Coronavirus a Chiaravalle, l'inchiesta sulla casa di cura: silenzi, omissioni e tanti morti

Finora sono 10 gli anziani deceduti. Adesso la parola passa ai magistrati, che vogliono capire perché per giorni 50 ospiti siano rimasti senza assistenza nonostante fossero positivi al Covid-19. Le richieste di ospedalizzazione non sono state ascoltate, mentre la Regione ostenta un soccorso immediato che non c’è stato. Ecco tutti i protagonisti

di Alessia Candito
5 aprile 2020
14:24
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E adesso la palla su Chiaravalle passa alla Procura di Catanzaro. Mentre gli ultimi pazienti positivi dalla Domus Aurea sono stato portati via così lentamente da scatenare la protesta dei sindaci di zona, sulla scrivania dei magistrati sono approdate le carte su quella struttura divenuta il principale focolaio calabrese, tanto grande da mettere in crisi l’intero sanitario regionale.

L’origine dell’inchiesta

Alla base, ci sono non solo gli esposti presentati dai familiari di alcuni degenti, ma anche la pec con cui il 30 marzo scorso medico dell’Asp inviato per un sopralluogo alla Domus chiedeva l’immediata ospedalizzazione dei pazienti. Una mail certificata, che equivale in tutto e per tutto ad una segnalazione, spedita per conoscenza anche al procuratore capo Nicola Gratteri.

I nodi da sciogliere

E il fascicolo su Chiaravalle si preannuncia corposo perché diversi sono i fronti su cui si indaga e più di uno i punti da chiarire. Primo, la procura vuole capire perchè per più di una settimana quasi 50 dei 61 anziani positivi al Covid19 (su 66 degenti) siano stati lasciati sostanzialmente senza assistenza nella residenza in cui vivevano, nonostante i medici dell'Asp ne avessero chiesto l'urgente ricovero in ospedale e i Nas – ha affermato in un videomessaggio la governatrice Jole Santelli – avessero segnalato da giorni le precarie condizioni igienico-sanitarie della struttura.
Ma al centro dell'indagine è finita anche la stessa Domus Aurea, struttura (in parte) accreditata a cui solo nei giorni scorsi sono state ritirate le autorizzazioni regionali. I magistrati vogliono capire se prima e dopo la scoperta del paziente zero all'interno della Rsa siano state rispettate tutte le procedure di sicurezza. E come abbia fatto ad operare per anni una struttura accreditata, ma priva di certificato antimafia.

Indagini già in corso

Verifiche complesse e che presumibilmente richiederanno tempo, ma gli investigatori sono già al lavoro. Secondo indiscrezioni, già è partita la raccolta del materiale, documentale e non solo, per ricostruire quanto avvenuto alla Domus Aurea in questi giorni. Poi ci sono le carte ufficiali, ma anche su quelle sarà necessario fare un attento lavoro di riscontro. A partire dalla relazione con cui il dg del Dipartimento Sanità, Antonio Belcastro, ricostruisce quanto - a detta della Regione- sarebbe successo in struttura.

L’origine del contagio secondo la Regione

In quelle carte si abbozza un’ipotesi epidemiologica su come il Covid19 sia arrivato alla Domus Aurea. Si punta su Serra San Bruno, paese d’origine di una delle operatrici. Ma il quadro che emerge è tutto fuorché preciso. Nel piccolo centro, non lontano da Chiaravalle, «si celebrava – è scritto nella relazione del dg Belcastro – un funerale al quale partecipava la cittadinanza ed in particolare parenti del defunto provenienti da Bologna». In realtà si trattava di Modena, città emiliana di dimensioni ben più ridotte e all’epoca con un minor numero di contagi di Bologna e quella funzione risale al 25 febbraio. Nelle carte non si spiega chiaramente, ma è in quella occasione che avrebbe contratto il virus il paziente zero di Serra, che nulla ha a che fare con la residenza per anziani.

Le ipotesi sul paziente zero della Domus

Titolare di un agriturismo, undici giorni dopo il presunto paziente zero nel suo locale avrebbe ospitato un pranzo di famiglia, che nella relazione viene indicato come «festa della donna». All'epoca, il dpcm con cui il governo ha chiuso le attività di ristorazione non era ancora entrato in vigore e ancora era possibile riunirsi con i familiari per festeggiare un compleanno senza commettere alcun illecito, nè violare alcuna prescrizione. A tavola c’era anche – si legge - «un’operatrice socio sanitaria dipendente dell’Rsa che ha poi regolarmente assicurato i turni nella struttura». L’ipotesi formulata alla Cittadella è che sia stata lei a portare inconsapevolmente il Covid19 nella Rsa.

