Arresti a Reggio Calabria, la 'ndrangheta era padrona anche della morte e delle sepolture

Ai domiciliari pure il dirigente responsabile pro tempore dei servizi cimiteriali del Comune. Avrebbe favorito i Rosmini nell'imposizione del monopolio all'interno del camposanto del quartiere Modena

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di Alessia Candito
26 maggio 2020
08:35
Il cimitero di Reggio Calabria
Il cimitero di Reggio Calabria

Padroni della vita e dell’economia di un intero quartiere, padroni della morte e delle sepolture. Nella periferia sud di Reggio Calabria, anche per essere sepolti bisognava chiedere il permesso alla ‘ndrangheta.

Nello specifico, al clan Rosmini, da sempre nell’orbita del casato dei Serraino, e agli Zindato, satellite dei Libri, storica famiglia dell'élite della 'ndrangheta reggina, che insieme nonostante inchieste e processi, continuano a tenere sotto scacco i quartieri di Modena, Ciccarello e San Giorgio Extra. Nove fra boss e gregari dei due clan questa mattina all’alba sono stati arrestati dagli agenti della Squadra Mobile con l’accusa di associazione mafiosa, mentre va ai domiciliari per concorso esterno il dirigente Responsabile pro tempore dei servizi cimiteriali del Comune di Reggio Calabria, Carmelo Manglaviti.

 

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I padroni del cimitero

È grazie a lui – emerge dall’inchiesta dei pm Sara Amerio e Stefano Musolino, coordinata dal procuratore capo Giovanni Bombardieri -che i clan non solo hanno imposto il proprio monopolio sul cimitero di Modena, ma sono riusciti a governarlo persino dagli uffici comunali.

E di certo non è servita la forza per farlo. Con il reggente Giordano e i suoi – svela l’inchiesta "Cemetery boss" – il funzionario comunale aveva un rapporto particolareggiato, esclusivo e confidenziale, per il clan si era messo a completa disposizione, tanto da costringere anche i dipendenti dell’ufficio quasi a fare da segretari agli uomini del clan, che nei locali del Comune all’interno del cimitero erano di casa. Da lì, il reggente e i suoi più stretti collaboratori hanno gestito affari, fissato prezzi, modi e tempi di tumulazioni, sepolture, come di costruzione e ristrutturazione di cappelle funerarie. Come se fosse una loro proprietà, in quegli uffici trattavano affari, ricevevano clienti e chiudevano accordi per monumenti, tombe e lavori. Per di più senza neanche avere una ditta.

Le dichiarazioni dei collaboratori

Attività documentate per mesi da intercettazioni telefoniche e ambientali e confermate dai pentiti che ai magistrati hanno svelato organigramma e affari dei clan Rosmini e Zindato. Ne ha parlato in dettaglio Enrico De Rosa, oggi pentito ma un tempo braccio imprenditoriale dei clan, vicinissimo a Mico “Tattoo” Sonsogno, reggente degli Zindato fino al suo arresto. Ma soprattutto hanno iniziato a parlarne due collaboratori nuovi.

Il boss imprenditore parla e Reggio trema

Il primo, il boss imprenditore Pino Liuzzo, da mesi collabora con i magistrati. E in molti a Reggio Calabria hanno iniziato a tremare. Capo di una holding criminale e per decenni in rapporti con politici e imprenditori della città, ponte fra l’ala criminale e quella imprenditoriale dei clan, Liuzzo sa di affari e segreti di boss e professionisti, gregari e faccendieri. Il secondo invece è una voce del tutto nuova nel panorama dei collaboratori. Si chiama Federico Greve, storico autista di Totò Rosmini, e secondo indiscrezioni avrebbe iniziato a collaborare senza essere stato mai arrestato o coinvolto in precedenti inchieste. Ma nel clan Rosmini c’è stato per lungo tempo, tanto da essere in grado di indicare con certezza ruolo, incarichi e pedigree criminale di Francesco Giordano, nuovo reggente del quartiere Modena. 

Il reggente Francesco Giordano

Una figura criminale in ascesa, dominus assoluto dei lavori al cimitero, battezzato nel ’91 – ha raccontato Liuzzo -  dallo storico boss Diego Rosmini “il nano” in persona, ma per De Rosa considerato persona di fiducia anche dai Serraino. Indicazioni che le indagini hanno confermato se è vero che proprio a Giordano si sono rivolti in passato Filippo Chirico e il suo braccio destro Gaetano Tomaselli del clan Libri quando c’è stato da occupare un immobile. E lo stesso hanno fatto due emissari di Maurizio Cortese, fra i leader del “banco nuovo” del clan Serraino, per recuperare un motorino rubato dai gruppi criminali nascosti fra la comunità rom che vive nel quartiere.

I colonnelli dei Rosmini

Su quel fronte, Giordano – hanno svelato le indagini – ha sempre potuto contare su Salvatore Claudio “Peppe” Crisalli, factotum del reggente e “ambasciatore” in grado di interloquire con i gruppi criminali rom, dai quali era in grado di pretendere la restituzione di vetture rubate. Stesso “settore” di Massimo Costante, autista e “bodyguard” del reggente, alla bisogna in grado di intervenire in ogni ambito, dal commerciale al “recupero” di auto e moto rubate.  Ma anche quando c’erano lavori da accaparrarsi al cimitero, né Costante nè Crisalli si tiravano indietro, sebbene lì a fare la voce grossa fosse Giuseppe Angelone, storico e carismatico affiliato ai Rosmini, coordinatore operativo dell’occupazione imprenditoriale del cimitero.

A disposizione dei Pesce

Ambasciatore del clan era anche il fratello di Crisalli, Natale chiamato ad occuparsi dei rapporti con altri clan, come i Pesce che a lui si rivolgono per trovare un lavoro a due ragazze della Piana, in cerca di impiego in città. E Crisalli per conto della famiglia si mette a disposizione, offrendo anche vitto e alloggio. Galateo di ‘ndrangheta che non dimentica né latitanti, né le famiglie degli arrestati, affidati alle cure di Roberto Puleo. Tutti settori seguiti da lontano e senza sporcarsi le mani da Nicola Alampi, fratello del boss Natale, considerato vertice strategico del clan.

I cani da guardia degli Zindato

Ma nel mirino degli investigatori che per mesi hanno lavorato su quei quartieri, sono finiti anche spacciatori e “cani da guardia” degli Zindato come Demetrio Messineo e Rocco Richichi. Personaggi violenti, in grado di tirare fuori le armi e menare le mani, a loro era affidato lo spaccio nel quartiere, ma anche la risoluzione non sempre pacifica delle “controversie”. Incluso con i “coinquilini” Rosmini a cui per una “mancanza” avrebbero voluto bruciare il bar. Ma anche questa indagine - spiegano gli inquirenti - dimostra che la 'ndrangheta è una, le strategie si coordinano e i contrasti si appianano. Esperti di realpolitik criminale, i capi alla bisogna aizzano i cani o tirano il guinzaglio. 

Giornalista
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