Autotrasportatori in presidio contro costi di produzione, caro gasolio e difficoltà del comparto. Dalle proteste lungo gli svincoli dell’autostrada emerge il malcontento di un settore che chiede non assistenzialismo ma di poter continuare a lavorare
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Lo svincolo di Pizzo, dietro, le colline del Vibonese con gli olivi che aspettano la raccolta. Davanti, la rampa che sale sulla Salerno-Reggio Calabria, l'autostrada che da sessant'anni serve a portare via la gente da qui.
In mezzo, un uomo per terra.
Si chiama Antonio. I colleghi lo chiamano così. Si è sdraiato sull'asfalto e ha pianto, con il viso sconvolto, mentre di fronte a lui stava schierato il dispositivo delle forze dell'ordine: il Dodicesimo reparto mobile di Reggio Calabria, i carabinieri del comando provinciale di Vibo Valentia, la Digos. Attorno gli si sono stretti gli altri. Qualcuno con le mani sul volto. Qualcuno abbracciato a un collega.
Ha detto due frasi. La prima: «Aiutateci, non ce la facciamo più». La seconda, che è quella che resta: «Chi lo diceva che in Italia, nel 2026, finivamo in queste condizioni? Dobbiamo avere dignità per i nostri figli, i nostri nipoti».
I video hanno fatto il giro della rete in poche ore. Un uomo adulto, con le mani da lavoro, che piange seduto per terra davanti ai caschi. Teniamola, questa immagine. Ci serve per tutto il resto.
La protesta è cominciata domenica 28 settembre e si è allargata: Pizzo, Rosarno, la piana di Sibari, il Crotonese.
Stamattina a Pizzo erano attesi altri trattori dal Crotonese, e con gli agricoltori c'erano gli autotrasportatori. Non è una categoria che sfila: è un comparto che si ferma.
I numeri che gridano quelli che sono allo svincolo hanno una semplicità che non ammette dibattito.
Domenica, nello stesso presidio, l'olivicoltore Antonio Mastroianni l'ha messa così: «Se io lavoro e il costo di produzione è di otto euro, ma poi mi viene pagato a tre euro, io sto lavorando a perdere». Otto e tre. Non serve un economista: serve una calcolatrice e un po' di vergogna.
Pasquale Torcaso, che fa questo mestiere con una disabilità presa in un incidente, ha aggiunto l'altra metà del conto: la manodopera qui costa minimo settanta euro, i concorrenti d'oltremare la pagano cinque. Poi arriva l'olio straniero imbottigliato e venduto come italiano, e il cerchio si chiude.
Matteo Talarico, che guida il Movimento Territorio e Agricoltura e ha organizzato il presidio, ha chiesto una sola cosa: dignità per il settore. Allo svincolo c'erano anche tre sindaci del Vibonese, San Nicola da Crissa, Monterosso Calabro, Francavilla Angitola, che è il modo in cui i piccoli Comuni dicono che stanno morendo anche loro, perché un paese senza agricoltura è un paese senza paese.
E oggi, a Crotone, la Cia ha proclamato lo stato di agitazione. Il presidente nazionale, Cristiano Fini, ha usato una formula che da un dirigente agricolo non si sente spesso: «La situazione è drammatica e mai vista prima». Il presidente regionale, Nicodemo Podella, ha fatto notare che le multinazionali dell'energia i profitti li hanno fatti, e che il gasolio agricolo è schizzato.
Una cosa va messa a verbale subito, perché è il punto politico di tutta questa storia: la protesta non è nata dalle grandi organizzazioni. È nata da un movimento, allo svincolo, con i trattori. Le sigle sono arrivate dopo.
Il governo è intervenuto. Davvero. Decreto legge 27 marzo 2026, numero 38: un credito d'imposta sul carburante agricolo.
Leggiamolo, però, questo intervento.
