Ucciso perché gay, i carabinieri cercano il corpo di Gangitano fra Vibo e Stefanaconi

VIDEO | L'omicidio risale al 2002 ed è contestato a quattro imputati nell’operazione Rinascita-Scott. A svelare i retroscena della scomparsa è stato il collaboratore Andrea Mantella, cugino della vittima (ASCOLTA L'AUDIO)

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di Redazione
11 gennaio 2021
12:30

Carabinieri in forze fra Vibo e Stefanaconi in quella che era la masseria di Andrea Mantella, già killer del clan Lo Bianco, poi staccatosi per formare un autonomo clan ed ora collaboratore di giustizia. Si cerca il corpo di Filippo Gangitano, detto “Pippu u Picciottu”, cugino dello stesso Andrea Mantella e scomparso per “lupara bianca” il 27 gennaio 2002. Per tale omicidio e scomparsa del cadavere sono stati rinviati a giudizio dinanzi alla Corte d’Assise di Catanzaro – prima udienza il 10 febbraio prossimo -: Vincenzo Barba, alias “il Musichiere”, Filippo Catania, Paolino Lo Bianco e Andrea Mantella, tutti di Vibo Valentia.

Fra i mandanti del fatto di sangue viene indicato anche il boss Carmelo Lo Bianco, alias “Piccinni”, deceduto nel 2004 in carcere. Il fatto di sangue viene contestato nell’ambito dell’operazione Rinascita-Scott. 


vertici del clan Lo Bianco – ha fatto mettere a verbale Andrea Mantella – decisero che Gangitano andava eliminato perché «omosessuale». Che fosse vero o meno, poco importava. «La città era piena» e ciò divenne una sentenza senza appello, perché la ‘ndrangheta aveva delle regole e perché bisognava «dare conto a San Luca», che non accettava gay tra gli affiliati. Di vero c’era che Filippo Gangitano, allora trentacinquenne, aveva un amico più giovane dal quale non si separava quasi mai. E quel legame che appariva fortissimo, quasi simbiotico, finì con l’alimentare le voci, voci che – riscontrate o meno che fossero – si tradussero in una condanna a morte.

Andrea Mantella ha sottolineato agli inquirenti di aver provato a salvare la vita del cugino, ma i suoi sforzi si rivelarono tutti inutili e così egli stesso dovette farsi carico di attirarlo in una trappola, coinvolgendo con l’inganno pure i suoi fratelli, ignari di quale fosse il piano, per consegnarlo al fucile di colui il quale l’avrebbe ammazzato: Francesco Scrugli, a sua volta assassinato, dieci anni dopo, nella guerra di mafia tra i Patania di Stefanaconi ed il clan dei Piscopisani.

L’ex killer Andrea Mantella ha spiegato che Gangitano fu atteso da Scrugli, nascosto dietro una balla di fieno, nella masseria. Sparò con un fucile calibro 12 e lo colpì alla testa. Esanime, venne messo in un sacco, caricato su una carriola e portato dall’altra parte della strada, dove fu seppellito. Ma Mantella aggiunge un altro particolare agghiacciante. Randagi e animali selvatici, avvertendo l’odore del cadavere, nascosto sotto pochi centimetri di terra, scavarono e, dopo qualche giorno, fecero affiorare alcuni resti, facendone scempio.

Così Andrea Mantella diede ordine di bruciare il corpo assieme ad alcuni vecchi pneumatici e di sotterrare nuovamente ciò che restava. Quei resti straziati sono ancora lì seppelliti ed oggi si cerca di portarli alla luce con nuovi scavi a ridosso della masseria di Mantella e della Tangenziale Est.

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