Tempi e date che non tornano

Tuttavia nelle date c’è qualcosa che torna solo fino ad un certo punto. Solo il 22 marzo la donna, sottoposta a tampone solo perché nella rete sociale di un contagiato, sarebbe risultata positiva e solo diversi giorni dopo il test avrebbe accusato sintomi. Date che – stando ai parametri al centro uno dei più recenti studi pubblicati su “Annals of Internal Medicine” - sembrano al limite o quasi oltre il periodo standard di incubazione. Secondo gli studiosi della John Hopkins, la maggior parte dei contagiati da Covid19 manifesta l’infezione in 5,1 giorni e nel 97,5% dei casi i sintomi compaiono entro 11,5 giorni dall'infezione. C'è poi una percentuale inferiore, che secondo calcoli prudenti è pari a 101 casi su 10.000, che può sviluppare i sintomi dopo i 14 giorni. Numeri che rendono molto meno granitica l’ipotesi epidemiologica proposta dal dg Belcastro.

E quei ricoveri?

E poi c’è una cosa, che manca nella relazione ma c’è nei racconti degli operatori della struttura. Dal 9 al 12 marzo alla Domus Aurea – riferiscono fonti interne – sarebbero entrati tre nuovi degenti, uno proveniente da Vallefiorita e due in uscita dall’ospedale Pugliese. Sono stati sottoposti a tampone prima dell’ingresso in struttura? O avevano con sé certificati al riguardo? Non è dato sapere, ma magari sarà la magistratura ad appurarlo.

La scoperta del focolaio

Il 24 marzo scoppia il “caso Chiaravalle”. Febbricitante e con grave insufficienza respiratoria, un’anziana viene trasferita al Pugliese, dove si scopre positiva al Covid19. Alla Domus Aurea molte camere sono doppie e diversi sono gli spazi comuni, così come per molti dei degenti i bagni. Anziani e operatori devono essere tutti testati. Il primo bilancio già dà il metro della gravità della situazione: 48 pazienti e 13 operatori sanitari risultano positivi, per un totale del 73%. Alcuni vengono subito ricoverati, ma due non superano la prima notte. Nel giro di pochi giorni i test fra degenti e operatori vengono ripetuti. Si arriva al 93% di positivi. E inizia il calvario dei degenti della Domus.

La dittatura dei numeri e i limiti degli annunci

I numeri parlano chiaro. Al netto degli annunci di chi, come la governatrice Jole Santelli, prometteva una Calabria pronta a reggere l’urto di mille contagi, il caso Chiaravalle mette in luce i limiti del sistema provinciale. Non ha i posti letto per reggere il contestuale ricovero di tutti. Anziani e operatori vengono costretti a rimanere nella casa di cura, il sindaco di Chiaravalle, Domenico Donato, di mestiere funzionario dell’Asp di Catanzaro, scrive un’ordinanza per chiudere tutti dentro, poi la ritira.

L’inerzia della Regione

La Regione tace e degli anziani rimasti lì si ricorda solo 24 ore dopo. E non risulta che nel frattempo abbia fatto straordinarie pressioni o accelerato i tempi per aumentare le dotazioni degli ospedali potenzialmente interessati. Neanche nei reparti di Pneumologia e Malattie infettive, che a differenza delle terapie intensive non necessitano di particolari impianti.

