condizione di marginalizzazione».

 

Cosa servirebbe alla Regione per uscire dalla marginalizzazione che descrive?

«Ci sono sicuramente alcuni temi centrali, primo tra tutti quello delle infrastrutture. Senza infrastrutture non c’è crescita economica. Poi occorre investire in tecnologia e cultura. Penso un po’ agli ottimi risultati ottenuti al Dipartimento della Università Mediterranea in cui insegno che è diventato d’eccellenza a livello nazionale. Vuol dire che anche partendo dalla Calabria è possibile diventare punto di riferimento a livello nazionale e europeo. Naturalmente occorre poi proseguire con gli investimenti sul porto di Gioia Tauro continuando quanto già fatto dal governo con la Zes. Infine serve ridisegnare un sistema sanitario all’altezza di una Regione moderna uscendo da logiche clientelari ed operando nel solo interesse dei cittadini».

 

Sarà candidato alle prossime politiche per provare a raggiungere questi obiettivi?

«Sono pronto a candidarmi in un contesto adeguato. Dovesse arrivare una proposta valida sono pronto a mettermi al servizio sei calabresi e dell’Italia».

 

E’ stato alla guida della Commissione Giustizia del Senato. Un incarico assai delicato e prestigioso. Che bilancio traccia al termine della legislatura?

«Il bilancio è estremamente positivo non solo sul piano della quantità dei testi legislativi prodotti, ma anche sul piano della qualità e soprattutto dei settori rispetto ai quali siamo intervenuti. Siamo riusciti a sbloccare questioni che erano irrisolte da 20 anni, a causa dei mancati accordi politici e dei veti incrociati. E’ il caso, ad esempio, del testo regolativo delle intercettazioni telefoniche e ambientali. Senza depotenziare i poteri di intervento degli Uffici della Procura, siamo riusciti a tutelare la privacy dei soggetti del tutto estranei alle indagini. Il testo, anzi, parte dall’assunto che più aumentano i poteri di intrusione e invasività delle intercettazioni, più devono aumentare le tutele alla riservatezza della persona non soggetta a indagine che spesso si sono trovate al centro di indiscrezioni mediatiche che ne hanno sconvolto la vita privata. E senza nessun vantaggio di natura investigativa. Voglio ricordare poi il testo di legge sulla responsabilità civile dei magistrati, quello sulla tutela dei testimoni di giustizia che non sono collaboratori, ma cittadini che spontaneamente hanno contribuito alle indagini e che hanno spesso subito gravi ripercussioni sulle loro condizioni economiche e relazionali, subendo danni enormi. Siamo, inoltre, riusciti a mettere a punto la legge sulla tutela degli orfani dei crimini domestici, anche in seguito all’aumento dei delitti di femminicidio. Si tratta di quei bambini che restavano privi della madre o del padre in quanto persona offesa del delitto di sangue e dell’altro genitore perché in carcere in quanto autore del delitto. Un’ottima riforma è stata anche quella del diritto fallimentare, ancora regolato da una legge del 1942. Si tratta di una riforma straordinaria: scompare il termine fallimento e la procedura liquidatoria diventa una procedura estremamente rara. Una normativa che tutela l’economia sana e gli imprenditori onesti fino all’ultimo momento. Una legge che è stata apprezzata dalle Associazioni degli imprenditori, dalle banche e anche dall’Unione Europea».

 

Alla fine siete riusciti anche da approvare delle sostanziali modifiche al Codice Antimafia.

«E’ una riforma molto importante. L’obiettivo della legge, ma vorrei dire quello della Commissione, è stato il seguente: rovesciare la percezione secondo cui l’intervento dello Stato sui patrimoni della mafia aveva un effetto liquidatorio, mentre i soggetti criminali che prima li gestivano garantivano il lavoro. Abbiamo ribaltato l’ideologia della legislazione: lo Stato che interviene su un patrimonio aziendale deve vedere in esso un’opportunità di natura economica. Le Amministrazioni giudiziarie dovranno caratterizzarsi per una forte componente imprenditoriale che sia in grado di sfruttare al meglio i beni sottratti alla criminalità. Un obiettivo che abbiamo provato a raggiungere attraverso diversi strumenti. In particolare l’Agenzia dei beni confiscati diventerà una sorta di Gepi che aiutava le aziende in dissesto a rimettersi nel mercato. Sganciamo cioè le Amministrazioni giudiziarie da logiche liquidatorie ponendo accanto agli amministratori dei funzionari dell’Agenzia dei beni confiscati appositamente formati per far restare sul mercato le aziende e tutelare i posti di lavoro. Non più dunque amministratori come professionisti privati, ma amministratori funzionari dello Stato e altamente formati nel settore».

 

Rimane invece in cantiere la riforma della legge sullo scioglimento dei Comuni per infiltrazioni mafiose. Un testo che non funziona e che tanto sta facendo discutere la Calabria. Come dovrebbe cambiare?

«Intanto deve cambiare il risultato: si deve evitare che il cittadino del Comune sciolto per mafia diventi la vera vittima. Poi è evidente che manca nella legge una sanzione intermedia rispetto allo scioglimento. Nei casi più incerti o lievi si dovrebbe affiancare all’Amministrazione un funzionario della Prefettura per una sorta di amministrazione controllata. Dovrebbe poi essere introdotto un maggior livello di contraddittorio che aumenti il volume delle informazioni a disposizione delle Commissioni d’accesso. Occorre poi che i Commissari una volta nominati siano in grado di fornire un’amministrazione adeguata e siano presenti sul territorio con costanza e non una o due volte alla settimana».

 

Riccardo Tripepi

Giornalista
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