L’intervista

Da Waters a Loach, il film che ha reso internazionale la lotta per l’ospedale di Cariati. I registi: «Una storia epica»

A dicembre fece clamore l’appello del leader dei Pink Floyd: pochi secondi tratti dall’intervista contenuta nel lavoro di Federico Greco e Mirko Melchiorre, che dalla costa ionica calabrese sono partiti per raccontare lo sfacelo della sanità in Italia, tra suggestioni western e voci autorevoli

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di Mariassunta Veneziano
11 maggio 2022
09:00
Da sinistra, Mirko Melchiorre e Federico Greco. Sullo sfondo, l’ospedale di Cariati durante l’occupazione
Da sinistra, Mirko Melchiorre e Federico Greco. Sullo sfondo, l’ospedale di Cariati durante l’occupazione

A Cariati sono arrivati per caso, per un intreccio di circostanze che ha dato vita a un film e a un’amicizia fraterna. Il film è “C’era una volta in Italia – Giacarta sta arrivando”, l’amicizia è quella nata tra i due registi Federico Greco e Mirko Melchiorre – romani, ma il primo con origini crotonesi – e gli attivisti in lotta per la riapertura dell’ospedale. Una storia calabrese diventata internazionale grazie anche all’appello di Roger Waters, rimbalzato in breve tempo su pagine social e testate grandi e piccole. «Aprite l’ospedale di Cariati subito»: pochi secondi che hanno regalato un duraturo clamore alla battaglia delle Lampare e dei Comitati uniti per il “Vittorio Cosentino”. E, per quanto prezioso, solo un frammento di un lavoro più ampio e ricco di contributi “di peso” che ha impegnato i due registi dal 2020 a oggi.

Partiamo dal titolo: “C’era una volta in Italia – Giacarta sta arrivando”. Potete spiegarlo?


«La prima parte del titolo vuole dire “c’era una volta in Italia la sanità pubblica”, ma è anche un riferimento a “C’era una volta il West”. Cariati sembra un po’ il vecchio West e noi abbiamo lavorato molto su queste suggestioni, abbiamo voluto raccontare la storia dandole un’impronta western. Ci sono riferimenti musicali a Morricone, che è molto italiano ma allo stesso tempo dà a tutta la vicenda una dimensione epica perché questa è una storia epica, anche se piccola. Infatti nel film il racconto di questa vicenda è affiancato da grandi nomi che parlano della privatizzazione della sanità pubblica a livello globale: ne esce fuori una sorta di lotta di Davide contro Golia. La seconda parte del titolo riprende una scritta che comparve a Santiago del Cile sui muri delle case e nelle cassette postali di molti attivisti vicini ad Allende poco prima del golpe del 1973 e che si riferiva al massacro del 1965 in Indonesia, quando il presidente Sukarno venne spodestato e furono ammazzati tra i 500mila e i 3 milioni di attivisti di sinistra legati al suo governo. All’inizio eravamo incerti se utilizzarla o meno, ne abbiamo parlato con le persone intervistate nel film – persone del calibro di Ken Loach, Roger Waters, Jean Ziegler, Nicoletta Dentico – e loro conoscevano la vicenda e allora gli abbiamo chiesto: “Ma secondo voi, seppur sotto metafora, Giacarta sta arrivando anche in Italia?”. Loro ci hanno detto: “Assolutamente sì”. Sta arrivando cioè un’ondata di privatizzazioni selvagge che distruggerà la sanità, la scuola, il lavoro ecc.».

Dopo un lavoro sull’Europa e sull’austerity (Piigs, 2017), avete deciso di parlare di sanità e per farlo siete partiti dalla Calabria e da Cariati. Da dove nasce questa scelta?

«Stavamo lavorando a un progetto con Emergency, un piccolo documentario sull’ospedale di Crotone. Era il novembre 2020, quando Gino Strada era stato chiamato per l’emergenza Covid. Avevamo già in mente di fare un film sullo smantellamento della sanità pubblica ma non avevamo ancora ben chiaro come svilupparlo. Mentre eravamo a Crotone abbiamo scoperto che lì vicino c’era questo ospedale che era stato occupato, così siamo andati e abbiamo conosciuto Mimmo Formaro e gli altri. Quando abbiamo visto cosa stavano facendo abbiamo capito che era la storia giusta, la storia simbolo per raccontare la necessità di sanità pubblica in Italia e nel mondo».

Com’è stato l’incontro, come siete stati accolti quando avete illustrato la vostra idea e che rapporto è nato?

«Inizialmente ci hanno guardato con sospetto. Siamo arrivati di mattina, qualcuno che aveva fatto il presidio la notte si era appena svegliato. Pensavano fossimo della Digos. Poi gli abbiamo parlato di “Piigs”, il nostro lavoro precedente che era strutturato allo stesso modo: un’analisi macro e una storia micro di una cooperativa sociale alle porte di Roma. Quindi hanno capito che facevamo sul serio e ci hanno aperto le braccia. È nato un rapporto di amicizia: ormai siamo fratelli. Noi volevamo anche dargli una mano visto che loro puntavano molto sull’aspetto mediatico, e con l’appello di Waters ci siamo riusciti: lui si è talmente appassionato a questa storia che addirittura ci ha concesso i diritti di “Money”».

