Dentro l’inchiesta

Banane e coca, ecco come gli investigatori hanno scoperto i 650 chili di droga a Gioia Tauro

VIDEO | Gli investigatori attendevano quel carico perché anche dietro il maxisequestro di ieri c'è un lungo e complicato lavoro di intelligence (ASCOLTA L'AUDIO)

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di Francesco Altomonte
30 aprile 2022
06:30

Il maxi carico di cocaina sequestrato ieri mattina al porto di Gioia Tauro non era destinato al mercato italiano. Ne sono certi gli investigatori della guardia di finanza che, insieme agli uomini delle Dogane, da anni presidiano il grande scalo marittimo calabrese.

Il carico da 650 chili di cocaina purissima era partito dal porto di Guayaquil in Ecuador e sarebbe stato diretto a Salonicco, in Grecia, per poter poi essere mosso con ogni probabilità anche verso la Macedonia e i paesi dell’area balcanica.


Secondo quanto appreso, gli uomini delle Fiamme gialle erano in attesa di quel carico, perché dietro ogni sequestro c’è un incessante lavoro investigativo alle spalle. Mesi di analisi dei flussi sul territorio nazionale e internazionale, nel Mediterraneo ma anche dal Sud America.

Quel carico di 650 chili di coca purissima, scovato in una partita di banane, era legato a un’attività investigativa internazionale che aveva coinvolto il porto di Malta e ancora prima quello di Panama. In entrambi gli scali, infatti, erano stati sequestrati carichi di cocaina. Seguendo quella pista, gli uomini della finanza e delle dogane sono arrivati fino a Gioia Tauro, dove dovevano transitare circa 50 container della stessa partita di merce.

La droga era nascosta in fondo al box e non all’entrata. Questo particolare, insieme al fatto che i sigilli non fossero contraffatti, dà la certezza che la cocaina fosse destinata allo scalo finale della tratta.

Fin qui il lavoro di intelligence, che sta alla base di ogni grande sequestro all’interno del porto di Gioia Tauro. Subito dopo, però, servono gli strumenti tecnici per poter intercettare il carico tra decine di container e permettere, così, di non bloccare i flussi e non penalizzare gli imprenditori che lavorano in maniera lecita.

L’abilità, in questo caso, sta nel prendere solo quei container dove si nasconde la droga. Una grossa mano la dà lo scanner in uso alle dogane che permette di captare anomalie all’interno del container.

Il lavoro degli investigatori della finanza che operano all’interno del porto di Gioia Tauro, però, non si conclude con l’individuazione del carico. Il sequestro quasi sempre è frutto di indagini pregresse che proseguono anche dopo l’operazione; oppure, l’inchiesta prende le mosse subito dopo avere intercettato la cocaina.

Indagini, quindi, che stanno a monte o a valle, che portano gli investigatori in Italia o all’estero attraverso un'intricata ragnatela di rotte e flussi, alla ricerca di broker che si muovono tra l’Europa e il Sud America.

Un lavoro che negli ultimi anni ha dato i suoi frutti ed è cristallizzato in un numero: nel 2019, circa l’80% della cocaina sequestrata in Italia è stata intercettata al porto di Gioia Tauro.   

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