Mare Calabria

Moria di pesci nel Vibonese, Paolillo (Wwf): «Il caldo non c’entra, bisogna indagare»

Il referente calabrese dell'associazione ambientalista esclude che le alte temperature di questi giorni siano la causa del fenomeno osservato dai bagnanti e parla della colorazione verde del mare: «Sono microalghe, diretta conseguenza dell'inquinamento»

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di Cristina Iannuzzi
13 agosto 2021
07:35
Pesci morti in acqua
Pesci morti in acqua

Da Bivona a Pizzo passando per Vibo Marina, cresce la preoccupazione dei bagnanti per una strana moria di pesci e meduse che affiorano dalle acque verdastre.

Il fenomeno si è verificato qualche giorno fa sul litorale del Vibonese. Allertata la capitaneria di Porto e il servizio veterinario del Comune di Vibo Valentia nella persona del medico Domenico Marzano che ha prelevato qualche carcassa di pesce per poterlo fare analizzare nel laboratorio dell'istituto zooprofilattico di Mileto diretto da Giuseppe Lucifora.


«I campioni di pesce “alaccia” – conferma Lucifora - sono stati trasferiti nella sede centrale dell'istituto di Istopatologia di Portici (Napoli), attendiamo gli esiti».

In attesa di conoscere la causa che ha determinato questa anomalia abbiamo interpellato un esperto, Pino Paolillo, referente del Wwf Calabria: «Escludo categoricamente, come invece qualcuno ha sostenuto, che i pesci siano morti per le alte temperature del mare. Le acque hanno raggiunto i 28 gradi, che qui da noi è una consuetudine e che nulla hanno a che vedere con le temperature eccezionali dell'aria che ha raggiunto i 35 gradi. Ecco perché - avverte - è necessario capire la causa che ha determinato questa moria per decidere se e come intervenire».

Paolillo ricorda che un fatto analogo si verificò due anni fa all'Angitola, quando a morire furono i carassi, pesci d'acqua dolce appartenenti alla famiglia dei Cyprinidae. 

E se la moria desta preoccupazione, di tutt'altra natura sembra essere la presenza sull’arenile di Colamaio a Pizzo di meduse anch'esse morte. Per l’ambientalista c’è solo una spiegazione: «Sono certo che dietro allo spiaggiamento della rhizostoma pulmo conosciuta anche come polmone di mare o medusa barile, ci sia la mano dell'uomo, che come spesso accade in questi casi, le recupera in mare per gettarle sull’arenile».

Ma meduse e pesci mori non sono la sola emergenza. A fare letteralmente scappare i bagnanti è la colorazione del mare, che a giorni alterni diventa verde. «Il problema si presenta ogni anno - ammette Paolillo - si tratta del fenomeno delle eutrofizzazioni di microalghe. La maggior parte di loro non sono tossiche, ma la loro presenza è una diretta conseguenza dell’inquinamento. Le concentrazioni abnormi di microalghe dipendono dagli scarichi non depurati che arrivano in mare e provenienti da quei comuni, tanti purtroppo, che non hanno un sistema di depurazione. I liquami contengono nitrati e fosfati che derivano sia da detersivi che dalle feci, sostanze che fertilizzano il mare favorendo la produzione di fitoplancton, alghe microscopiche che utilizzano sostanze minerali per riprodursi. Succede d'estate poiché le alte temperature favoriscono la loro riproduzione dando vita a quello che gli inglesi definiscono bloom algale».

Un problema ciclico, dunque, che ogni anno si ripresenta. «Tra una ventina giorni, quando i riflettori sulla condizione dei nostri mari si spegneranno, tutti si dimenticheranno del problema», dice rammaricato Paolillo, che specifica come le alghe non comportino particolari rischi per la salute. Non tutte, però.

Esiste, infatti, una microalga - l’Osteropsis ovata - che può essere fonte di problemi di salute a causa di particelle che possono disperdersi nell'aria ed essere inalate. Queste provocano sintomi di tipo influenzale». In questo caso nessun rischio, dunque, «ma il bagno nel mare verde io non lo faccio - ammette Paolillo -. Non per problemi sanitari, ma sono abituato a un mare blu e trasparente».

A fare da contraltare la presenza in questi giorni a Vibo Marina di un Trigone viola, una sorta di razza della famiglia dei Dasiatidi, volgarmente noto come "gugglju niru". «Non è per nulla aggressiva – rassicura Paolillo - ma è pericolosa per via della spina seghettata sul lato dorsale della coda, spina collegata con ghiandole velenifere. L'importante è non toccarla e non avvicinarsi troppo, perché il pesce, agitando la coda, potrebbe infliggere pericolose ferite con l'aculeo seghettato come un arpione e velenoso».  Secondo il grande ittiologo Enrico Tortonese, le femmine si avvicinerebbero a riva in estate per partorire, dopo una gestazione di circa due mesi. I 4 o 5 embrioni alla nascita sono lunghi circa 12 cm.

Giornalista
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