Il credito è del venti per cento della spesa. Vale per i carburanti acquistati da marzo a maggio 2026: tre mesi su dodici. Lo Stato ci ha messo novanta milioni, che diventano ottantanove milioni e ottocentomila dopo la deduzione per le spese di gestione dell'Agea, duecentomila euro per amministrare il sollievo di un comparto che muore, e già questo basterebbe come ritratto del Paese. Il tetto è cinquantamila euro per azienda. E la percentuale, avverte il decreto, può ridursi se le domande superano la dotazione: cioè più sei disperato in compagnia, meno prendi.
Ma il dettaglio che va inciso nel marmo è un altro.
La domanda andava presentata sul portale telematico dell'Agea, allegando le fatture, entro un termine che «non può essere successivo al 30 settembre 2026».
Il 30 settembre era martedì. I trattori erano allo svincolo di Pizzo da domenica.
Lo capite? Mentre quegli uomini piangevano in mezzo alla strada, nelle stesse quarantotto ore, si chiudeva per sempre la finestra per chiedere l'unico aiuto che lo Stato aveva messo sul tavolo. Chi non aveva un centro di assistenza agricola, le fatture in ordine, lo Spid funzionante e la testa libera dal pensiero di come arrivare a dicembre, quel venti per cento su tre mesi non lo vedrà mai.
Non è crudeltà. È peggio: è distrazione. Lo Stato ha scritto una misura per un comparto che non frequenta, con i tempi di chi non ha mai avuto fretta.
Passiamo a Palazzo, perché la Calabria in questa storia ha un governo regionale, un presidente e un assessore all'agricoltura, e tutti e tre hanno un ufficio stampa che lavora più dell'ufficio tecnico.
L'assessore Gianluca Gallo ha definito le proteste «sacrosante», e ha ragione. Le ha attribuite a «scenari internazionali sfavorevoli» e all'impatto sui prezzi energetici, e anche qui non dice il falso. Ha promesso di proseguire «senza sosta il lavoro già avviato» e di cercare «soluzioni ancor più incisive». Quali, non si sa: non una misura, non una cifra, non una data. Poi ha spiegato che è il Governo, insieme alle Regioni, a dover adottare ogni iniziativa utile.
Un assessore regionale all'agricoltura che chiede alle Regioni di fare qualcosa. Siamo al punto in cui il potere si appella a se stesso in terza persona, e lo fa con la faccia di chi ha appena vinto una battaglia.
Gallo si muove come un proconsole: fiere, tagli di nastro, convegni, premi al prodotto tipico, padiglioni, gemellaggi, foto con il cesto. È un lavoro, non lo nego: la promozione serve, i mercati esteri si aprono così. Ma un comparto non vive di padiglioni. E quando la capogruppo regionale del Movimento 5 Stelle, Elisa Scutellà, fa notare che «la sola attività promozionale nelle fiere» non basta a garantire alle imprese la possibilità di produrre ancora, dice una cosa talmente ovvia che fa impressione doverla dire.
Il presidente, invece, ha costruito negli anni la macchina comunicativa più efficiente del Mezzogiorno. Reel, diretta, videomessaggio, il grafico con la freccia verso l'alto, la sfida all'opposizione «a colpi di numeri», gli aeroporti che fanno record. Vista dallo schermo di un telefono, la Calabria di Roberto Occhiuto è un posto in pieno rinascimento.
Allora prendiamo i numeri davvero, quelli del Comitato di sorveglianza del programma regionale, discussi lo scorso 29 giugno.
Il programma Fesr-Fse+ 2021-2027 assegna alla Calabria quasi tre miliardi di euro. La spesa certificata, a quella data, era di trecentoventisette milioni: l'undici per cento. I pagamenti effettivamente arrivati ai beneficiari, il dodici. Sotto la media nazionale. Ed entro il 31 dicembre 2026 ne vanno certificati altri duecentosettantatré milioni, altrimenti scatta il disimpegno automatico: Bruxelles si riprende i soldi.
