Non è una questione di zucche, maschere o dolcetti. È una questione di identità, di valori e di memoria. E soprattutto di ciò che stiamo smettendo di trasmettere ai nostri figli.

C’è qualcosa su cui dovremmo avere il coraggio di interrogarci, senza pregiudizi ma anche senza ipocrisie: che cosa sta accadendo alle nostre tradizioni, alla nostra identità culturale e, soprattutto, a quel patrimonio di valori cristiani che per generazioni ha rappresentato un riferimento spirituale, educativo e sociale per le nostre comunità?

Ogni anno, in occasione del 31 ottobre, assistiamo a una trasformazione sempre più evidente. Vetrine, supermercati, locali, eventi pubblici e piattaforme social si riempiono di zucche illuminate, maschere mostruose, travestimenti e richiami ad un immaginario che sembra ormai aver conquistato ogni spazio della quotidianità.

Halloween è diventato un appuntamento commerciale, una festa confezionata per essere consumata, fotografata e condivisa.

Ma siamo davvero consapevoli di ciò che stiamo celebrando? E soprattutto: ci siamo mai chiesti che cosa stiamo lasciando indietro?

Non si tratta di demonizzare una ricorrenza, né di alimentare crociate contro chi sceglie di parteciparvi. Sarebbe una semplificazione ingenerosa. Halloween ha origini articolate, legate alle antiche tradizioni celtiche e alla successiva stratificazione delle celebrazioni cristiane di Ognissanti e della Commemorazione dei defunti.

La sua versione contemporanea, tuttavia, è profondamente influenzata dalla cultura popolare americana e dalla sua straordinaria capacità di trasformare l’occasione in un prodotto da vendere.

Ed è proprio qui che dovrebbe nascere la nostra riflessione.

Il problema non è soltanto ciò che festeggiamo, ma ciò a cui stiamo progressivamente rinunciando.

Da cristiano e da credente, avverto la necessità di porre una domanda che forse oggi appare scomoda: perché mostriamo tanto entusiasmo nel recepire tradizioni importate, spesso senza conoscerne neppure la storia, e così poca attenzione nel custodire e trasmettere il significato delle nostre ricorrenze religiose?

Il primo novembre celebriamo Ognissanti. Una giornata che richiama il valore delle testimonianze di fede, la bellezza di una vita spesa nel bene. Il due novembre ricordiamo i defunti, le persone che abbiamo amato, le radici familiari, il legame tra la memoria e l’affetto.

Sono giornate che custodiscono un significato straordinario. Parlano di vita, di speranza, di eternità. Parlano della nostra storia e di ciò che siamo.

Eppure, mentre il mercato investe risorse considerevoli per rendere Halloween sempre più attraente, quanta attenzione dedichiamo a spiegare ai nostri bambini perché accendiamo una candela per ricordare chi non c’è più? Perché visitiamo un cimitero? Perché ricordiamo i Santi?

Il rischio è quello di educare una generazione a consumare tutto, senza comprendere quasi nulla.

I bambini, naturalmente, sono attratti dalla festa, dai travestimenti, dai dolci e dalla dimensione ludica.

Non hanno responsabilità in questo processo. Sono destinatari di una comunicazione pubblicitaria capillare, di modelli culturali che arrivano attraverso la televisione, il web, i social e persino le iniziative commerciali che coinvolgono le scuole e le famiglie.

La responsabilità, semmai, appartiene agli adulti.

Ai genitori, agli educatori, alle istituzioni e comunità cristiane spetta il compito di accompagnare i più piccoli nella comprensione di ciò che vivono. Non basta assecondare ogni desiderio, rincorrere ogni moda o concedere tutto ciò che il mercato rende desiderabile.

Educare significa anche saper spiegare, distinguere, trasmettere e, qualche volta, avere il coraggio di dire che non tutto ciò che piace è necessariamente importante.

Non possiamo pretendere che i nostri figli conoscano le radici della nostra fede se non troviamo più il tempo per raccontargliele.

E non possiamo meravigliarci se una società diventa sempre più superficiale quando sostituisce la profondità delle proprie tradizioni con la velocità delle mode.

La questione, allora, va ben oltre Halloween. Riguarda un modello culturale nel quale tutto diventa intrattenimento, tutto si trasforma in spettacolo e ogni occasione viene convertita in un’opportunità commerciale.

Persino ciò che dovrebbe indurci a riflettere sulla vita, sulla morte e sul senso della nostra esistenza rischia di diventare un’occasione per apparire e partecipare.

È questa la deriva che dovrebbe preoccuparci.

Una comunità che smarrisce le proprie radici diventa inevitabilmente più fragile. Una famiglia che rinuncia alla trasmissione dei propri valori lascia spazio a riferimenti esterni, spesso effimeri. Una società che considera la tradizione un ingombro e la fede un elemento marginale rischia di perdere una parte importante della propria identità.

Attenzione, però: la fede non si difende imponendo divieti, alimentando paure o giudicando chi compie scelte differenti.

La fede si testimonia, si vive, si racconta.

Si rende credibile attraverso la coerenza e la capacità di offrire ai più giovani qualcosa in cui riconoscersi.

Non chiedo di rinunciare alla leggerezza, al divertimento o alla libertà di scelta.

Chiedo, piuttosto, di non rinunciare alla consapevolezza.

Perché una zucca illuminata può anche strappare un sorriso, ma non dovrebbe spegnere la luce delle nostre radici.

Non abbiamo bisogno di costruire muri contro le mode del mondo. Abbiamo bisogno di radici abbastanza profonde da non farci trascinare via da ogni vento.

La fede non è un’abitudine da rispolverare nelle ricorrenze, né una tradizione da conservare per nostalgia. È un patrimonio da vivere, una testimonianza da trasmettere, una responsabilità da assumere.

Perché il vero rischio non è che i nostri figli imparino a travestirsi da fantasmi per una sera.

Il vero rischio è che crescano senza sapere da dove vengono, quali valori li hanno preceduti e quale patrimonio umano e spirituale abbiamo il dovere di consegnare loro.

E quando una comunità smette di raccontare la propria storia, prima o poi finisce per vivere quella scritta da qualcun altro.


* Avvocato, componente service cittadino e Istituzioni Kiwanis Distretto Italia-San Marino