Lo strumento di studio e ascolto della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi ha presentato i risultati di un grande sondaggio che ha coinvolto 1412 rispondenti tra i 13 e i 19 anni. Don Pino Demasi: «Creare le condizioni affinché i ragazzi possano sentirsi realizzati anche nel nostro territorio»
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L'Osservatorio Pastorale Diocesano della Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi ha presentato i risultati della ricerca "Il modo in cui i giovani si rapportano al territorio della Piana di Gioia Tauro". Si tratta del primo studio promosso dall'Osservatorio, costituito nel 2025 come strumento stabile di ascolto e di conoscenza del territorio. Presso la Casa del Laicato “Mons. Luciano Bux” è emerso che i giovani chiedono fondamenta e ragioni per restare. Gli adulti devono impegnarsi per offrire loro: opportunità visibili, ascolto reale, merito riconosciuto.
«L'Osservatorio vuole essere quasi un'antenna sui problemi della Piana, per poter poi aiutare la Chiesa e tutte le istituzioni a formulare le vere risposte ai bisogni del territorio – ha spiegato Don Pino Demasi, responsabile dell’osservatorio socio-pastorale diocesano -. Abbiamo voluto iniziare con i giovani, perché sappiamo che dovrebbero essere una risorsa, in realtà, spesso e volentieri nel nostro territorio sono povertà. L'indagine ci ha dato dei risultati molto importanti. Abbiamo dato il titolo "Io resto ma", perché le risposte dei giovani ci interrogano. Il problema rimane di noi adulti, dei rappresentanti delle istituzioni, per cercare di continuare quel "Io resto ma", cioè di creare le condizioni affinché i giovani possano sentirsi realizzati anche nel nostro territorio e, soprattutto, diventino non un problema da risolvere, ma una risorsa».
All’incontro è intervenuto anche il vescovo della diocesi Oppido Mamertina-Palmi, Giuseppe Alberti: «Una bella occasione per fare il punto della situazione e un focus sul mondo giovanile del nostro territorio, nella nostra Piana, nella nostra diocesi. Ci siamo incontrati come osservatorio socio-religioso per verificare la situazione della nostra realtà con attenzione particolare sul mondo giovanile, che ci sta a cuore e che sentiamo essere una realtà preziosa da una parte ma anche fragile dell'altra. Abbiamo svolto un approfondimento con delle interviste, facendo un'indagine per raccogliere elementi, per cogliere il vissuto reale dei nostri giovani, le loro situazioni, le loro aspirazioni, le loro fatiche, le problematiche che vivono. È venuta fuori un'indagine estremamente interessante, perché scientificamente condotta. Un risultato che conferma le aspirazioni che ci sono nel cuore dei giovani, che hanno bisogno di avere punti di riferimento istituzionali importanti, soprattutto fanno conto ancora della famiglia, hanno bisogno di crescere nella fiducia delle istituzioni che li accompagnano. C'è un grosso lavoro che siamo chiamati a fare con loro e per loro. Le sfide sono grandi, il lavoro, la realizzazione personale, possibilità di costruire una famiglia, di guardare al futuro con fiducia».
Antonio Napoli, componente del comitato scientifico dell’osservatorio diocesano, affiancato da Filippo Andreacchio, direttore ufficio comunicazioni sociali, ha esposto nei particolari gli esiti del sondaggio realizzato, in questi mesi, coinvolgendo un campione di 1.412 giovani di età compresa tra i 13 e i 19 anni, perlopiù studenti delle scuole secondarie superiori: «Ha dato dei risultati per certi versi sorprendenti per altri invece già acquisiti. Il risultato sorprendente è che l'ecosistema giovanile della Piana di Gioia Tauro non è monolitico, non è omogeneo, ma è molto frastagliato. Quindi le risposte alle varie domande su 4 ambiti sono state differenziate. I quattro ambiti sono stati: come si vede il giovane rispetto al territorio, quindi del proprio benessere emotivo e le opportunità che il territorio può offrire; come il giovane si rapporta alle istituzioni, ai corpi intermedi della Piana di Gioia Tauro; il rapporto del giovane con il senso di responsabilità, alla cultura della legalità; e infine poi il posizionamento dei giovani rispetto alle due grandi piaghe della Piana di Gioia Tauro, cioè la mafia e la corruzione. Il risultato complessivo, per ridurlo in sintesi, fa emergere luci e ombre. Da un lato abbiamo una generazione che sicuramente ha una fragilità emotiva e progettuale. Cioè incerta sul proprio futuro, non sa dove andare, quindi di fatto esprime una domanda molto forte di accompagnamento alla sponda competente. Questi giovani sono incerti sul proprio futuro, però la quota maggioritaria dei rispondenti al questionario ha posto la necessità di un cambiamento di rotta per avere le ragioni di restare. È emersa una necessità di rimanere sul territorio a patto che cambino le condizioni. Quindi è la cosiddetta restanza condizionata. Un altro aspetto importante è che c’è un capitale sociale giovanile che vorrebbe investire nell'impegno comunitario. Quindi c'è una disponibilità all'impegno elevata che però è solo teorica, cioè solo intenzionale, ma non trova poi uno sbocco pratico. Ci sono i giovani che vorrebbero impegnarsi nella comunità, ma non trovano lo spazio e non trovano gli interlocutori istituzionali adulti che possano rispondere alle loro domande».
Un altro tema principale del questionario è stato rappresentato dall'educazione alla legalità: «Emerge che i giovani fanno esperienza della legalità nei modi tradizionali – ha affermato Antonio Napoli- cioè attraverso l'insegnamento in famiglia e i progetti nelle scuole, quindi risultano di peso inferiore tutte le altre esperienze, le testimonianze, incontri con le forze dell'ordine, anche l'uso sociale dei beni confiscati. Noi dobbiamo cercare di trasformare la legalità narrata in legalità esperita, potenziando proprio quella parte testimoniale, l'incontro con quelle persone impegnate per il territorio, come elemento di traduzione in concreto di quella legalità che al momento è solo concettuale».