Roger Waters, ma anche Ken Loach e non solo… Come si inseriscono voci di caratura internazionale come queste in una storia molto italiana e molto calabrese?

«È una storia piccola, è vero, di un piccolo posto alla periferia dell’Italia. Ma quello che stanno facendo a Cariati è universale perché lottare per i propri diritti vale in tutto il mondo. Noi siamo certi che ovunque la loro storia verrà compresa. In particolare Ken Loach e Roger Waters li abbiamo scelti perché si sono battuti e si battono continuamente per queste cose e tutti e due essendo britannici sanno cosa significhi la privatizzazione della sanità pubblica. Entrambi erano entusiasti del caso di Cariati. Ecco, diciamo che in questo senso la distanza tra Cariati e Londra è piccolissima».

Voi parlate della Calabria ma con uno sguardo che va oltre. Come vi è apparsa questa regione in relazione al resto d’Italia?

«Ci siamo resi conto che la Calabria, assieme alla Lombardia ma per motivi opposti, è la regione con la sanità peggiore: in Lombardia perché è completamente privatizzata, in Calabria perché non c’è proprio. Nel film facciamo una riflessione sulla Calabria come se fosse un buco nero, un luogo in cui non funzionano le leggi universali. Ed è paradossale perché fa parte di una nazione la cui sanità pubblica è considerata tra le prime del mondo. Noi ne facciamo una specie di monito: questo è il futuro verso cui andrà la sanità italiana tutta se continuiamo così».

Avete iniziato questo viaggio in Calabria con Gino Strada. Che ricordo avete di lui nel suo “periodo calabrese”?

«Lui aveva detto che l’ospedale di Cariati era il posto giusto da cui ripartire. Gino Strada è nel film non solo come persona che racconta quello che fa, ma proprio come personaggio. Abbiamo seguito Le Lampare per oltre un anno e vedevamo che loro riponevano una grande speranza in lui: è stato forse l’unica persona che li ha sostenuti davvero, senza chiacchiere ma tentando di sbloccare la situazione con i fatti. Nel film raccontiamo anche il momento della sua morte che per Mimmo e gli altri è stato devastante. L’ultima volta che lo abbiamo incontrato è stato a Milano pochissimi mesi prima che morisse e si vedeva che era molto stanco, ma lo era solo fisicamente: col cervello era ultracombattivo».

Che immagini o episodi particolari portate con voi da questo viaggio in Calabria?

«Uno è quando abbiamo deciso di seguire il viaggio di un’ambulanza in un piccolo paesino vicino alla Sila, ci siamo resi conto di tutti i problemi che ci sono per arrivare nel luogo in cui c’è una persona che sta male, a cominciare dalla condizione delle strade e dalle difficoltà degli operatori sanitari. Vedere che un’ambulanza ci mette un’ora per arrivare sul posto e un’altra per arrivare in ospedale è stato abbastanza forte come esperienza. Poi sicuramente il ricordo della terapia sub intensiva di Crotone: è stato commovente a dir poco. Abbiamo toccato con mano quello che succede e soprattutto abbiamo capito quanto sia importante una sanità per tutti non solo fisicamente ma anche a livello psicologico: c’erano donne molto anziane ricoverate per Covid che erano sorprese e felici che ci fosse qualcuno che si prendeva cura di loro. L’altro giorno abbiamo inciso la voce narrante del film in inglese e su quella scena il narratore è scoppiato a piangere.

Questo è il lato drammatico, ma ci rimarranno dentro più di tutto lo spirito, l’animo e il cuore delle persone: i ragazzi di Cariati e tutti i calabresi che abbiamo incontrato sono veramente persone eccezionali, ci hanno aperto le porte di casa. E poi i luoghi in cui siamo stati: è un posto magico. Ma soprattutto la sardella (sorridono, ndr), che ci hanno offerto in tutti i modi».

Gli attivisti cariatesi hanno fatto sapere che la lotta proseguirà fino a quando non avranno in mano un risultato concreto. Che messaggio volete mandargli?

«Vogliamo dire loro che hanno già vinto. Al di là di quello che succederà. Una delle frasi che avevamo in testa all’inizio del lavoro era questa, una specie di frase di lancio che forse metteremo nei manifesti: “Chi lotta può perdere, ma chi non lotta ha già perso”. Loro sono riusciti a far arrivare questa battaglia a tutto il mondo: chi riesce a fare una cosa del genere da laggiù? È chiaro che la vittoria vera sarà quella della riapertura dell’ospedale, però c’è anche un altro tipo di vittoria: quella di chi lotta e dà l’esempio agli altri. Quello che hanno fatto loro può dare il coraggio a tantissime persone di fare la stessa cosa».

Dove e quando vedremo “C’era una volta in Italia”?

«Al momento stiamo cercando un distributore, ma in questo periodo non è facile. Il nostro film precedente è stato al cinema per diverse settimane, è stato trasmesso dalla Rai e venduto a Paesi stranieri. Questo è molto più ambizioso, solo che nel frattempo sono successe tante cose: dopo il Covid, la sala cinematografica è diventata inarrivabile. Noi sicuramente puntiamo a questo, però sarà molto più difficile. Dobbiamo anche dire che sarà complicato che qualcuno decida di metterci la faccia visto quello che questo film racconta: non usiamo eufemismi per dire come sono andate le cose». 

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