Tre miliardi a disposizione di una regione dove un uomo piange per terra perché produce a otto e incassa tre. E undici per cento di spesa certificata.
Una consigliera d'opposizione, Filomena Greco, ha trovato la formula esatta, e gliela riconosco: la comunicazione non può sostituire i risultati, la Calabria reale non vive nei reel.
Aggiungo soltanto che i reel, in compenso, hanno un tasso di esecuzione del cento per cento.
C'è poi la voce che gli agricoltori mettono in fila subito dopo il gasolio, e che nelle stanze romane fa sorridere: la fauna selvatica. Due milioni di euro di danni accertati in Calabria, il piano di contenimento fermo, un bando regionale da ventidue milioni fra danni da fauna e avversità atmosferiche, e indennizzi che arrivano con la lentezza che conosciamo. A Reggio Calabria, l'anno scorso, duecentosettantottomila euro di ristori.
Significa che un uomo semina, paga il gasolio a prezzo pieno, e poi guarda il raccolto mangiato. E attende un rimborso che vale una frazione del danno e arriva quando il danno è già diventato debito.
E adesso la parte che vorrei si tenesse insieme con l'immagine dell'inizio.
Un uomo si sdraia sull'asfalto, allo svincolo di un'autostrada, davanti a un reparto mobile schierato per impedire l'accesso alla carreggiata.
Dal 2025, in Italia, quella condotta è un reato. Il blocco stradale realizzato con il proprio corpo era stato depenalizzato nel 1999; il decreto sicurezza dell'aprile di quell'anno l'ha riportato nel codice. Da sei mesi a due anni, quando il fatto è commesso da più persone riunite.
Ricapitoliamo, perché merita di essere scritto in una riga sola.
Per il gasolio di quell'uomo, lo Stato ha trovato il venti per cento di tre mesi su dodici, novanta milioni divisi fra un Paese intero, e un portale aperto fino al 30 settembre.
Per il corpo di quell'uomo steso sull'asfalto, lo Stato aveva già pronta una norma, con pena fino a due anni.
Un Paese lentissimo quando deve dare e fulmineo quando deve punire non ha un problema di risorse. Ha una gerarchia.
Devo dare atto, a questo punto, dei funzionari che stamattina erano allo svincolo: hanno tenuto il dialogo, hanno contenuto l'accesso, non hanno caricato. Hanno fatto il loro mestiere meglio di chi ha scritto la legge che erano lì ad applicare. Questo va detto, perché la rabbia va indirizzata dove serve e non dove è più comodo.
Resta un passaggio sulle organizzazioni agricole, e lo faccio senza piacere.
Il presidio di Pizzo l'ha convocato un movimento. L'assemblea delle sigle è arrivata dopo. È un fatto, e dice tutto di un sistema di rappresentanza che negli anni ha imparato il mestiere sbagliato: non portare la rabbia dentro le stanze, ma portare le stanze davanti alla rabbia, a cose fatte, con il comunicato pronto.
Da troppo tempo troppe di quelle sigle hanno confuso l'accesso con l'influenza. Il posto al tavolo ministeriale, la foto al padiglione, il convegno con il sottosegretario, la poltrona nei consorzi, il bando scritto in modo che lo capisca soltanto chi ha un tecnico in ufficio. Hanno difeso gli interessi di chi aveva già la struttura per difendersi, e hanno lasciato i piccoli, quelli che a Pizzo non avevano nemmeno la pettorina, a scoprire da soli che si lavora a perdere.
Una rappresentanza che ha bisogno di vedere un uomo in lacrime sull'asfalto per proclamare lo stato di agitazione ha già fallito prima di cominciare.
E la sinistra?
Qui entro in prima persona, perché sarebbe comodo fermarsi un passo prima e perché su questo non ho alcun diritto di chiamarmi fuori.
Vediamo che cosa ha prodotto la sinistra davanti a quell'uomo per terra.
