La riflessione

La ferocia giudiziaria della sentenza Lucano contrasta con la “giustizia carità” del giudice Livatino

La missione che l’ex sindaco di Riace ha svolto in una terra difficile come la Calabria dovrebbe essere valutata senza contrapposizione ideologiche. Invece si è aperto il solito teatrino del garantismo a corrente alternata

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1 ottobre 2021
15:17
A sinistra il giudice Rosario Livatino, a destra Mimmo Lucano
A sinistra il giudice Rosario Livatino, a destra Mimmo Lucano

Associazione a delinquere, abuso d’ufficio, truffa, concussione, peculato, turbativa d’asta, falsità ideologica e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Secondo i giudici del Tribunale di Locri, Mimmo Lucano è un mostro. Se non lo è poco ci manca. Ora per carità, non siamo giuristi, ma la severità di questa condanna risulta stonata.

Il collega Consolato Minniti ieri ci ha spiegato tecnicamente come avrebbero determinato le pene i giudici di Locri, e giustamente ha fatto un inciso prima di scendere nei dettagli: non tenere “conto del fattore umano e della figura rappresentata da Lucano per tantissime persone”. Formalmente non fa una piega. E, tuttavia, il processo non dovrebbe prescindere dal fattore umano. E cioè, dalla storia e dalle finalità che hanno determinato le azioni giudicate del presunto “reo”. Un processo che non tenga conto di ciò, è un processo disumanizzato. E il processo disumanizzato, la giustizia disumanizzata, diventa altro.


Il giudice Rosario Livatino, trucidato dalla mafia 31 anni fa, inquadrava il ruolo di magistrato entro questa prospettiva: «L’attività giurisdizionale – il compito di giudicare, in quanto esercizio di autorità mette alla prova chi è chiamato a compierlo. Lo sfida ad uno sforzo quotidiano e non per questo meno nobile, meno difficile, di umanizzazione del potere». Per il giudice Livatino «lo stare da credenti (credibili) nelle istituzioni, ed in particolare nella magistratura, significa essere capaci di uno scatto ulteriore in questo compito, che è di chiunque porti la toga, di umanizzare il potere: lo scatto, cioè, che deriva dal vivere immersi in un dialogo fra giustizia e carità - ossia amore. «Il Cristo – scrive Livatino – non ha mai detto che soprattutto bisogna essere “giusti”, anche se in molteplici occasioni ha esaltato la virtù della giustizia. Egli ha invece elevato il comandamento della carità a norma obbligatoria di condotta perché è proprio questo salto di qualità che connota il cristiano […] Su questo piano, per il cristiano, qualunque rapporto si risolve ed alla fine giustizia e carità combaciano, non soltanto nelle sfere ma anche nell'impulso virtuale e perfino nelle idealità».

Alla luce delle riflessioni del giudice Livatino, domanda sorge spontanea: nella valutazione dei reati contestati a Mimmo Lucano, giustizia e carità hanno combaciato? C’è da augurarsi che nei prossimi gradi di giudizio questi concetti tornino ad illuminare la valutazione dei magistrati.

La politica e la sentenza

In queste ore, i tanti Ponzio Pilato che pontificano nella nostra penisola dalle alpi alla Sicilia su questa condanna, hanno esordito con la solita litania: ”Le sentenze non si commentano ma si rispettano”. Un’affermazione ipocrita. Le sentenze si rispettano in forza della legge, e su questo non c’è dubbio, ma non è scritto da nessuna parte che non si commentano. Le sentenze si commentano eccome, se si commentano. Altrimenti per quali motivi vengono pubblicate? In una democrazia funziona così. La sentenza su Lucano è una sentenza ingiusta. E non c’è bisogno di aspettare le motivazioni per poterlo affermare.

Mimmo Lucano si è occupato degli ultimi di questa terra. E questo è un fatto. Mimmo Lucano è rimasto povero. E questo è un fatto. Chi ha visitato Riace ed è venuto a contatto con quel modello sa bene di cosa parlo. Lucano ha dedicato la vita a prendersi cura di gente disperata, donne, uomini, bambini provenienti da luoghi devastati da guerre, carestie, dittature feroci. Stati, nazioni, regioni, distrutte da politiche internazionali imperialiste, ciniche e spregiudicate. La missione che Lucano ha svolto, in una terra difficile e con i suoi problemi come la Calabria, dovrebbe essere valutata scevra da condizionamenti politici e da contrapposizioni ideologiche.

