Può una donna rompere con la ’ndrangheta senza smettere di amare il padre che l'ha cresciuta e che lei ha accusato? A Piale il confronto sul libro di Danilo Chirico diventa l'occasione per interrogarsi sul potere dell'educazione, sulla libertà di scelta e sul dovere dello Stato di non abbandonare chi collabora con la giustizia
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«Non sanno niente di me». Con questa frase Giuseppina Pesce, una delle più importanti collaboratrici di giustizia della ’ndrangheta, liquida quindici anni di racconti, serie tv e cronache che si sono occupati di lei senza mai ascoltarla davvero. A farlo è stato il giornalista Danilo Chirico che, dopo essere stato contattato da Giusy, ha avviato con lei un lungo confronto, durato diversi mesi e culminato nella stesura del libro La figlia del clan. Un cognome da nascondere, un destino da riscrivere (Piemme), presentato venerdì a Piale di Villa San Giovanni durante un evento organizzato dall’associazione Ponti Pialesi.
All’incontro, insieme all’autore, era presente Roberto Di Palma, procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria. A moderare il dibattito è stato il giornalista ed editorialista di LaC News24, Consolato Minniti. Sono intervenuti anche il sindaco di Villa San Giovanni, Giusy Caminiti, e il presidente dell’associazione Ponti Pialesi, Franco Marcianò.
Ne è nata una conversazione vivace, nella quale si sono confrontate posizioni diverse, talvolta complementari, intorno a una vicenda che interroga il rapporto tra famiglia, appartenenza, responsabilità e libertà individuale.
Il libro di Danilo Chirico e Giusy Pesce si fonda su un patto implicito: ciascuno mantiene il proprio ruolo, nel segno della fiducia reciproca. Ne emerge uno sguardo inedito all’interno di una delle famiglie più potenti della ’ndrangheta, capace di restituire la complessità di una donna che è madre, figlia e collaboratrice di giustizia. Ma anche una riflessione intensa su fedeltà e tradimento, radici e destino, onore e colpa.
La normalità dietro il potere
Sono quattro i temi principali attorno ai quali si sviluppa il racconto della storia di Giusy Pesce.
Il primo è quello della normalità. Chirico ricorda, richiamando Giovanni Falcone, che i mafiosi «non sono dei marziani»: frequentano le stesse scuole, le stesse chiese e gli stessi bar di tutti gli altri. Non è un caso che il racconto cominci con un viaggio a Gardaland, nell’estate del 1990. Giusy ricorda che suo padre, Salvatore, aveva paura delle giostre. E poi c’è la madre, Angela, che comanda in casa e vieta le fritture per evitare che le tende facciano cattivo odore.
Sono dettagli quotidiani che restituiscono l’immagine di una famiglia apparentemente ordinaria, nella quale, tuttavia, le dinamiche affettive e le regole dell’appartenenza si intrecciano con una realtà criminale.
Il cognome che apre le porte
Il secondo tema è il potere, esercitato a Rosarno con un metodo quasi «democratico», per riprendere le parole dell’allora procuratore Giuseppe Pignatone. È il potere del cognome, che apre le porte dell’asilo e dei ristoranti senza bisogno di chiedere e che si alimenta di consenso, costruito anche attraverso il calcio, la musica e la parrocchia.
Un potere che, dietro la sua apparente normalità, nasconde lutti, silenzi e menzogne: il nonno materno scomparso e, secondo il racconto di un pentito, dato in pasto ai maiali; lo zio diciottenne ucciso durante una rapina; la madre che, da quel momento, sembra non riuscire più a essere madre.
Il padre, tra devozione e rottura
Il terzo tema, forse il più spiazzante, è la figura paterna. Salvatore Pesce, condannato per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti e mai pentito, è per Giusy «la mia ispirazione, anche adesso»: l’uomo che le ha trasmesso valori e insegnamenti dai quali, paradossalmente, sarebbe scaturita persino la scelta di collaborare con la giustizia.
Come possono coesistere la rottura con il passato e la devozione verso chi quel passato lo incarna? È una delle domande che attraversano il libro, sintetizzata da una considerazione: «Non è tutto bianco o nero nella vita, e non lo è neppure nelle cose di mafia».
Il prezzo della libertà
Il quarto tema è il prezzo pagato da Giusy Pesce per la propria scelta. Il dolore nelle aule di tribunale, i diciassette anni accanto a un marito violento, il tentativo di suicidio, la ritrattazione e la successiva ripresa della collaborazione, la consapevolezza di non poter più rivedere la famiglia. E poi una minaccia che continua a incombere: la ’ndrangheta ha la memoria lunga e i Pesce non perdonano a Giusy di aver incrinato la loro aura di invincibilità.
