Il bilancio

«Nel mare di Calabria veleni che non sono calabresi», i risultati del monitoraggio voluto da Occhiuto

VIDEO | Il biologo Silvio Greco: «È evidente che qualcuno quelle sostanze qui ce le ha portate». Il presidente Occhiuto: «Progetto coraggioso, facessero così anche in altre parti d’Italia». Gli esiti dell’indagine scientifica consegnati anche all’Autorità giudiziaria

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di Pietro Comito
21 ottobre 2022
16:15

«Certe sostanze qui non si usano perché certe cose qui non si producono, se troviamo traccia degli scarti di quelle sostanze evidentemente qualcuno ce le ha portate». Silvio Greco è uno scienziato che ama farsi capire. La Stazione zoologica Anton Dohrn che dirige, monitorando 311 siti lungo la costa calabrese, in mare e sulla terra ferma, ha rinvenuto anche «nature, e quantità e qualità, di contaminanti, che non sono di origine calabrese». Dove? «In aree che non posso citare perché sono già interessate dalle attività della magistratura». È un dato che il professor Greco illustra resocontando gli esiti del “Progetto di ricerca finalizzato al miglioramento e mantenimento dell’ecosistema marino della Regione Calabria”.

«Studio senza precedenti»

La nave Vettoria, ormeggiata su una banchina del porto di Vibo Marina, ospita una sorta di punto stampa sul monitoraggio del mare e degli impianti di depurazione. A bordo ci sono anche il presidente della Regione Roberto Occhiuto, i vertici delle Procure di Vibo Valentia e Lamezia Terme, Camillo Falvo e Salvatore Curcio, il dirigente regionale del Dipartimento per la Tutela dell’Ambiente Salvatore Siviglia e il comandante della Capitaneria di Porto di Vibo Marina Luigi Spalluto. «Nessuna Regione italiana ha mai fatto uno studio così – dice Greco –. È chiaro che quando fai uno studio così esce la verità, anche perché quella cercavamo, perché quando qualcuno sa le cose può intervenire». Tracce di «contaminanti non calabresi»  in terra e mari calabresi, ma non solo: «Troppe le condotte che scaricano entro i venti metri di profondità – aggiunge lo scienziato – quindi nelle cosiddette acque di mescolamento e, così, gli scarichi, tornano indietro. E alcune di queste condotte sono troppo a ridosso dei Siti di interesse comunitario, i quali, pertanto, rischiano di essere compromessi».


Occhiuto: «Si facesse pure altrove…»

Scorre le slide Greco, snocciola i dati ed evidenzia come siano stati acquisiti grazie a «tecnologie di ultima generazione». «Attenzione a pensare che i problemi ce li abbia il mare della Calabria – evidenzia il governatore Occhiuto – perché se questo studio si facesse in altri tratti della costa nazionale, probabilmente si avrebbero risultati anche peggiori». Come dire: qui abbiamo avuto il coraggio di guardare in faccia la realtà e abbiamo voluto conoscerla fino in fondo per intervenire, lo facciano anche le altre regioni… «Molto è stato fatto ma molto resta ancora da fare», continua il presidente della Regione, consapevole che «la nostra è un’azione senza precedenti». Ed in effetti lo è: e non solo perché fianco a fianco ci sono Regione e Procure, ma anche perché l’indagine sul problema è stata affidata a chi ha il know how per effettuarla nel modo migliore.

«Che mi frega se sei comunista!»

Rivela un retroscena, Roberto Occhiuto: «Vi spiego come è nata la collaborazione con il professor Greco e la Stazione Anton Dohrn». E torna alla vigilia delle elezioni del 2021: «Vado nella sede di Amendolara, perché ero affascinato dal lavoro di questi scienziati. C’è Greco e gli dico “Se vinco le elezioni e divento presidente della Regione, me la dai una mano?”. E lui mi risponde “Io una mano te la do volentieri, ma tu lo sai che non ti voto”. Ed io “Tanto lo so che sei comunista, ma non mi frega niente”. Tutto è nato così». Nel frattempo l’equipe dell’ente scientifico era stata arruolata dalle Procure: il primo ad intuire le potenzialità di questa collaborazione è stato il capo dell’ufficio requirente di Vibo Valentia, Camillo Falvo, poi il collega di Lamezia Terme Salvatore Curcio. Ora si ha un «quadro chiaro anche se ancora non esaustivo» dei problemi che attanagliano il mare, il principale afferisce il sistema della depurazione: ci sono interi quartieri che in Calabria non sono collettati, impianti vetusti, altri che sottodimensionati, i fanghi di depurazione prodotti in quantità superiore a quelli poi documentalmente smaltiti che si ignora che fine facciano. «C’è ancora molto, molto da fare…», chiosano i magistrati.

I fantasmi del passato

Il mare calabrese è uno straordinario scrigno di meraviglie, ma sta soffrendo. Uno dei componenti dell’équipe guidata da Greco illustra alcuni spettrogrammi: «Questo è ciò che abbiamo documentato a largo di Capo Vaticano, dove interi areali di posidonia sono morti». La posidonia è una pianta acquatica che sta al mare come gli alberi stanno alla terra: se periscono, tutto diventa arido. «È l’area in cui affondo la Michigan?», la domanda. E Greco: «Cos’è la Michigan?», finge di deviare, quindi aggiunge: «Da quelle parti non c’è solo quel relitto». La Michigan è tra le presunte navi dei veleni su cui indagava il capitano Natale De Grazia e che lo stesso Greco studiò quando, da assessore regionale all’Ambiente, coadiuvò l’allora procuratore capo di Paola Bruno Giordano nelle indagini sulla nave affondata al largo di Cetraro. E allora si ritorna ai veleni, in territorio calabrese ma che non sono calabresi: da dove provengono? A margine, Greco è sibillino: «Il timore di un traffico internazionale di rifiuti tossici non ci ha mai abbandonato». Ed in chiusura: «Noi siamo qui, e per questo non possiamo che ringraziare le Procura e la Regione, per conoscere e far conoscere ogni verità. Perché solo così possiamo proteggere il nostro mare».

Giornalista
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