Eccellenze

Franco Eco, il successo del giovane compositore e regista: «Presto nella mia Calabria per un evento unico»

Il professionista racconta la sua carriera e il legame con l'Ucraina: «Con la musica ho avuto la possibilità di avere un ponte e conoscere altre culture»

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di Franco Laratta
16 luglio 2022
19:00
Franco Eco
Franco Eco

Ritratto di Franco Eco, compositore, produttore discografico, regista teatrale calabrese, nato a Crotone nel 1984. Giovane e già affermato in tutta Italia. La sua vita, la sua carriera artistica è tutta nel cinema che abbraccia la musica, per creare insieme quell’atmosfera intensa fatta di emozioni, ricordi, passioni. Tra i suoi film come autore delle musiche, ricordiamo: E buonanotte (2022), Rapiscimi (2019), Un amore così grande (2018), Gramigna (2017), e così via per decine di film.

Franco Eco si racconta

«Quando inizio a studiare per le musiche di nuovo film è come se fosse sempre la prima volta, una riconferma costante della propria arte, una scomoda condizione in cui l’artista moderno è aggrovigliato tra le proprie aspettative e quelle esterne, in una conflittualità costante con un mondo che poi risponde ad un’industria e a un mercato cinematografico ben codificato, in cui la libertà espressiva della musica viene quasi sempre limitata». Franco Eco sa benissimo che le musiche per film conservano una matrice semantica che sono capaci di stravolgere l’idea dello sceneggiatore e del regista.


«Il mio approccio è critico, aspiro costantemente ad una dialettica tra musica e immagine, tra compositore e regista, con la consapevolezza che la musica è sempre al servizio dell’immagine. In alcuni film questa dialettica della colonna sonora risulta talmente potente che sono numerosi i casi nella storia del cinema in cui le musiche sono più celebri dei film stessi».

Nel 2019 ha ricevuto la nomination ai Globi d’oro 2019 per la migliore musica insieme a Gabriele Panico per il film Il bene mio, diretto da Pippo Mezzapesa con Sergio Rubini. Un gran bel segnale. Siamo sulla strada giusta. «I premi e le nomination sono importanti, ma restano cose, metalli da lasciare fuori dallo studio di registrazione e dall’anima. La musica è quel che resta – come direbbe Roberto Razzini – ma anche i media e la loro riproducibilità tecnica sono importanti perché la musica dovrà sempre tener conto dell’epoca in cui essa è scrivibile e riproducibile. Ecco perché, dopo secoli e secoli di grandi compositori ancora oggi sentiamo il bisogno di scrivere musica nuova».

Ma prima ancora ci sono stati:

-Premio Sonora miglior giovane compositore- (2014)

-Leone d'Oro per il Teatro alla 38esima Biennale di Venezia per le musiche de "Il Corvo" di C. Gozzi

-International Independent Film Awards Gold Award Original Score - (2016) e tanti altri riconoscimenti.

«Il traguardo, il successo, sono percezioni illusorie perché in realtà il successo non ce l’ha nessuno; è una percezione che appartiene al passato perché appena crediamo di avere il successo questo è già accaduto, appunto è già successo. E allora ecco che è facile trovare nel traguardo una partenza, o come direbbe un certo filosofo “trovare l’alba nell’imbrunire».

Il legame con l'Ucraina

Eco ha scritto le musiche per due film ucraini, tra cui uno proprio sulla guerra nel Donbass. Deve essere stato terribile lavorare per il cinema di un paese sotto i bombardamenti devastanti.

«Con la musica ho avuto la possibilità di avere un ponte e conoscere altre culture, prendere le misure dell’umanità, dal glamour del Festival de Cannes all’estrema semplicità di un villaggio africano. La musica mi ha portato in tanti luoghi della terra: a scoprire talenti musicali nel Benin, nelle Filippine, a vivere il colpo di stato del Sudan, e in Ucraina in piena guerra. È la dottrina dell’arte, la musica è solo un ponte, un pretesto per fare cultura, ovvero la condivisione del sapere che rende i popoli liberi.

L’esperienza con il cinema ucraino me l’ha confermato. Ho scritto nel 2017 e 2018 le musiche per due film di Zaza Buadze (Chervonyi Escape from Stalin's Death Camp, Call sign Banderas), film che noi in Europa potremmo definire di “propaganda”, ma se contestualizzati in un Paese in guerra ne assume poi un significato diverso e più inquietante difficile da leggere se comodamente seduti sul divano. Molti attori, scrittori e musicisti che ho conosciuto hanno lasciato cadere i propri strumenti d’arte per imbracciare strumenti di morte. In un crudele gioco in cui l’arte e la vita si confondono si può restare solo attoniti e inermi nell’osservare quegli attori ucraini che mutano il costume da soldato di scena per indossarne l’uniforme vera; è uno scambio inquietante».

Calabria e cinema

Il cinema, la Calabria. Questa nostra terra somiglia molto ad un set a cielo aperto. Eppure in tanti vanno via. «Non ho mai lasciato la Calabria, anzi da operatore culturale lotto quotidianamente per l’affermarsi di una cultura indipendente, slegata dall’antichissimo modo clientelare, direi anche molto medioevale, di relazionarsi con la politica del territorio. Ho seguito in prima fila l’evoluzione della Calabria Film Commission negli ultimi dieci anni. È stato fatto un lavoro politico negli anni passati che ha consentito alla Regione Calabria di dotarsi di uno strumento primariamente strategico per l’indotto economico dell’intera regione. Oggi la Calabria Film Commission ha un piede nel futuro grazie a diversi interventi economici introdotti da quei professionisti i cui nomi sono quasi sempre omessi dai titoli di un film, ma è sempre un lavoro di squadra che non si dimentica mai e presto spero di poter annunciare un importante festival, unico in Italia che si svolgerà proprio in Calabria in collaborazione con la nostra Film Commission ed altri enti; dopo tre anni di lavoro siamo quasi alle porte».

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