VIDEO | La speranza che nasce dal dolore: alla Scuola di Polizia l’iniziativa per sensibilizzare sull’importanza della donazione. Storie strazianti ma al tempo stesso simbolo concreto di rinascita
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Storie di indicibile sofferenza e al tempo stesso di speranza e rinascita. Da Tania Conocchiella ad Andrea Minasi, passando per Federica Monteleone e altre giovani vite spezzate, e dalle loro famiglie che hanno trasformato il buio di un lutto inconsolabile e prematuro in una luce di altruismo.
L’associazione Il Dono, l’Admo e il Rotary Club di Vibo Valentia ne hanno celebrato l’immensa generosità alla Scuola allievi agenti della Polizia di Stato in un incontro, una “Giornata degli Angeli”, che ha messo insieme associazioni e istituzioni, autorità e futuri agenti di polizia, scolaresche e amministratori locali, e che ha conosciuto momenti di autentica commozione.
In prima fila le famiglie dei donatori, le autorità militari, il prefetto Anna Aurora Colosimo e il questore Rodolfo Ruperti. Al tavolo dei relatori, introdotti e moderati dalla presidente del Rotary Club Vibo, Mariangela Preta, al fianco del direttore della Scuola di Polizia Pasquale Ciocca, il presidente dell’associazione Il Dono, Alfonso Toscano, con addetti ai lavori e specialisti, tra i quali il direttore dell’Unità operativa complessa del Centro regionale trapianti Demetrio Marino e la referente formazione dello stesso centro Elisabetta Macrina, la responsabile della Terapia intensiva donazione e trapianti dell’Azienda ospedaliero-universitaria Dulbecco di Catanzaro Anna Grande, la dirigente della Polizia stradale Erica Lavecchia.
Il papà di Andrea: «Il suo primo dono, il sorriso»
Sullo schermo scorrono i volti dei giovani donatori – Anita, Andrea, Letizia, Federica, Tania, Filippo, Michelangelo e Francesco – e le lettere idealmente indirizzate loro dalle madri e dalle famiglie, interpretate dalla voce narrante dell’attrice Annalisa Insardà. Toccante la testimonianza di Giovanni Minasi, papà di Andrea. «Era una ragazza speciale, probabilmente quando era in vita non ce ne siamo resi conto - ha detto parlando ai giornalisti -. Aveva un sorriso per tutti, il primo dono che lei ha donato a tutti è stato il suo sorriso. Quando arrivava riempiva la stanza, le persone erano illuminate dalla sua presenza. In realtà noi non abbiamo fatto niente, abbiamo solo rispettato la sua volontà. Ci ha regalato quei nove giorni dopo l’incidente, in cui ci ha permesso di abituarci all’idea del distacco. Dopodiché abbiamo semplicemente fatto in modo che la sua volontà di donare agli altri fosse rispettata, e così è stato».
Una seconda possibilità
Poi c’è un’assenza, troppo dura da accettare. «È durissima oggi - ha aggiunto Giovanni Minasi -, andare avanti è un vuoto dilaniante. Però siamo contenti che questo regalo di Andrea abbia consentito a tante altre persone di avere una seconda possibilità. E reputo che anche giornate come quella di oggi siano una seconda possibilità per tutti quanti, in modo che tutti possano pensare alla donazione come una seconda possibilità di fare del bene nella loro vita. È questo il messaggio di Andrea, quello che ci fa andare avanti: avere speranza e un conforto, in qualche modo, per la sua mancanza».
Dalla vita vissuta all’impegno sociale
A tenere insieme dolore e speranza è l’azione di associazioni come Il Dono, guidata da Alfonso Toscano. «È un impegno che nasce dalla mia esperienza vissuta - ha detto -. Io sono stato per molto tempo in attesa e so cosa significa aspettare che il telefono squilli e compaia la scritta Centro Trapianti. Ero in condizioni disperate, alla fine poi è arrivato questo dono immenso, incommensurabile, e la mia risposta è stata vivere di gratitudine. Oggi con la mia associazione entro nelle scuole, nelle parrocchie, nelle università a spiegare perché donare, a far capire che quando si dona non si muore mai, perché si dà vita. Quando ormai non c'è più niente da fare per noi, si può dare vita a tante altre persone».
Non solo, l’associazione è vicina alle famiglie più fragili nei momenti di maggior difficoltà. «Ci occupiamo prevalentemente di problematiche adolescenziali e di problematiche vissute da molte donne con figli. Stiamo seguendo, tra gli altri Chiara Calamita, e Carol, con il suo sorriso. Cerchiamo di restituire, cerco di restituire un pochino del dono immenso che ho avuto».
Le Istituzioni devono fare la loro parte
E in sala, non a caso, c’era proprio lei, Carol: la bambina di Zungri rimasta senza assistenza a scuola accompagnata da mamma Rosetta che in suo nome porta avanti una battaglia di civiltà.
Fondamentale, spiega Toscano, coinvolgere proprio le istituzioni. Anche sul fronte della donazione di organi. «A breve avvieremo progetti nei Comuni, per sensibilizzare il personale degli uffici Anagrafe ad una corretta informazione sul consenso alla donazione che avviene all’atto del rinnovo della carta d’identità. Quella domanda spesso non viene posta o lo si fa in maniera fredda. Noi crediamo sia necessario partire anzitutto dalla giusta informazione».
In Calabria forte opposizione alla donazione
I dati sulle donazioni in Calabria del resto parlano chiaro. A snocciolarli è il direttore del Centro regionale trapianti Demetrio Marino. «In Calabria abbiamo un quadro di liste d'attesa di circa 160 pazienti per il trapianto di rene, 25 pazienti in attesa di cuore e 65 in attesa di fegato. Purtroppo nella nostra regione il tasso di opposizione è ancora elevato, siamo intorno al 45% secondo i dati del Sistema informativo nazionale, con particolare criticità in alcuni comuni dove c’è un’opposizione che arriva anche al 65-70%».
L’incidenza del retaggio culturale
«La reticenza c'è, purtroppo, e spesso non ha una motivazione precisa» aggiunge la dottoressa Anna Grande, responsabile donazione e trapianti della Dulbecco. «Alla base ci può essere un retaggio culturale, la difficoltà di capire, l'impossibilità di accedere alle informazioni e poi, sembra paradossale, la paura di far soffrire ancora il proprio congiunto. Tante volte mi è stato detto: “non voglio, perché ha già sofferto molto”, ma purtroppo quando non ci siamo più, non c'è più dolore. L'unica cosa in cui possiamo sperare è cercare di far rivivere altre persone. Dovremmo invece metterci nei panni degli altri e pensare: e se fossi io ad averne bisogno?».

