Ammazzata brutalmente a Lamezia, dopo 34 anni Lolita attende ancora giustizia

Le uniche indiziate sono state assolte in tre gradi di giudizio. Per quel delitto nessuno ha mai pagato. Così l'inquietante caso della giovane cantante è finito nel dimenticatoio

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di Tiziana Bagnato
26 aprile 2020
20:36
La cantante Graziella Franchini, alias Lolita,  quando era all’apice del successo, prima del suo trasferimento in Calabria
La cantante Graziella Franchini, alias Lolita, quando era all’apice del successo, prima del suo trasferimento in Calabria

Avrebbe avuto settanta anni oggi. Trentaquattro in più di quando venne uccisa con violenza e accanimento nel bagno della sua villetta di un residence di Lamezia Terme. Graziella Franchini, conosciuta al grande pubblico come Lolita, non ha mai avuto giustizia. La legge in tutti questi anni non ha mai individuato i colpevoli della sua morte e lentamente il suo ricordo si è fatto sempre più sfocato e labile.

 

Un po’ come la sua carriera che dopo avere conosciuto la cresta dell’onda, con la partecipazione a festival, trasmissioni televisive e pubblicità, si era dovuta abituare a ben altre piazze. Feste di paese, sagre, così si manteneva all’epoca della sua morte Lolita.
Veneta di nascita, si era trasferita a Lamezia per lavoro e aveva iniziato una relazione con un ginecologo, divorziato e fidanzato con una studentessa di medicina.

 

La sera del 27 aprile del 1986 Lolita avrebbe dovuto esibirsi a San Leonardo di Cutro, ma non arrivò mai preoccupando i suoi impresari che la conoscevano come persona puntuale. Il giorno dopo uno dei suoi datori di lavoro decise di introdursi nell’abitazione per capire cosa fosse successo, e si trovò di fronte ad un lago di sangue e al corpo esanime di Lolita.
La cantante aveva ecchimosi e segni da taglio e una vasta ferita sopra il pube provocata, si scoprì successivamente, con una bottiglia di vetro tagliata.

Le indagini 

Si iniziò ad indagare sulla sfera privata di Graziella, scoprendo così che temeva la fidanzata del compagno e la madre perché l’avrebbero più volte minacciata intimandole di interrompere la sua relazione con il medico. Ma le due donne, Teresa Tropea e Caterina Pagliuso, non si sarebbero fermate alle parole e in un’occasione avrebbero aggredito Graziella con una sbarra di ferro. Le indagini ebbero subito come fulcro entrambe e il 30 aprile la Procura di Lamezia ne dispose il fermo.

 

Da subito iniziò il balletto delle testimonianze. Da un lato Tropea dichiarava che quel pomeriggio era andata a Messina dove frequentava la facoltà di Medicina e le sue parole trovavano conferme, dall’altro c’era chi l’aveva vista insieme alla madre proprio nell’orario indicato come quello del delitto nel residence la Marinella ma poi ritrattava. E, infine, ci furono testimonianze anonime. A pesare era anche il cognome della madre di Teresa Tropea e la parentela con il clan Pagliuso.

Il processo

Quello che ne venne fuori fu un processo prevalentemente indiziario. La Corte d’assise di Catanzaro assolverà Tropea e Pagliuso per insufficienza di prove (formula dubitativa in vigore prima della riforma del codice di procedura penale, nel 1989), mentre la Corte d’assise di Catanzaro e la Corte di cassazione le assolveranno con formula piena.
Per la legge italiana madre e figlia non hanno ucciso Graziella Franchini, sono innocenti e non potranno più essere processate per questo delitto.

 

Del caso si occupò anche la celebre trasmissione “Telefono Giallo”, condotta da Corrado Augias, ma poi finì nel dimenticatoio. Chi abbia ucciso la giovane cantante nessuno lo hai mai stabilito. Uno o più assassini sono a piede libero. Per quella tragedia, quella morte prematura e quel delitto feroce nessuno ha mai pagato.

Giornalista
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