Nella tredicesima puntata del podcast “Sacro Civile”, lo scrittore calabrese Tommaso Scicchitano legge l’articolo sulla libertà personale: l’orologio che i costituenti misero nel testo nel 1947, il carcere di Rossano con la metà degli agenti, il manicomio di Girifalco e i Cpr
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Prato, carcere della Dogaia, cella 171. Il 5 agosto, alle 23 e 12, muore un uomo di trentadue anni, nigeriano. Il nome non lo sappiamo: la Procura non l’ha detto e nessun giornale l’ha scritto. Shock emorragico per rottura del fegato. A ottobre la Procura ha chiuso le indagini su tre compagni di cella, per omicidio preterintenzionale. Erano in quattro, in una cella.
Non serve andare a Prato. A Rossano, al 23 settembre, c’erano 334 persone per 263 posti e 129 agenti di polizia penitenziaria su una pianta organica di 248: la metà di quelli che servirebbero, come ha denunciato la Uil Fp Calabria dopo un sopralluogo. E Antigone, nel suo ventiduesimo rapporto sulle condizioni di detenzione, uscito a fine settembre con un titolo che è già una fotografia, «Tutto chiuso», conta 64.436 detenuti per 46.318 posti e più di trentamila ricorsi accolti per trattamento inumano o degradante.
Sopra tutto questo c’è un articolo della Costituzione. È il 13, il primo dei diritti, e comincia con sei parole:
«La libertà personale è inviolabile».
È anche il primo articolo lungo della Carta: cinque commi, e dentro un orologio. L’autorità di pubblica sicurezza, in casi eccezionali di necessità e urgenza, può limitare la libertà di una persona, ma deve comunicarlo al giudice entro quarantotto ore; e il giudice ha altre quarantotto ore per convalidare. Se l’orologio scade, il provvedimento «si intende revocato e resta privo di ogni effetto». È l’unico punto, in tutta la Costituzione, dove si contano le ore.
A Sacro Civile dedico una puntata a ogni articolo, nell’ordine. Per la tredicesima sono tornato a Montecitorio, alla seduta del 10 aprile 1947, davanti a un’aula piena di persone che il carcere e il confino li avevano conosciuti da dentro. Badini Confalonieri racconta la polizia che arrestava i familiari del ricercato; Costantini prova a togliere il comma che punisce «ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà», e non passa; Bettiol chiede una Costituzione «antipoliziesca, in quanto è antifascista»; Tupini spiega l’orologio con una frase sola: «perciò le abbiamo limitate a quarantotto ore».
Quell’orologio ha avuto una vita lunga. Nel 1978, con la legge Basaglia, è entrato negli ospedali psichiatrici: anche il trattamento sanitario obbligatorio va convalidato da un giudice entro quarantotto ore. Nel 2001 la Corte costituzionale, con la sentenza 105, lo ha applicato ai centri per stranieri: il trattenimento è una privazione della libertà personale, e vale l’articolo 13. Oggi corre nei Cpr, dove la legge permette di restare fino a diciotto mesi senza che serva un reato. Il rapporto «Trattenuti» di ActionAid e Università di Bari, uscito il 30 settembre, dice che nel 2025 i giudici hanno fatto uscire dai centri più persone di quante lo Stato ne abbia rimpatriate. E il primo luglio di quest’anno il Tribunale di Roma non ha convalidato un trattenimento a Gjadër, in Albania.
Nella puntata c’è anche una storia calabrese che l’articolo 13 non arriva a misurare. Una donna che ha chiesto di restare senza nome racconta la madre entrata nel manicomio di Girifalco nel 1969 e uscita nel 1981: dodici anni senza che nessuno dicesse per quanto, e i due giri di chiave contati ogni domenica, all’ora della visita. Poi la madre torna a casa, e la porta della sua camera la chiude lei, da sola, dall’interno.
La Costituzione può garantire che nessuno vi chiuda dentro; non può garantire che, una volta liberi, sappiate uscire. È la stessa cosa che dice chi il carcere lo conosce per lavoro: fuori manca la famiglia, manca la strada, e le relazioni costruite dentro insegnano soltanto a stare dentro.
Sacro Civile cerca in ogni articolo una matrice spirituale, e quella del 13 sta in una parola ebraica, deror. È la liberazione dell’anno del giubileo, in Levitico 25, quando gli schiavi tornano liberi e le terre ai proprietari; ed è anche, nei Salmi e nei Proverbi, la rondine, l’uccello che nessuno riesce a tenere in gabbia.
In Geremia 34 il re Sedecia proclama la liberazione degli schiavi e i padroni, passato il pericolo, se li riprendono: la libertà data e ritolta è peggio della libertà mai data. E negli Atti degli Apostoli, a Filippi, un terremoto apre le porte del carcere e il carceriere, che per una porta aperta pagherebbe con la vita, sta per uccidersi. Dal buio Paolo gli grida:
«Non farti del male, siamo tutti qui».
Gli uomini liberi che restano, per salvare chi li aveva chiusi.
La puntata dura trenta minuti e si chiude con una richiesta a chi ascolta, per l’articolo 14, quello sul domicilio: raccontare, con un vocale di un minuto, chi è entrato in casa vostra senza bussare.