Il Movimento 5 Stelle chiede di tassare gli utili straordinari delle compagnie energetiche e un tetto strutturale ai prezzi fissato dallo Stato. Proposte serie, le prime cose sensate che si leggano in giornata. Poi la vicepresidente Vittoria Baldino aggiunge: il governo ascolti questa rabbia «prima che diventi disperazione».
Prima che diventi disperazione. La disperazione era già a terra, sull'asfalto, inquadrata da tutte le telecamere della regione. Siamo arrivati tardi perfino sull'aggettivo.
Sul piano regionale: una mozione depositata in Consiglio. Il segretario del Pd calabrese, Nicola Irto, chiede «l'apertura immediata di un confronto» con le organizzazioni agricole.
Questa è la sinistra che conosco, ed è il motivo per cui scrivo questo pezzo con la rabbia in gola. Quella nazionale cerca un programma da anni, convoca officine, scuole di formazione, tavoli tematici, assemblee programmatiche, e non ha ancora capito la cosa più semplice del mestiere: il programma non si scrive, si raccoglie. Sta fuori dai palazzi. Sta nel costo di produzione di un quintale di olive, nel prezzo del gasolio agricolo, nella lentezza di un indennizzo, nel bando scritto in burocratese. Sta in un uomo che dice «otto e tre». Non c'è un seminario al mondo che possa restituirti quella frase: te la devi andare a prendere, con le scarpe sporche.
E quella locale è peggio, perché non ha nemmeno l'alibi della distanza. È impegnata nei soliti giochini di potere a perdere: il posto in lista, il congresso, la corrente, la minoranza della minoranza, la trattativa per un assessorato che non ci sarà. Gente che litiga sulla ripartizione di un'opposizione, come se fosse un patrimonio da dividere e non una responsabilità da esercitare.
Allora lo dico come lo penso, e me ne assumo il peso: quando assisto a queste scene, a queste solitudini, a questa incapacità di prendersi carico e cura di certe battaglie, mi vergogno di essere di sinistra.
Non perché la destra sia meglio: la destra, qui, governa e ha i numeri in mano, e quei numeri sono l'undici per cento. Mi vergogno perché la sinistra ha un dovere in più. È nata per stare accanto a chi lavora e perde. E se un uomo che lavora a perdere finisce sdraiato sull'asfalto davanti alla Digos e noi gli mandiamo una mozione, allora abbiamo smesso di essere quella cosa e siamo diventati un ceto. Un ceto che discute di programmi nelle sale e affitta la propria indignazione a giornata.
Tornerà il silenzio, allo svincolo di Pizzo. I trattori si sposteranno per far passare le auto, come hanno fatto nei giorni scorsi, perché questa è gente educata anche quando è disperata. Le telecamere smonteranno. Il video di Antonio diventerà un meme, poi un ricordo, poi niente.
E fra due settimane, su quelle colline, comincerà la raccolta. Gli stessi uomini saliranno sulle scale, stenderanno le reti sotto gli olivi, batteranno i rami, caricheranno le cassette, pagheranno il frantoio. Faranno tutto con la precisione di chi lo fa da trent'anni e l'ha imparato dal padre. Produrranno a otto e incasseranno tre. Non perché siano cattivi imprenditori: perché abitano l'ultimo anello di una catena in cui ciascuno, salendo, si prende il suo.
Antonio ha parlato dei figli e dei nipoti. Ha usato una parola sola, dignità, e l'ha usata al futuro.
È questo che dovrebbe tenerci svegli. Non il gasolio, che è un prezzo e domani può scendere. Ma il fatto che un uomo adulto, in Italia, nel 2026, debba sdraiarsi in mezzo alla strada per chiedere a uno Stato che non lo ascolta il permesso di lasciare qualcosa a chi viene dopo.
Lo svincolo di Pizzo porta all'autostrada. Da sessant'anni, da qui, l'autostrada serve per andarsene.
I figli di quegli uomini l'hanno capito. E non staranno sdraiati sull'asfalto: la prenderanno.


