La vita dei calabresi a Milano ai tempi del coronavirus: «Qui clima surreale»

Le testimonianze di alcuni dei corregionali che lavorano in Lombardia. Ecco come si vive nella città capoluogo in piena crisi epidemica

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di Sonia Miceli
3 marzo 2020
15:08
Zona Navigli a Milano
Zona Navigli a Milano

«Un atmosfera surreale, sembra di vivere in un film», sono le prime parole di Annabella M., 31enne originaria di Cosenza e trapiantata a Milano da qualche anno per lavoro, quando gli chiediamo come sta vivendo la situazione dell’emergenza coronavirus in una città al confine con le “zone rosse”  da dove si sta propagando a macchia d’olio l’epidemia.

 

«La città è deserta, sui mezzi non ci sale più nessuno. La gente preferisce camminare a piedi e con le bici, qualcun’altro si sposta in macchina», ci racconta Annabella. Una scena che sembra rievocare alla mente le suggestive sequenze del film catastrofico “The day after tomorrow”. Nella tragicità della situazione si scorge però un lato positivo: «C’è stato un calo drastico del livello dell’inquinamento dell’aria perché la circolazione si è ridotta e tale dato riflette l’entità della situazione che stiamo vivendo».

Milano, una città fantasma

Anna, content account manager presso un’azienda milanese, continua ad andare a lavoro ma il suo ragazzo già da tempo lavora da casa in “smart working”. «Chi come me continua a recarsi sul posto di lavoro, una volta uscito, torna subito a casa senza fare nient’altro. Cerchiamo di evitare i luoghi sovraffollati. La situazione è inverosimile».

 

A Milano il panico sembra essersi scatenato con le prime ordinanze: «a partire da quel momento i supermercati sono sati presi d’assalto perché la gente aveva paura di rimanere in quarantena tant’è che l’ultima volta ho visto persone con tre o quattro carrelli a testa, come se fossimo in guerra e ci si dovesse rinchiudere nei bunker per mesi».

«Qui a Milano non abbiamo più vita sociale»

Quando le chiediamo se ha paura del contagio Annabella ci risponde di «sì, non mi sento sicura da nessuna parte, ma non si può vivere nella paura costante di non avere più relazioni sociali. La vita deve continuare a scorrere».

 

«In realtà non c’è più via sociale qui a Milano», ci spiega. «Fino a qualche giorno fa i ristoranti e i pub avevano l’obbligo di chiudere alle 18 ma i commercianti si sono ribellati e hanno sottoscritto una petizione che il sindaco Sala ha poi accolto concedendogli di rimanere aperti ma con l’obbligo del servizio a tavola».

 

Molti studenti del meridione, residenti in Lombardia, hanno fatto ritorno a casa una volta appreso dell’emergenza coronavirus. «Tutte le persone del Sud che io conosco non si sono mosse da Milano», tiene a precisare Annabella, «io credo che non sia utile tornare giù. Questo è un virus che ti porti dietro, magari puoi essere tu stessa infetta o essere portatrice sana e infettare le altre persone».

«Ordinanze restrittive arrivate troppo tardi»

Nonostante Annabella tessa le lodi del sindaco di Milano Giuseppe Sala, dal suo punto di vista «le ordinanze restrittive sono arrivate troppo tardi. Il sindaco avrebbe dovuto agire con un po’ di anticipo. Non è pensabile che zone limitrofe di Milano siano state messe in quarantena e che nessuno abbia pensato che questa situazione non potesse toccare ancora più dal vivo Milano, una città dove confluisce un sacco di turismo, etnie differenti. In un punto nevralgico dell’economia italiana è stato assurdo solo aver pensato che il contagio non potesse arrivare».

Tra le misure di prevenzione per evitare il contagio da Covid-19 adottate dalle aziende vi è quello di controllare quotidianamente lo stato di salute dei propri dipendenti misurando la temperatura corporea. Altre aziende a contatto con il pubblico invece hanno deciso di chiudere in via preventiva.

 

Federica S., 34enne originaria di Catanzaro, in servizio nella direzione claims di Generali Italia, sdrammatizza: «In ufficio ci inseguono col termometro. Ormai abbiamo l’obbligo di farci misurare la febbre. Cerco di ironizzare sulla cosa, una controllata non fa mai male».

Luciano, "obbligato" a rimanere in malattia

Luciano Z., 30enne originario di Grisolia nel Cosentino, lavora da qualche anno in un’azienda nel Milanese che crea pezzi per costruire gru. Proprio l’altro giorno, mentre sondavano lo stato di salute dei dipendenti, Luciano aveva mostrato decimi di febbre.

 

«Mi hanno misurato la febbre con il termometro e sono risultato con 37,1 così mi hanno mandato immediatamente a casa in via precauzionale. Mi hanno fatto compilare anche un modulo dove volevano sapere se fossi stato nei posti dove c’è stato il contagio e se avessi avuto la febbre negli ultimi 14 giorni».

 

«In pratica mi hanno obbligato ad andare in malattia - aggiunge sconfortato -  Sono costretto a rimanere a casa  per qualche giorno ma io non mi sento male». E conclude: «Tra qualche giorno tornerò in azienda e mi controlleranno nuovamente la temperatura. Se il termometro segnerà sempre i 37, 1 sarà costretto a rimanere ancora a casa in quarantena».

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