VIDEO | Il ricercatore del Cnr-Geo di Rende ha studiato lunghe serie storiche di piogge e temperature, osservando come il territorio si stia trasformando sempre più velocemente, tra caldo, siccità ed eventi alluvionali: «Non bastano gli interventi tampone, servono azioni strutturali»
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Una tesi di dottorato nel 2009, poi anni di ricerca dedicati al clima e agli eventi estremi. «Una passione» dice Tommaso Caloiero. Un po’ come quelle che fanno capolino dalle pareti del suo studio, nella sede del Cnr di Rende. E che raccontano un po’ anche dell’uomo dietro allo studioso. Da una parte la copertina di Animals dei Pink Floyd, con l’iconica Battersea Power Station, dall’altra i robot di Go Nagai. Immagini che arrivano da mondi diversi, ma che hanno qualcosa da dirsi quando si parla del rapporto tra l’uomo e un futuro da costruire. È la sfida che riguarda anche questo mondo. Perché il cambiamento climatico non è solo questione di temperature, siccità e piogge devastanti. È anche – forse soprattutto – la conseguenza delle scelte di una società e della capacità di utilizzare oggi le nostre conoscenze per fare i conti con un mondo diverso da quello di ieri.
Caloiero è primo ricercatore del Cnr-Geo, l’Istituto di Geoscienze che ha inglobato il vecchio Irpi. Mostra con orgoglio rilevazioni datate di quando la digitalizzazione non aveva ancora preso il sopravvento, strisce di carta e volumi ordinati tra i ripiani dell’armadio. Materiale preziosissimo che ha recuperato per i suoi studi. Per tracciare il cammino di una Calabria che sta cambiando assieme al resto del pianeta. L'analisi di lunghe serie storiche di precipitazioni e temperature restituisce la fotografia di un clima sempre più segnato dagli estremi: piogge più abbondanti e concentrate in periodi più ristretti, fasi siccitose più lunghe e severe, temperature in aumento con estati sempre più calde e notti che non portano sollievo. «Siamo oltre le notti tropicali, in Spagna le hanno chiamate “notti infernali” perché ancora una definizione non c’è», dice Caloiero.
Le conseguenze sono ovunque: sull'agricoltura, sulla gestione del territorio e sulla salute.
Partiamo dai dati su cui ha lavorato: che cosa è cambiato negli ultimi decenni nel clima della Calabria?
Mi sono occupato principalmente di lunghe serie temporali di pioggia e temperatura, con dati dell'Arpacal che partono dai primi anni del Novecento. Quello che si nota è innanzitutto una diminuzione delle precipitazioni a livello annuale.
Ma c'è un altro elemento importante: il quantitativo di pioggia che prima cadeva nell'arco di un certo numero di giorni oggi si concentra in un periodo più breve. Di conseguenza le precipitazioni diventano più intense.
Tutto questo porta anche a periodi siccitosi più lunghi e più severi.
Come sono collegati questi due fenomeni apparentemente opposti: piogge più intense e periodi di siccità più lunghi?
È proprio questa la caratteristica del cambiamento climatico: l’estremizzazione degli eventi.
Lo stesso discorso vale per le temperature. Stiamo assistendo a un aumento delle medie annuali, soprattutto nel periodo pre-estivo, ma l’elemento più interessante è l'aumento delle temperature minime.
Cosa significa?
Il nostro corpo risente molto di più del calore quando le temperature rimangono elevate anche durante la notte. Non abbiamo la possibilità di riposare e recuperare. Quest'estate abbiamo avuto molte notti tropicali, cioè con temperature superiori ai 20 gradi, e notti equatoriali, oltre i 25 gradi.
Ma abbiamo avuto anche diverse notti sopra i 30 gradi, soprattutto sul versante ionico della Calabria. Se durante il giorno si superano i 40 gradi e durante la notte si rimane sopra i 30, si determina una sofferenza termica continua per il nostro organismo.
Questo vuol dire che il cambiamento climatico è anche un problema sanitario, oltre che ambientale.
Assolutamente sì. Le ripercussioni riguardano la protezione civile, l'agricoltura, quindi anche l'economia, ma soprattutto la salute umana.
