Coronavirus, l'incubo di un calabrese tornato dal Nord a cui non vogliono fare il tampone

Tornato da Milano dopo due giorni al San Raffaele ha saputo che nell'ospedale milanese era ricoverato un paziente per sospetto coronavirus. Dopo 108 telefonate, al Pugliese-Ciaccio gli hanno detto che senza sintomi non si possono fare controlli sanitari

di Francesca  Lagatta
26 febbraio 2020
07:44

Antonio, così chiameremo il protagonista di questa storia, alza le braccia al cielo: «Come si potrà fronteggiare l'emergenza Coronavirus in Calabria se non c'è neppure chi risponde alle telefonate?».

Antonio Tè tornato da Milano qualche giorno fa e proprio qualche secondo dopo aver poggiato i bagagli in soggiorno, ha scoperto alla tv che all'ospedale San Raffaele, dove lui era rimasto per due giorni, era ricoverato un paziente per sospetto contagio del virus Covid-19.

E negli stessi istanti ha scoperto che la Lombardia, che lui precedentemente aveva percorso in lungo e in largo a bordo dei mezzi pubblici, è stata la prima regione italiana a far registrare la presenza dell'ospite sgradito.

Così, Antonio e sua moglie, increduli e spaventati, hanno cominciato a chiamare parenti e medici, i quali, all'unisono, hanno consigliato di comporre il 1500, numero nazionale del Ministero della Salute al quale rivolgersi per segnalare presunti casi di contagio.

Ma Antonio, già provato dal viaggio e dalla notizia, ha dovuto attendere qualche ora e 108 telefonate prima di avere risposta. «È stato un inferno - ha detto scuotendo la testa -, eravamo disperati e non sapevamo cosa fare».

Linee intasate dal panico

Per tutto il giorno, Antonio e consorte, tre giorni fa hanno provato a chiedere aiuto. «Volevamo capire come comportarci e sottoporci all'esame del tampone - ha spiegato - ma la linea era sempre occupata, oppure rispondeva una voce guida che ci diceva di richiamare più tardi».

Ciò a causa del numero elevato di chiamate. Le linee, infatti, sono state prese d'assalto dai cittadini che pur non avendo sintomi del contagio e non avendo alcuna necessità, hanno chiamato ai numeri diffusi dal Ministero per chiedere informazioni. Ma così facendo chi ha davvero bisogno di comunicare la propria situazione, è costretto a tempi di attesa biblici.

Attesa inutile

Quando è quasi sera, Antonio riesce finalmente a parlare con un operatore incaricato dal Ministero della Salute, ma questi gli comunica che deve rivolgersi al reparto di Malattie Infettive dell'ospedale Pugliese-Ciaccio. E ricomincia l'odissea delle telefonate, ma qui per fortuna sono molte meno. Peccato solo che quando Antonio è riuscito a contattare il nosocomio catanzarese, gli operatori hanno risposto che in assenza di febbre non si possono effettuare i controlli sanitari.

 

E in caso di malattia?

Antonio è stanco e arrabbiato. «La Calabria non è pronta a fronteggiare l'emergenza, punto». La moglie prova a calmarlo e gli fa notare che sono disposizioni ministeriali e che forse è giusto così, ma lui la incalza: «E se fossi una persona malata e con una patologia pregressa? Dovrei quindi aspettare di avere prima i sintomi del Coronavirus per curarmi, quando sarebbe già troppo tardi?».

 

In quarantena volontaria

Antonio è spaventato, tanto. Più di sua moglie. Teme che il contatto con le persone incontrate in metro e in autobus a Milano lo abbiano infettato. Tiene il termometro sul tavolo davanti a sé, a portata di mano, e di tanto in tanto misura la temperatura. Ai parenti che sono venuti a trovarlo, ha raccomandato di stare almeno a due metri di distanza e di evitare ogni forma di contatto. Niente strette di mano e niente abbracci. E, per atto di responsabilità, ha deciso di prendersi una pausa dal lavoro e di starsene in isolamento per almeno 15. Fino a che il pericolo sarà scampato.

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