Dovrebbe essere considerata patrimonio sociale del nostro paese. E, invece, purtroppo, in questo “bel Paese” tutto ciò, è impossibile. Il teatrino delle risse politico-mediatiche-giudiziarie inghiotte tutto. Tutto deve essere buttato in caciara. Tutto deve essere ricondotto alla contrapposizione tra fazioni partitiche. Il leghismo di Salvini ha certamente esasperato questo vecchio vizio, che risale ai tempi dei guelfi e ghibellini, ma con onestà intellettuale, bisogna dire che anche il grillismo, il travaglismo e una certa sinistra forcaiola hanno fatto danni altrettanto gravi, con prese di posizione spesso speculari agli schieramenti. E tutto ciò, è avvenuto con il relativo carrozzone di giornalisti, network mediatici e culturali al seguito dei rispettivi schieramenti. Il modello Riace, creato da Lucano, idealista di sinistra finisce sotto il fuoco incrociato dei rispettivi schieramenti.

Paradossalmente è stato utilizzato dalla sinistra contro la destra e viceversa. È stato esaltato e demonizzato. Intorno all’esperienza di accoglienza del piccolo paese reggino si è infiammato lo scontro tra i partiti, tra le correnti, tra testate giornalistiche e tra personaggi e personalità trasversali agli schieramenti. Il risultato? L’accoglienza invece di essere considerata un valore è diventata una gara vergognosa tra chi è a favore dei migranti e chi è contro.

I poteri forti disturbati da Lucano?

Mimmo Lucano ha dovuto difendere il modello di accoglienza che aveva costruito dentro questo contesto infuocato. Ha parlato sempre con libertà. Ha criticato, denunciato e messo in discussione i santuari e i sepolcri imbiancati della politica, della burocrazia, delle Prefetture con tutto quello che intorno a questi poteri si muoveva. Nonostante ciò, la sua popolarità cresceva, e alla sua piccola Riace ogni giorno arrivavano influencer politici e culturali tra i più importanti al mondo, al punto che, nel 2016, Lucano fu citato dalla rivista Fortune tra le 50 personalità più influenti del pianeta. E qui, molto probabilmente, sono incominciati i suoi guai. Dalla Prefettura di Reggio Calabria venne inviato un ispettore, che dopo qualche giorno trascorso a Riace compilò una relazione negativa.

Nella relazione l’ispettore evidenziava soprattutto «criticità per gli aspetti amministrativi e organizzativi». La stessa Prefettura cambiò poi il giudizio, quando in seguito arrivarono altre due relazioni, ma questa volta positive. Nel 2017 però la Procura di Locri iscrisse Lucano nel registro degli indagati per abuso d’ufficio, concussione e truffa aggravata. Il primo siluro politico tuttavia, Mimmo Lucano non lo ricevette da Matteo Salvini, ma bensì da Marco Minniti del Partito democratico, che nel 2017 guidava il ministero dell’Interno.

Minniti escluse Riace dai finanziamenti statali per il mantenimento del sistema d’accoglienza. A Minniti dal primo giugno 2018 subentrò Salvini. Lucano fu arrestato il 2 ottobre 2018 e messo agli arresti domiciliari. Il 3 ottobre 2018 Lucano venne sospeso dalla carica di sindaco. Due settimane dopo il Tribunale del riesame annullò l’ordine di custodia ed emise il divieto di soggiorno a Riace, a sua volta annullato dalla Cassazione nel febbraio del 2019. Il Tribunale di Locri applicò la decisione soltanto sette mesi dopo. L’11 aprile 2019 l’ex sindaco venne rinviato a giudizio. Il resto è storia di ieri.

