Le indagini

Arresti nel Crotonese, dal “cattivo” luogotenente al brigadiere «rompicoglioni»

Dagli atti dell’inchiesta emergono le figure contrapposte di due carabinieri forestali: uno è sospettato di aver favorito la mafia dei boschi, l’altro ha tentato di contrastarla (ASCOLTA L'AUDIO)

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di Marco Cribari
3 ottobre 2022
19:02

Il poliziotto buono e quello cattivo. Stavolta, però, non è il solito gioco delle parti, ma un sospetto investigativo che vede due carabinieri forestali coinvolti, nel bene e nel male, nella recente operazione antimafia contro il clan di Mesoraca.

Perché ha evitato l’arresto

Il ruolo del “cattivo” gli inquirenti lo assegnano al luogotenente Costantino Calaminici, sotto il cui naso si sarebbero perpetrati diversi tagli abusivi di legname operati dalla cosca, con successivo trasporto del materiale presso le centrali a biomasse. Il sottoufficiale qualità di comandante della Stazione di Petilia Policastri, avrebbe dovuto vigilare, e invece gli investigatori ritengono sia stato complice, tanto da cucirgli addosso oggi l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Ha evitato l’arresto solo perché i reati in questione sono stati ritenuti lontani nel tempo – risalgono al 2017 – e il suo successivo pensionamento ha escluso agli occhi del gip il pericolo di reiterazione. 


Il maresciallo di pietra

Sullo sfondo trova posto anche un secondo “cattivo” che non figura tra gli odierni indagati: l'ex comandante della stazione di Cava di Melis (Longobucco) Carmine Greco, già condannato in primo grado a tredici anni di carcere per concorso esterno con la 'ndrangheta nell’ambito dell’operazione “Stige”. È a seguito del suo arresto, avvenuto a luglio del 2018, che il brigadiere Salvatore Salerno prende la decisione di parlare con i magistrati della Dda di Catanzaro, raccontando loro ciò che sa a proposito della mafia dei boschi. E se Greco è il convitato di pietra, è proprio lui, Salerno, il poliziotto “buono” di questa storia.

La ditta in odor di ‘ndrangheta

Ha lavorato per anni nel Parco della Sila e dice di conoscere molto bene «le dinamiche criminali di quell’area», ma soprattutto sostiene che tutti i suoi colleghi sanno che i titolari della ditta Spadafora di San Giovanni in Fiore «sono collegati alle famiglie mafiose dei Ferrazzo di Mesoraca e dei Comberiati di Petilia». Un giorno viene a sapere che gli Spadafora stanno eseguendo un taglio indiscriminato di alberi nella zona di competenza di Greco, e quindi chiede a quest’ultimo e al suo superiore, il capitano Roseti, di intervenire con un controllo. 

La telefonata incriminata

La verifica non sarà effettuata perché, a detta dell’ufficiale, «i militari erano impegnati in un’altra attività», ma una settimana più tardi Salerno riceve la telefonata di Calaminici che gli chiede conto proprio di quel suo interessamento. «Mi disse che era stato fermato da Donato Mario Ferrazzo detto Topolino, capo dell’omonima cosca di ’ndrangheta, il quale gli aveva rappresentato che il sottoscritto andava a rompere i coglioni anche agli Spadafora a San Giovanni in Fiore».

L’incredulità del capitano

A quel punto il brigadiere chiama subito Roseti e lo informa dell’accaduto. «Capitano – gli chiede – com’è potuta accadere una cosa simile?», ma la risposta che ottiene è un altro punto di domanda: «Chi può essere stato?». Per Salerno «era chiaro che la notizia fosse stata veicolata da Greco agli Spadafora». Secondo il gip si tratta di «un messaggio intimidatorio veicolato al brigadiere» per metterlo al corrente «del malcontento del capocosca» nei suoi riguardi.

L’odiato brigadiere

Non si tratta di un episodio isolato. Sempre il giudice delle indagini preliminari, infatti, rileva come in alcune intercettazioni, altri indagati mettessero a confronto la figura «dell’accondiscendente luogotenente con quella del ben più intransigente brigadiere Salerno, gettando discredito su quest’ultimo».

Giornalista
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