«A questa condanna non si può sfuggire», dice. A questa prospettiva si contrappone la voce della figlia che, davanti alla televisione, le dice che avrebbe dovuto farle una statua per averla salvata da tutto ciò che rappresenta la ’ndrangheta.
È in questo contrasto che si misura il costo della scelta: da una parte la perdita delle proprie radici, dall’altra la possibilità di sottrarre i figli a un destino già scritto.
Il legame con il padre e il rischio della normalizzazione
Il rapporto tra Giusy Pesce e il padre Salvatore è stato il tema centrale del dialogo tra l’autore, il magistrato e il moderatore. Le parole confidate dalla collaboratrice a Chirico sono eloquenti: «È la mia ispirazione, anche adesso, anche se non lo vedo e non lo sento da quindici anni».
Giusy conserva dunque un legame fortissimo con il padre. La sua influenza sarebbe stata determinante anche nella decisione di collaborare con la giustizia, maturata, secondo il suo racconto, a partire proprio dall’educazione e dagli insegnamenti ricevuti.
«È una parte di lei con cui ha dovuto fare i conti: passare dalle visite a Gardaland a dover andare a trovare i parenti latitanti», ha spiegato Danilo Chirico.
Di Palma ha sollevato una questione rilevante: il rischio che questo meccanismo finisca per indebolire il principio della libertà individuale, presentando una persona come il semplice prodotto della cultura in cui è cresciuta e, in qualche modo, giustificando la sua appartenenza a quel mondo. È il rischio della «normalizzazione».
«Ognuno di noi è libero di fare le proprie scelte. Anche chi vive in questi contesti. Io non sono mai andato a sparare a una persona perché mio padre non mi ha mai messo una pistola tra le mani. C’è chi ha saputo dire basta, anche dopo 75 omicidi. La libertà di scelta è connaturata alla nostra vita. Tutti possiamo scegliere. Se ci leviamo la libertà di scelta, vuol dire che siamo schiavi di qualcosa», ha affermato il procuratore.
Il punto, per il magistrato, non è negare il peso dell’ambiente familiare e sociale, ma evitare che diventi una spiegazione capace di cancellare la responsabilità individuale. Riflessioni riprese e condivise con forza anche dalla sindaca di Villa San Giovanni, Giusy Caminiti, che ha attivamente partecipato al dialogo.
La madre, le ferite e gli affetti
La discussione si è poi concentrata sulla figura materna. La madre di Giusy è stata descritta da Chirico come una donna profondamente segnata dai lutti, tanto da diventare «totalmente anaffettiva». Una condizione legata anche alla frustrazione per l’impunità degli assassini del fratello: «Io sono sposata con un Pesce e gli assassini di mio fratello la fanno franca?».
Ne emerge il ritratto di una donna severa, ossessionata dalla pulizia e convinta che Giusy debba occuparsi dei fratelli. Il padre, al contrario, è ricordato attraverso immagini più leggere: le camicie a fiori, le uscite al cinema, i momenti di apparente spensieratezza.
«Il rapporto tra figlia e padre, dunque, viene idealizzato. Fino a quando decide di non mandarla più a scuola», ha osservato Chirico.
Anche questa contraddizione contribuisce a spiegare la complessità del legame: l’affetto non cancella la violenza del contesto, così come la consapevolezza del male non elimina automaticamente l’attaccamento a chi ha rappresentato un punto di riferimento.
Lo Stato e il dovere di non lasciare soli
Dal caso personale di Giusy Pesce il confronto si è allargato al tema della libertà di scelta, anche in relazione ai percorsi di tutela promossi dal Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria. Al centro, più in generale, la capacità dello Stato di garantire un’assistenza adeguata non soltanto ai minori, ma anche ai collaboratori di giustizia, ai testimoni di giustizia e ai loro familiari.
Richiamando il recente caso di Denise Cosco, Chirico ha sottolineato come le istituzioni non sempre riescano a garantire un percorso di accompagnamento efficace a chi decide di affidarsi allo Stato e che quanto accaduto sia una grave sconfitta.
Di Palma ha replicato evidenziando l’assenza di una disciplina legislativa che consenta di rispondere adeguatamente a tutte le esigenze che emergono in situazioni di questo tipo. Tra i casi più delicati, quello dei familiari di un testimone di giustizia che, una volta raggiunta la maggiore età, possono trovarsi in una condizione per la quale non sono previste tutele sufficienti.
La vicenda di Giusy Pesce, così, supera i confini di una storia individuale e chiama in causa una responsabilità collettiva: quella di costruire alternative reali per chi sceglie di sottrarsi alla criminalità e di fare in modo che la libertà conquistata non si trasformi in un’altra forma di abbandono.
Perché spezzare il legame con un clan non significa cancellare la propria storia. Significa trovare la possibilità di non esserne più prigionieri. E, soprattutto, impedire che quel destino passi alla generazione successiva.

