Sanita’

Carenza di medici, D’Alessandro (Lega): «Accesso all’Università per tutti, paletti solo dopo il primo anno»

Il responsabile della Sanità del Carroccio chiarisce come la soluzione non sia l'immigrazione medica: «Si finanzino altre borse di studio per le scuole di specializzazione»

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7 settembre 2022
23:30

«È inevitabile che un sistema basato sulla selezione non possa garantire che tutti i più bravi vincano, visto il numero ridotto, ma il sistema di selezione italiano attuale effettua uno sbarramento a molti giovani bravi e meritevoli».  Lo si legge in una nota dirmata dal responsabile Sanità della Lega, Elio D'Alessandro, in merito alle limitazioni previste all'accesso alla facoltà di Medicina.

«In questo modo non si attua una reale selezione basata sul merito. Per quest’anno sempre quiz con un inizio di cambiamento. Ridimensionati quelli di cultura generale e di logica mentre aumentati le domande di biologia, chimica, fisica e matematica. In tutti i casi le nostre Facoltà di Medicina sfornano medici che sono molto richiesti all’estero e dove spesso, viste le loro capacità e la loro formazione, sono in grado di raggiungere rapidamente ruoli apicali».


«L’eccessiva selezione effettuata con il numero chiuso ha determinato una incapacità del sistema a tenere in equilibrio il rapporto tra necessità dei medici e turnover degli stessi. Ripeto i medici che oggi le nostre Facoltà formano, come detto, sono giovani qualificati e preparati. Discutere e proporre modifiche al numero chiuso o programmato per l’accesso alle Facoltà Mediche non può prescindere dal ricordare il razionale che ha portato alla sua introduzione: fino al 1923 era possibile accedere ai Corsi di Laurea in Medicina solo a chi avesse frequentato il liceo classico, per poi estendersi dopo pochi anni a chi provenisse dal liceo scientifico».

«Già cent’anni fa, quindi, veniva eseguita una prima selezione della futura classe medica del Paese. Nel 1969 le Facoltà di Medicina venivano aperte a tutti i possessori di un diploma di maturità. Si avverava un grande sogno o meglio un miraggio: tutti potevano diventare medici senza limiti di studio o di numero. La logica conseguenza fu che il sogno si trasformò in un grosso problema ed in pochissimi anni si arrivò ad avere troppi medici rispetto al bisogno dei cittadini, degli ospedali e di tutte le strutture sanitarie con tanti giovani laureati disoccupati e senza poter offrire a loro un futuro».

«Chi di noi non ricorda il grande Alberto Sordi nel “Medico della Mutua” che descriveva la caccia al mutuato e quindi al “posto assicurato “ nel proprio studio. Nella anni ’80 la Comunità Europea chiese poi a tutti i Paesi Membri di assicurare un certo standard qualitativo per l’istruzione universitaria ed alcuni atenei decisero così, spontaneamente, attraverso decreti rettorali propri, di introdurre un test di ammissione. Sulla base di queste premesse e per arginare il fenomeno nel 1987 l’allora Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Ortensio Zecchino introdusse il numero chiuso con un apposito decreto».

«Una svolta per gran parte delle facoltà a carattere scientifico, che sanciva il principio di relazione tra il numero di studenti e la capacità delle singole strutture di ospitarli, la disponibilità dei professori, la possibilità di svolgere laboratori e lezioni. Numerosi furono i ricorsi ed infine nel 1999 tale decreto diventò legge, legge dichiarata poi legittima dalla Corte Costituzionale nel 2013. Scopo dichiarato del numero chiuso è stato quindi quello di formare il numero di medici adeguato a soddisfare la domanda futura in Italia, garantendo il diritto al lavoro».

«Purtroppo - si legge - senza centrare l’obiettivo tanto che oggi, oltre alle cooperative di medici pensionati, si richiedono medici ad altre nazioni nel mondo. E’ di questi giorni la querelle “cubcalabra” sul approvvigionare le corsie dei nostri ospedali facendo ricorso alla immigrazione medica. In ogni caso per le casse della sanità calabrese la parola migrazione è una parola nefasta sia si tratta di immigrazione, sia si tratti di emigrazione sanitaria!»

