Call Center, chiude la sede di Lamezia. I lavoratori: «No al trasferimento»

VIDEO Sono circa 700 i dipendenti della Abramo Customer Care che dovrebbero essere trasferiti a Catanzaro. Una questione di risparmio dei costi per azienda che trova però il muro dei dipendenti che si oppongono 

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di Tiziana Bagnato
9 giugno 2020
13:39

Zona industriale di Lamezia Terme, frazione di San Pietro Lametino. Si trova qui una della sedi della Abramo Customer Care, azienda leader nel ramo dei call center che ha acquisito anni addietro l’Infocontact. In questi locali, di proprietà dell’ente in house della Regione Calabria Fondazione Terina, lavorano circa 700 dipendenti, la maggior parte dei quali con contratti da quattro ore al giorno e stipendi che si aggirano sui 700 euro.

 

Vengono da tutta la Calabria, alcuni addirittura quotidianamente da Reggio. Un vero e proprio indotto messo ora a causa del Coronavirus per lo più in smart working, ma che a breve dovrà rientrare e rischia di doverlo fare in un’altra sede. L’azienda ha dismesso i locali e punta a trasferire i lavoratori a Cassiodoro e Settingiano, nel catanzarese, in sedi di sua proprietà, trovando la netta contrarietà dei lavoratori.

 

«In tanti – ci spiega Alberto Ligato, segretario regionale Slc Cgil e Rsu – hanno già detto che se questa ipotesi dovesse concretizzarsi sarebbero pronti a lasciare il lavoro. Qualcuno semplifica facendo ragionamenti ragionieristici e con la squadretta sulla distanza Lamezia – Catanzaro, ma non è così. Per chi viene da zone periferiche e fa già tanti sacrifici si avrebbe un aggravio dei costi non indifferente. Penso al tempo andata e ritorno che aumenterebbe, alla manutenzione dei mezzi e alla benzina in più. Qualcuno farebbe fino a 50 chilometri al giorno in più. Condizioni che su stipendi non robusti possono incidere tanto».

 

«Per qualcuno diventa più favorevole non lavorare ed è una cosa grave, specie in un territorio come il nostro – aggiunge Francesco Cugnetto, lavoratore dell’Abramo – lo smart working potrebbe venirci incontro aiutando a diminuire quanto noi spenderemmo per andare a lavorare».

 


Una sforbiciata ai costi dell’azienda, insomma, trasferendo i dipendenti in sedi di proprietà dell’azienda stessa. Ma i lavoratori non ci stanno: «Le commesse stanno tutte lavorando a regime – spiega Liegato - l’azienda paventa crisi da tempo e ha avuto delle diminuzioni di fatturato, ma queste non si possono tradurre in risparmi sulle spalle delle persone».

Giornalista
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