Poche ore fa, Mimmo Lucano, tuttavia in un’intervista a Carlo Macrì del Corriere della Sera, in maniera neanche tanto celata - ha affermato - che dietro il processo si nascondono manovre poco chiare. Secondo l’ex sindaco, infatti, «Un magistrato molto importante, un politico di razza, hanno dall’inizio cercato di offuscare la mia immagine, il mio impegno verso gli immigrati, i più deboli». Le dichiarazioni di Lucano potrebbero aprire nei prossimi giorni una discussione molto forte sui media, sempre che quest’ultimi non decidano di autocensurarsi. Comunque sia, quella di Lucano rimane una storia giudiziaria controversa, la cui parola fine potrà scriverla molto probabilmente solo la cassazione. In mezzo a tutto ciò, manifestazioni, mobilitazioni in tutto il Paese a sostegno della esperienza di accoglienza. Sacerdoti, uomini di spettacolo, cultura, singoli cittadini hanno sempre fatto sentire la propria vicinanza a Mimmo Lucano.

Il doppiopesismo di destra e sinistra

Quello che invece non cessa mai, è lo scontro, e soprattutto il garantismo a corrente alternata di alcuni leader politici. Questa volta è stata la volta di Matteo Salvini e Nino Spirlì. Per i due leghisti, Mimmo Lucano è già un “truffatore”, condannato ancor prima della fine dell’iter processuale dei tre gradi di giudizio. La presunzione d’innocenza fatta a pezzi. È probabile che per i due leader leghisti, l’occasione sia stata ghiotta per tentare di spostare l’attenzione della vicenda Morise, l’ex addetto alla comunicazione di Salvini coinvolto in un scandalo a causa di un festino a base di sesso e droga, e che in questo momento campeggia su tutti maggiori quotidiani, caso sfruttato dalla sinistra in chiave anti leghista.

Indubbiamente la scivolata di Salvini e Spirlì è stata eccessiva. Sulla presa di posizione di Salvini, non si può non essere d’accordo con il direttore del Riformista, Piero Sansonetti, il quale, rivolto a leader leghista scrive: “Possibile che non si renda conto che la situazione di Lucano è esattamente speculare alla sua? Ci sono dei magistrati che vogliono condannare Salvini per sequestro di persona perché pensano che tocca a loro, e non al ministro, decidere chi può sbarcare e chi no in Italia. Poi ci sono degli altri magistrati che vogliono sbattere in prigione Mimmo Lucano fino al 2034 perché anche loro pensano di avere il diritto di decidere se e come un Comune possa fare accoglienza e quanta ne possa fare”.  La caduta di stile e la cafonata di Spirlì sulla sentenza Lucano, come evidenziava Sansonetti, non solo contrasta (o smentisce) l’immagine di un partito che si definisce garantista e che sostiene i referendum sulla giustizia, ma conferma che in questo paese, a destra come a sinistra, c'è il garantismo e c'è la sua imitazione menzognera.

L’esperienza di Mimmo Lucano dovrebbe essere valutata al di sopra delle miserabili beghe politiche che stanno devastando questo paese e che hanno squilibrato, forse irrimediabilmente l’equilibrio tra i poteri. L’accoglienza dovrebbe essere un valore condiviso da tutti. Cosi come dovrebbe essere un valore condiviso l’esigenza di pretendere una giustizia degna di un paese civile. Un ragionamento che dovrebbe valere per la destra di Salvini, che non può pensare che la giustizia sia sbagliata e politicizzata quando viene indagato qualche esponente della lega e diventa, invece, infallibile quando colpisce un avversario politico. Stesso ragionamento vale per la sinistra, soprattutto quella più forcaiola, che grida alla congiura per le assoluzioni al processo sulla presunta trattiva “Stato-Mafia” e, contemporaneamente, grida allo scandalo per le condanne di Mimmo Lucano e di Niki Vendola qualche mese fa. Lo stesso Vendola, tra l’altro, si accorge sulla propria pelle che «serve una bonifica della giustizia», come ha sostenuto pochi minuti dopo la sua condanna a tre anni e mezzo, per concorso in concussione aggravata per la vicenda Ilva.