Il centro del problema è oggi quantizzare il numero di cui si ha bisogno evitando di avere medici disoccupati o ancora peggio carenza di medici. Sulla base delle esigenze attuali è importante ripensare il sistema partendo però dalla programmazione reale dei numeri di cui il SSN ha bisogno. I posti disponibili continueranno a essere stabiliti in base alle richieste delle regioni. Ma tale sistema non può essere rivisto prescindendo da una ricognizione del numero complessivo di cui si ha bisogno: Medici Specialisti, di Guardia Medica, di Medicina Territoriale».

«Escludere l’abolizione del test di medicina, come dichiarato dalla ministra Messa, al fine di garantire la qualità dei corsi ed evitare facoltà sovraffollate con il rischio di formare nuovi medici disoccupati, secondo noi è solo l’incapacità del governo di non trovare una quadra al problema. La ministra trovasse il denaro per per istituire nuove borse da destinare alle Scuole di Specializzazione. Una cosa buona e giusta sarebbe di investire i quasi 7 miliardi all’anno spesi per il reddito di cittadinanza per formare nuovi medici, infermieri e cosi dare un taglio alle liste d’attesa».

«Fatti non chiacchiere. Adesso che Gigino si è sistemato cessiamo questa assurda e inutile commedia! Un cambiamento non può partire da un aumento incontrollato del numero degli iscritti e quindi dei Laureati in Medicina ma aumentando, come già accennato, in primis il numero delle borse da destinare alle Scuole di specializzazione medica ed ai Medici di Medicina Generale. D’altra parte aumentare in maniera incontrollata e non programmata il numero di Medici non formati significa avviarli verso un percorso lungo, pericoloso e potenzialmente a rischio di non collocazione nel mondo lavorativo».

«Accesso libero si ma a tempo per non ripetere quanto già avvenuto nel 1969 quando, in assenza di programmazione, si arrivò in pochissimo tempo ad un tasso di disoccupazione medica elevatissimo che poi si risolse solo con l’istituzione del numero chiuso. Dare allo studente il tempo necessario per testare le sue attitudine alle materie mediche e cancellare qualsiasi remora che possa confermare una iscrizione influenzata da mode o da volontà genitoriali. Il numero chiuso attuale potrebbe essere sostituito con un sistema che adatti alla nostra realtà nazionale il modello francese. Vale a dire che si consenta il libero accesso a tutti i giovani che vogliono accedere alla Facoltà di Medicina al primo anno con una forte selezione al secondo anno. Si può progredire solamente se si sono superati tutti gli esami del primo anno».

«Quindi va bene disporre di un numero programmato: indispensabile a garantire la possibilità di iscriversi alla Facoltà di Medicina a chi lo voglia ma obbligo morale della comunità, dell’Università e della Politica è quello di garantire un percorso formativo post-laurea adeguato e di inserimento nel mondo lavorativo ricordando che ad un Medico Laureato cui non si dà la possibilità di inserimento formativo post-laurea significa precludergli un inserimento nel mondo del lavoro per sempre (il Medico può fare solo il Medico e non può cercare lavori o percorsi alternativi riciclandosi in altri percorsi come per chi si laurea ad esempio in Giurisprudenza o Economia e Commercio)».

«Pertanto discutere di un ampliamento degli iscritti alle Facoltà Medica non può avvenire se non contestualmente ad un aumento programmato delle Borse dedicate agli Specializzandi e Medici in Formazione che ci si auspica possa avvenire quest’ultimo già da questo prossimo anno. Per noi, come già detto, meno redditi di cittadinanza e più sanità uguale per tutti. Oggi lo stato si comporta come quei genitori che non sapendo educare i figli con metodo e amore usano i divieti e le punizioni, cosi lo stato usa il numero chiuso non sapendo costruire un percorso virtuoso per risolvere il problema».

«Non c’è bisogno di semplici Laureati in Medicina e Chirurgia ma di Medici formati - scrive D'Alessandro in conclusione -, qualificati e specializzati in un numero adeguato a rispondere alle esigenze del Servizio Sanitario Nazionale pubblico e universalistico».

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