I risultati di un mese di “potenziamento”

Dopo un mese di slide con grafica creepy e sovrabbondante fucsia, a raccontare lo stato dell’arte era stata la stessa governatrice Santelli in Consiglio regionale, giusto un paio di giorni prima che il caso Chiaravalle esplodesse. «La disponibilità totale di posti di Terapia Intensiva completi – ha riferito - sono ora 139 allestiti recuperando i ventilatori che erano nei depositi». Ad inizio emergenza erano 105, con predisposizione già effettuata per altri 22. Nessun dato viene fornito sui reparti. Si parla di «palazzine Covid negli hub» ma niente numeri. Altre fonti ufficiali comunicano che i posti in malattie infettive all’epoca erano passati da 80 a 113 e da 68 a 73 quelli in pneumologia. Non un gran incremento in un mese se le linee guida ministeriali erano e sono di aumentare del 100% le dotazioni della terapia intensiva e del 50% quelle dei reparti. Eppure il 23 marzo scorso, nel piano approvato «in accordo con il Commissario Straordinario Gen. Saverio Cotticelli e con il supporto del Dipartimento Salute» si prevedeva «prevedeva l’attivazione di 400 posti letto di terapia intensiva e subintensiva per le aree nord, centro e sud della regione». Stesse cifre sono state ripetute più e più volte ad ogni microfono disponibile.

L’inascoltato allarme sulle Rsa

In più, in quei giorni, in tutta Italia si inizia a lanciare l’allarme sulla strage silenziosa nelle Rsa, dove più di un degente sarebbe morto con Covid19 senza che il contagio venisse accertato. Varie regioni prendono provvedimenti. Nel Lazio, ad esempio, viene avviata una campagna di screening a tappeto. In Calabria esplode il “caso Chiaravalle”, ma sulla Domus invece la Regione non ha nulla da dire. Si attiene alla linea annunciata in maniera vaga e rapida dalla governatrice Santelli in Consiglio regionale qualche giorno prima. «Se il Covid- 19 entra nelle Rsa vanno blindate perché altrimenti corriamo rischi enormi» aveva detto. Anche qui, cosa si intenda per blindare non è dato sapere.

Quali linee guida?

Nel suo videomessaggio, lanciato su facebook nei giorni scorsi, Santelli ha assicurato di essersi attenuta a linee guida ministeriali, tuttavia l’unico documento che si rintraccia al riguardo è un aggiornamento del 25 marzo, che batte più sulla prevenzione che sulla gestione del contagio nelle Rsa. Parla di tamponi a tappeto fra gli operatori delle strutture accreditate, distribuzione di dpi, rimodulazione dei contratti per favorire l’assistenza domiciliare degli anziani ricoverati. Strategie che neanche oggi sembrano all’ordine nelle strutture accreditate calabresi. Eppure, quella di Chiaravalle è solo una di una lunga serie, che va da Melito a Bocchigliero, delle rsa in cui siano stati riscontrati casi di positività al Covid19.

La struttura due in uno

Strutture su cui è plausibile – o quanto meno auspicabile – che qualcuno in Regione abbia fatto qualche approfondimento, per capire quanto meno carte alla mano di che Rsa si stesse parlando, con quale storia e che dotazioni. Nel caso di quella che ormai dai più è conosciuta come Domus Aurea qualcosa di quanto meno curioso dai documenti viene fuori. Nello stesso edificio infatti coabitano una Rsa e una casa alloggio. A livello societario sono distinte, di fatto occupano gli stessi spazi. La prima “La Ginestra Hospital” viene accreditata nel 2011 per 40 posti letto con sede a Vallefiorita,ma nel 2017 trasloca a Chiaravalle Centrale. La seconda, “Domus Aurea”, è privata ed estranea al sistema di rsa convenzionate.

Requisiti inesistenti e accreditamento sospeso

Come la prima abbia avuto le autorizzazioni e come mai nel novembre scorso sia stata dichiarata conforme ai requisiti di accreditamento però non è dato sapere. Tanto meno se e come tali requisiti in pochi mesi si siano dissolti come neve al sole, se è vero che l'ultima attestazione di conformità è del novembre scorso. Di certo, oggi non ci sono. A farlo emergere, l’Asp di Catanzaro – commissariata e per questo in mano alla terna guidata dal prefetto Luisa Latella – che sulla struttura ha immediatamente avviato un’istruttoria rapida, da cui è emersa la mancanza di alcuni requisiti per l’accreditamento. Per questo, l’Asp ha proposto l’immediata sospensione del procedimento di formazione del contratto per l'anno 2020. E Belcastro ha subito eseguito, diffidando anche «la società stessa dall'effettuare nuovi ricoveri, anche in regime privatistico, nelle more delle verifiche sulla sussistenza dei requisiti di autorizzazione di accreditamento».