Affermazione certamente condivisibile quella dell’ex Presidente della Puglia e tuttavia, poco credibile, se colui che l’ha pronunciata fa parte di uno dei tanti esponenti di quella sinistra che si portano dietro una militanza giustizialista rivendicata con orgoglio. I giustizialisti alla Nichi Vendola (in Italia appassionatamente riuniti sotto l’ombrello del Fatto Quotidiano) infatti, sono gli stessi che auspicavano sino a non molto tempo fa la nascita di un partito dei giudici e che ritenevano nient’altro che un’infamia gli eccessi insiti nel circuito mediatico-giudiziario. Ecco, forse sarebbe il caso, che questa sinistra facesse mea culpa per aver sostenuto certe posizioni assolutamente orride, almeno quanto quelle sostenute dai leghisti di Salvini e Spirlì in queste ore sulla sentenza Lucano.

«Lucano vive in povertà. Sentenza lunare»

Tornando alla vicenda e al processo Lucano, come dicevamo sopra, l’accusa formulata contro l’ex sindaco di Riace contrasta con la realtà, con la missione che l’ex primo cittadino riacese, ha portato avanti per anni. Una missione umanitaria. Una missione che ha riscattato e riscatta i crimini economici dei paesi occidentali verso quei paesi del terzo e quarto mondo e dai quali fuggivano i disperati accolti Mimmo Lucano. Disperati, ai quali, questo umile idealista, ha cercato di dare una speranza in uno sperduto centro della dimenticata Calabria. Ha ragione Giuliano Pisapia, difensore di Lucano e fine giurista, già sindaco di Milano e parlamentare della sinistra. Un garantista convinto. Le sue parole rimbombano nell’aula del Tribunale di Locri: «Mimmo Lucano è estraneo alle accuse contestate, ontologicamente incapace di agire per guadagno anche solo politico, come dimostrano le numerose proposte di candidatura rifiutate. Anzi, ha agito come fedele rappresentante dello Stato e interprete della Costituzione quando lo Stato era assente e incapace di dare assistenza e riparo ai profughi che a centinaia sbarcavano sulle coste calabresi durante l’emergenza Mediterraneo. Se da sindaco è andato oltre le sue facoltà non è stato certo per il potere, ma perché ci credeva ed era giusto, perché lo chiede la nostra Costituzione».

Un giudizio quello di Pisapia che ribadisce, successivamente, nel commento alla sentenza del Tribunale di Locri. «Una sentenza lunare e una condanna esorbitante che contrastano totalmente con le evidenze processuali: oltre tredici anni di carcere  per un uomo come Mimmo Lucano che vive in povertà e che non ha avuto alcun vantaggio patrimoniale e non patrimoniale dalla sua azione di sindaco di Riace e, come è emerso nel corso del processo si è sempre impegnato per la sua comunità e per l’accoglienza e l’integrazione di bambini, donne e uomini che sono arrivati nel nostro Paese per scappare dalle guerra, dalle torture e dalla fame».

Oggi non ci rimane che l’amara constatazione della mia collega Francesca Lagatta che da suo profilo social ci faceva amaramente notare che “i 13 anni e due mesi di carcere a Mimmo Lucano sono 5 in più di quanti ne ha chiesti il Pm. 5 in più di quanti ne hanno inflitti all'automobilista che fece una strage di ciclisti a Lamezia, uccidendone otto.  5 in più di quanti ne hanno inflitti in primo grado al boss di 'ndrangheta Franco Muto.  La metà di quelli inflitti all'autore della strage di Buonvicino, l'ex carabiniere che uccise a sangue freddo sei persone, tra cui una bimba di 11 anni, perché la moglie aveva chiesto il divorzio.  Due mesi in più di quanto hanno inflitto in Appello a due carabinieri accusati di avere picchiato a morte Stefano Cucchi. A pensarci vengono i brividi”.

Se, come sosteneva, il beato giudice Rosario Livatino, che era tra l’altro un fine giurista, oltre che uomo di fede, “giustizia e carità combaciano”, nel tribunale di Locri, evidentemente, la carità di cui parlava il “giudice ragazzino", non solo non ha combaciato, ma si è tenuta distante, forse si è dissolta per sempre.

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