Qualche anno fa abbiamo realizzato uno studio per verificare la correlazione tra le ondate di calore e gli ingressi al pronto soccorso dell'ospedale Annunziata di Cosenza, in particolare per patologie legate al caldo, come problemi respiratori e cardiaci. Abbiamo osservato che proprio in corrispondenza delle ondate di calore si verificava un picco degli accessi.
Che cosa dobbiamo aspettarci in Calabria nei prossimi anni?
La Calabria si trova al centro del Mediterraneo, che è considerato un hotspot per i cambiamenti climatici. Le proiezioni future indicano un ulteriore aumento delle temperature, sia massime sia minime, un maggior numero e una maggiore intensità delle ondate di calore e un aumento degli eventi siccitosi, anche per severità.
Gli effetti che stiamo vedendo in questi ultimi anni, quindi, tenderanno ad amplificarsi. Sono risultati che emergono anche dalle proiezioni contenute nell'ultimo rapporto dell'Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico.
Di fronte a questo scenario che cosa possiamo fare?
Indietro non si torna. Le azioni possibili sono due: mitigazione e adattamento.
L'adattamento è ciò che dobbiamo fare tutti, cercando di adeguarci alle nuove condizioni. Penso, per esempio, all'agricoltura: se cambiano le condizioni climatiche, devono cambiare anche le pratiche agricole.
Per quanto riguarda la mitigazione, invece, possiamo fare poco come singoli. Possiamo mettere in campo piccole azioni, ma la maggior parte degli interventi dipende dalla politica e dalla capacità di assumere decisioni forti e incisive.
E qui entra in gioco il rapporto tra scienza e politica…
Sì. Il problema è capire quale sia l'intenzione della politica di intraprendere queste azioni, perché molte volte le decisioni sono dettate dal consenso. E il cambiamento climatico non è un tema che porta consenso, anche perché richiede grandi investimenti.
Il rischio è quello di puntare soltanto sull'adattamento, ma in questo modo entriamo in un ciclo continuo: ci adattiamo a determinate condizioni e, nel frattempo, quelle condizioni cambiano ancora. Dobbiamo quindi riadattarci e così via. Fini a quando non si arriva a un punto di rottura.
Veniamo alla siccità. In Calabria abbiamo poca acqua?
La Calabria è una delle regioni che ha più acqua in assoluto in termini di precipitazioni, abbiamo circa mille millimetri di pioggia all'anno. Negli ultimi anni, però, stiamo affrontando questo problema, soprattutto sul versante ionico. Le aree montane e il versante tirrenico sono meno esposti, mentre una delle zone particolarmente interessate è quella del Crotonese.
Bisogna però distinguere i diversi tipi di siccità. C’è quella meteorologica, quando le precipitazioni sono inferiori alla media. Poi esistono la siccità idrologica, quella agricola e altre forme. La siccità meteorologica è, in un certo senso, l'incipit degli altri tipi di siccità: se comincia a piovere meno, gli effetti si trasferiscono progressivamente anche sugli altri sistemi.
Quindi il problema non riguarda soltanto quanta acqua abbiamo, ma anche come la gestiamo.
Esattamente. La Calabria ha molta acqua, ma abbiamo problemi infrastrutturali, soprattutto nelle reti idriche. Fino a qualche anno fa si parlava di perdite che arrivavano al 70 per cento: sono valori molto elevati.
Se riuscissimo a gestire meglio le nostre infrastrutture, non dovremmo avere problemi così seri. Anche perché continua a piovere abbastanza, soprattutto nel periodo invernale. In estate stiamo registrando in alcuni casi un aumento delle precipitazioni, ma sono precipitazioni molto temporalesche e quindi incidono poco sulla siccità. Anzi, possono essere anche dannose per l'agricoltura: precipitazioni molto intense erodono la parte superficiale del terreno, che è quella più ricca di nutrienti, impoverendolo.
I periodi siccitosi sono un problema solo dei mesi più caldi?
Si stanno estendendo. È vero che in inverno piove ancora abbastanza, ma stiamo registrando una diminuzione delle precipitazioni. I mesi più critici sono ancora soprattutto quelli primaverili ed estivi, anche se negli ultimi tempi abbiamo avuto episodi di siccità anche in altri periodi dell'anno.
Se ne parla soprattutto oggi, ma il processo quando è iniziato?
Analizzando i dati storici, una diminuzione delle precipitazioni può essere ricondotta agli anni Ottanta. Abbiamo notato un aumento della severità dei fenomeni siccitosi e anche della loro estensione: prima potevano riguardare aree più specifiche, progressivamente questi fenomeni si stanno ampliando.