Inesistente anche il certificato antimafia

Rimane il mistero su come abbia operato per anni, ma è fronte che probabilmente le indagini non trascureranno. Al pari di un altro aspetto. Dalle verifiche avviate d’iniziativa dalla prefettura è emerso anche come alla Rsa mancasse persino il certificato antimafia. Motivo? Al momento non circolano dettagli, ma secondo indiscrezioni il bandolo della matassa andrebbe cercato a Vallefiorita, piccolo centro in cui sorgeva la prima Rsa e “regno” di Vito Tolone, commercialista e per gli inquirenti boss della zona, ammazzato nel 2008 in un agguato di ‘ndrangheta. Indiscrezioni, tracce e spunti per inquirenti e investigatori, che riguardano anche le condizioni della struttura in quei giorni.

Quali erano le reali condizioni della struttura?

Santelli ha pubblicamente dichiarato di aver personalmente chiesto ai Nas di effettuare un sopralluogo. Secondo l’avvocato De Santis, legale rappresentante della Salus, non avrebbero neanche messo piede in struttura, tuttavia ma secondo quanto dichiarato dalla governatrice, all’esito del sopralluogo i militari «descrivevano una situazione poco rassicurante per i pazienti». Eppure il 27 marzo, fatta eccezione per otto anziani in gravi condizioni e subito ricoverati, in 40 «asintomatici o pauci sintomatici» - si legge nella relazione – rimangono a Chiaravalle «in un piano della struttura, isolandoli dagli ospiti attualmente negativi (allocati in un altro piano)». Ma non era «una situazione poco rassicurante»? Nelle notti dichiaratamente insonni della presidente Santelli, qualcosa deve averle fatto cambiare opinione sulle condizioni della struttura, per poi modificarla ancora a storia conclusa o quasi. Anche questo magari sarà un nodo che le indagini potranno sciogliere.

Il punto di non ritorno del 30 marzo

Di certo sono i giorni successivi quelli su cui si potrebbe maggiormente concentrare l’interesse investigativo. In particolare, dirimente appare quanto successo il 30 marzo. Nel pomeriggio, è il medico incaricato dall’Asp, Cosimo Zurzolo a mettere nero su bianco, con pec inviata anche alla procura di Catanzaro e al procuratore Nicola Gratteri in persona, la necessità di mandare in ospedale i 51 degenti sopravvissuti al “ricovero coatto” alla Domus Aurea. In due erano morti nella notte in struttura e le loro salme lasciate lì per oltre 24 ore. Le condizioni di molti degli altri, in rapido peggioramento. «Alcuni dei pazienti – si leggeva in quella nota - versano in condizioni molto gravi e si necessita di intervento immediato».

L’ordine regionale di trasferimento a Lamezia divenuto carta straccia

Sei ore dopo, con una nota interna, il dg Belcastro dispone il trasferimento a Lamezia Terme per 48 di loro, gli altri – ordina - andranno a Soverato. Ma quanto meno per gli anziani destinati allo spoke di Lamezia quella disposizione non diventerà mai concreta. Chi l’ha bloccata e in virtù di quali poteri? Chi si è assunto la responsabilità (magari anche penale) di non soccorrere anziani per i quali era stata attestata con parere medico la necessità di ricovero in ospedale? E perché è stato necessario attendere più di 48 ore per una soluzione alternativa? Solo nella tarda serata del 2 aprile è stato disposto il loro trasferimento all’ospedale di Catanzaro e per i più solo il 3 è diventato effettivo. Anche qui probabilmente toccherà ai magistrati ricostruire la filiera delle responsabilità.

Accuse incrociate e appunti per l’indagine che verrà

In mezzo, c’è la guerra e il reciproco scambio di accuse fra la Regione, che ha parlato per bocca della governatrice Santelli in persona, e del management della Salus Mc, che ha ribattuto con una lettera (e un esposto) presentato dai propri legali. Oggetto del contendere, personale, forniture di Dpi, pasti e farmaci, assistenza, tempi di reazione alle richieste di ricovero. Materiale buono per magistrati e investigatori. Che su quel fascicolo sarebbero intenzionati ad andare fino in fondo. Ad oggi, dieci degli anziani ricoverati nella rsa di Chiaravalle hanno perso la vita. E toccherà capire se a ucciderli sia stato il Covid19 o l’incapacità di gestire la pandemia.

Giornalista
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