Il dramma di Tita Buccafusca, donna e mamma che sfidò la 'ndrangheta per amore del figlio

VIDEO | Moglie di Pantaleone Mancuso, con in braccio il figlioletto si recò dai carabinieri decisa a collaborare con la giustizia. Poi la marcia indietro e il tragico epilogo un mese dopo. La sua storia ripercorsa dal procuratore Manzini nel corso dell'ultima puntata del format Rinascita Scott in onda su LaC Tv (ASCOLTA L'AUDIO)

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di Redazione
13 giugno 2021
07:14

Tita Buccafusca. La sua è una storia dall'epilogo tragico. È la storia di una donna, di una mamma che per amore del figlio decide di voltare pagina, di provare a costruire un futuro diverso per lei e per il suo bambino.

Moglie di un boss, Tita è sposata con Pantaleone Mancuso detto Scarpuni, una delle figure apicali dell'omonima cosca vibonese.


A ripercorrere la storia drammatica di Tita Buccafusca è stato il procuratore aggiunto di Cosenza Marisa Manzini nel corso dell'ultima puntata di Rinascita Scott - Il maxiprocesso alla 'ndrangheta, il format condotto da Pino Aprile e Pietro Comito in onda su LaC Tv ogni giovedì alle 21.30.

«È una storia che non dimenticherò mai - racconta Marisa Manzini con la voce rotta dall'emozione -.Tita Buccafusca inizialmente si mostrava come donna di 'ndrangheta, nel periodo di detenzione del compagno era pronta a recarsi in carcere e mettersi in disposizione, si era prestata a intestarsi beni e che cambia nel momento in cui diventa madre di un bambino che sa avrà un futuro segnato.

Fa la scelta di recarsi dai carabinieri e afferma di voler iniziare una collaborazione, segue una grandissima tensione interna, chiede tempo per meditare e chiede di essere riaccompagnata nella sua abitazione. Il ritorno si conclude dopo un mese con il suicidio. È una storia tragica che però fa riflettere sui cambiamenti interni alle famiglie di 'ndrangheta, sulla possibilità di puntare su una donna che potrebbe diventare un momento di fragilità delle famiglie 'ndranghetiste».

Tita sognava la libertà per il suo bambino

Santa (per tutti Tita) Buccafusca è morta il 18 aprile del 2011 all’ospedale di Reggio Calabria dove era stata ricoverata due giorni prima per aver ingerito acido muriatico nella sua casa di Nicotera Marina. 

Era la mattina del 14 marzo 2011 quando Tita, con in braccio il suo bambino, chiese riparo alla Stazione carabinieri di Nicotera Marina. Due giorni prima, a San Calogero, era stato assassinato il supernarcos Vincenzo Barbieri, il re della cocaina importata dai cartelli sudamericani.  Tita, bussando ai carabinieri, disse: «Si ammazzano come cani…». E poi: «Andate a casa e prendete il Pc prima che sparisce…».

I carabinieri la trasferirono nella sede del Comando provinciale di Catanzaro. Tita, nel suo atto di ribellione, telefonò al marito, a cui disse che non si sarebbero più rivisti, che lei collaborava con la giustizia e che lui doveva fare altrettanto. Tita non firmò però il verbale. E non firmò neppure il giorno dopo.

Furono chiamati così la sorella e il cognato, che a sera ormai inoltrata del 15 marzo 2011 arrivarono a Catanzaro per prendere Tita e riportarla a casa dal marito, Pantaleone Mancuso.

Fu lo stesso Pantaleone Mancuso che un mese dopo, il 16 aprile, bussò ai carabinieri di Nicotera Marina spiegando che la moglie aveva ingerito acido muriatico. Una morte sulla quale la Dda ha aperto un'inchiesta poi archiviata senza sciogliere un enigma: Poteva Tita ingerire volontariamente una consistente quantità di acido muriatico?

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