Il maxiprocesso alla ’ndrangheta

Rinascita Scott, dai piani di morte al controllo del territorio: Arena racconta l’espansione dei Pardea-Ranisi

Il pm Frustaci ritorna sulla posizione di Mommo Macrì. E sugli attentati alla Bartolini: «C’erano gli interessi dei Bellocco e di Ciccio Mancuso. Per risolvere la cosa intervenne Luigi Mancuso»

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di Pietro Comito
4 agosto 2021
13:13

Gli emergenti del rinato gruppo dei Pardea-Camillò-Macrì volevano decapitare i vertici dei Lo Bianco-Barba: «Vincenzo Barba, Paolino Lo Bianco, Filippo Catania, Carmelo D’Andrea – racconta il collaboratore di giustizia Bartolomeo Arena –. I diversi componenti del mio gruppo, ovvero Francesco Antonio Pardea, Salvatore Morelli, Domenico Macrì, avevano tutti un loro obiettivo, per interessi propri». Il dichiarante, nella prosecuzione dell’esame condotto dal pm antimafia Anna Maria Frustaci al maxiprocesso Rinascita Scott, spiega come minimo comune denominatore tra i diversi desideri di sangue era l’avversione per «i Lo Bianco-Barba che rimanevano legati ai Mancuso. Noi però sapevamo – aggiunge Bartolomeo Arena – che una volta eliminati e preso il potere noi, i Mancuso si sarebbero non sarebbero intervenuti in loro difesa ma si sarebbero schierati con la nostra fazione perché vincente».

Bartolomeo Arena, a questo punto, ritorna specificamente sulla posizione di Mommo Macrì, sul quale si era già soffermato nell’udienza di ieri: «Tra le persone che voleva uccidere c’erano anche Rosario Pugliese detto Cassarola” e Carmelo Lo Bianco detto “u Niru”». Macrì viene descritto da Arena come un personaggio pericolosissimo, sadico ed esaltato: «Era il tipo che l’estorsione la doveva consumare attraverso un attentato solo perché il giorno dopo doveva leggerlo sul giornale, consapevole che quello che era successo è successo perché lui ne era il mandante».


Il pm Anna Maria Frustaci approfondisce molti aspetti non del tutto esplorati e relativi ai racconti sulle sparatorie a scopo intimidatorio ordinate da Macrì nella zona industriale di Vibo Valentia. A sparare, in particolare, fu Filippo Orecchio, mentre l’aggressione alle aziende di quell’area sarebbe stata figlia di un’intesa tra lo stesso Macrì e Peppone Accorinti, boss di Zungri.

«Quella zona era da sempre sotto il controllo di Turi Sorrentino, che operava in accordo con Saverio Razionale. Quella – dice Arena – era un’area oggetto dell’interesse di più cosche, perché molto appetitosa che, spesso, si federavano. Sapevamo, in particolare, che alla Bartolini erano interessati la famiglia Bellocco di Rosarno e Francesco Mancuso detto “Tabacco”, che aveva persone vicino a lui che vi lavoravano. Io so che alla fine la situazione si risolse grazie all’intervento di Luigi Mancuso. Sapevo, grazie a Francesco Antonio Pardea, che c’erano degli interessi pregressi sulla Bartolini, dei Bellocco e di Ciccio Mancuso, a livello economico. Quando sono aziende grosse si preferisce investire e riciclare, anche perché in caso di estorsione non sai se un domani ti possono denunciare. Diversamente, se ci ricicli soldi, l’imprenditore lo hai in pugno, perché è complice nel reato».

Tra i partner criminali di Mommo Macrì, «anche Leone Soriano che – rammenta Arena – doveva uccidere per nostro conto Rosario Pugliese mentre noi dovevamo eliminare Peppone Accorinti. Poi ci fu l’operazione Nemea, che fu uno sgambetto serio subito dai Soriano. Nemea scombinò diversi piani, anche omicidiari, che interessavano il Vibonese. Successivamente Macrì si avvicinò, appunto, a Peppone Accorinti».

Giornalista
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