Lo scorso inverno abbiamo fatto i conti con un maltempo che ha lasciato ferite profonde in alcune parti della Calabria. Qualcuno dice: c’è sempre stato. Il cambiamento climatico c’entra o no?
La variabilità naturale esiste da sempre, certo. Il clima è sempre cambiato e ci sono andamenti ciclici. Il problema è che oggi stiamo assistendo a variazioni molto repentine e a valori che in passato non avevamo raggiunto. Non è più soltanto una variazione ciclica: quello che osserviamo è un'impennata degli eventi estremi.
Negli ultimi anni ne abbiamo avuto diversi: Crotone, Corigliano Rossano, Vibo Valentia, Soverato e altri ancora. Se guardiamo al periodo dal 2000 a oggi, il numero degli eventi è molto maggiore rispetto al passato.
E questo è un dato molto significativo perché la Calabria, per la sua morfologia e anche per il modo in cui si è costruito sul territorio, è particolarmente vulnerabile.
Uno degli eventi che ha studiato direttamente è quello di Crotone del 2020. Che cosa ci ha insegnato?
Siamo stati fortunati perché si è trattato di un evento molto violento, ma non ci sono state vittime. Ha pesato il fatto che eravamo nel secondo lockdown per il Covid, a novembre 2020, e quindi le persone non erano per strada come sarebbe accaduto in condizioni normali.
Quell'evento ci ha mostrato appunto quanto possa essere importante la combinazione tra intensità del fenomeno e vulnerabilità del territorio.
Gli studi sul clima e le proiezioni future dovrebbero servire proprio a prevenire questi scenari. Ma quanto vengono utilizzati nella pianificazione?
Noi studiosi possiamo fornire tutti i dati e gli input necessari, possiamo dare l'allarme e indicare la direzione verso cui stiamo andando. Il problema è che queste informazioni devono poi essere recepite dalla politica e dalle istituzioni.
Finché non interviene il decisore politico, purtroppo, tutto rimane a livello di pubblicazione scientifica. La Calabria, sotto questo profilo, è ancora un po' impreparata.
C'è un problema di progettazione e gestione del territorio?
Sì. Bisogna stare molto attenti agli interventi sui corsi d'acqua, soprattutto nei centri abitati. Quando arrivano eventi estremi che non siamo preparati a gestire possono succedere cose molto gravi.
L'idrologia sulla quale si basano molti calcoli si fonda sul concetto di stazionarietà, come se i dati non variassero nel tempo. Ma il cambiamento climatico ci dice esattamente il contrario: i dati stanno variando nel tempo. Di conseguenza, molti calcoli fatti vent'anni fa oggi non sono più validi e dovrebbero essere aggiornati sulla base delle nuove condizioni climatiche.
Questo significa che dobbiamo considerare sbagliate le infrastrutture progettate in passato?
Non necessariamente: quello che è stato calcolato vent'anni fa poteva essere adeguato al periodo climatico che si stava vivendo allora. Il problema è che quel modello oggi non è più attuale.
Quanto pesano, in questo quadro, le informazioni scorrette sul cambiamento climatico?
Le fake news sono una delle grandi difficoltà per chi si occupa di clima. Quando parlo di cambiamento climatico, a volte sembra quasi che porti sfortuna, ma io non faccio altro che leggere i dati.
Se la situazione è quella che emerge dalle serie storiche, io non sto esprimendo un'opinione: sto riportando ciò che mostrano i dati. Naturalmente si possono discutere i metodi, le interpolazioni e le modalità di analisi. Il problema è quando si sostituisce il dato con il dire: «Io penso che sia così». Sul clima non c'è da pensare: bisogna guardare i dati.
E i dati ci sono, lei stesso ne ha raccolti diversi. Eppure spesso il tema torna al centro dell'attenzione soltanto quando si verifica un evento estremo.
È proprio così. Quando c’è un evento estremo, le persone si rendono conto che forse il problema esiste. Si parla dell'emergenza, si interviene, vengono stanziati dei soldi ma poi, a un certo punto, l'attenzione si ferma e ci si dimentica del problema fino alla prossima emergenza. Invece servirebbero interventi strutturali, non soltanto interventi tampone.


