Reggio Calabria, poveri e senzatetto: un dramma inghiottito dal silenzio

VIDEO | L'emergenza coronavirus ha aggravato le condizioni di vita di tante persone che già vivenano in estrema povertà. Caritas e associazioni fanno il massimo per limitare i danni, ma adesso il Comune deve fare di più

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di Gabriella Lax
9 aprile 2020
16:22

Serve un ricovero, un tetto sopra la testa per dodici persone che non hanno casa. E occorre trovare delle docce in modo che queste persone e gli altri poveri di Reggio possano lavarsi. Il lavoro si è fatto ancora più difficile con l’emergenza sanitaria, per la Caritas e per tutti i volontari che operano in questi giorni per cercare di dare un pasto caldo a persone che hanno perso tutto.

 

Ma ci sono obiettivi che la buona volontà da sola non può raggiungere: ci vuole l’impegno concreto del Comune di Reggio Calabria che sì, è vero, ha fatto tanto per contrastare l’emergenza sanitaria ma si è dimenticato dei senzatetto. Perché se è vero che i morti di coronavirus non sono numeri, nemmeno le persone senza casa sono dei numeri, sono piuttosto “fratellli” che vivono un momento di grande difficoltà e di cui l’amministrazione deve prendersi cura. Queste persone dormono per strada, o cercano riparo alla stazione, com’è successo giorni fa ad una donna nigeriana con un bimbo di pochi anni al seguito.

 

Le mense per i poveri

Ad Archi ci sono le suore francescane alcantarine del Centro d’ascolto monsignor Italo Calabrò della Caritas diocesana. Da trent’anni si prendono cura delle persone senza fissa dimora: offrono il servizio di mensa, doccia e cambio di vestiti. In tempo di pandemia il servizio si rivoluziona, spiega suor Loriana: «Si prosegue, tutti i giorni, dal lunedì al sabato, ad offrire il pranzo ai nostri amici. Serviamo circa 45 pasti ogni giorno. Pasti preparati nei contenitori, in modo che li possano portare via, perché dobbiamo evitare assembramenti».

 

E così la mensa, inutilizzata, diventa il deposito delle tante donazioni arrivate grazie all’affetto ed al gran cuore delle persone. «Non possiamo più fare il servizio docce – aggiunge la suora – perché diventerebbe pericoloso per loro e per noi. Stiamo insistendo con il Comune perché apra un locale adibito per i nostri amici, sia per fare le docce, sia per dormire. “Io resto a casa”, sì ma chi la casa non ce l’ha dove deve andare?».

 

Come racconta la coordinatrice, Bruna Mangiola, in una riunione della direzione della Caritas di Reggio, prima ancora che l’emergenza scoppiasse in tutta la sua gravità, si era capito che le cose sarebbero cambiate. Il piano predisposto ha stabilito allora di lasciare aperte solo due mense, collocate a nord ad Archi, dalle suore Alcantarine e a Sud, al Soccorso. La domenica sono aperte quelle della parrocchia di san Giorgio extra e di San Luca. La sera sono aperti “Nuova solidarietà” a Catona e a Villa San Giovanni “Progetto amico”. Niente da fare invece per l’Help center, nei pressi della stazione centrale anche nella semplice funzione di distributore di bevande calde. Non si riusciva a rispettare il necessario limite delle distanze.

 

Nelle mense operative i volontari cucinano e provvedono al servizio di asporto, utilizzando stoviglie, vaschette monouso, e distribuiscono i pasti che ovviamente non possono essere consumati in maniera comunitaria, sempre nel rispetto delle norme di sicurezza. Sono circa una quarantina le persone che si raccolgono in ciascuna delle due mense. C’è qualche viso nuovo, qualche padre di famiglia che si affaccia timidamente, quasi si vergogna. Sono le nuove vittime dell’emergenza coronavirus, quelle che magari la malattia non l’hanno contratta ma che sono sono rimaste schiacciate dalla mancanza di lavoro che porta all’impossibilità di sostenere la famiglia.

 

Una casa per i senzatetto

Il problema si pone invece per dormire. Circa sessanta poveri hanno trovato rifugi di fortuna, baracche o case abbandonate in tanti posti della città. Una ventina di persone sono invece ospitate al seminario San Gaetano Catanoso, dalle suore Madre Teresa. Per loro però vale la quarantena, nel senso che una volta entrati a dormire non possono più uscire. Anche la casa Reghelin per sole donne non ha più posti disponibili e allora?


Tocca al Comune trovare una soluzione, soprattutto per l’igiene di queste persone. Scartata la soluzione di Archi, dove erano stati ospitati i migranti, scartato anche il lido comunale. Intanto però i suggerimenti arrivano. O meglio arrivano, da parte di chi vive le problematiche legate alla povertà le “segnalazioni di un bisogno”, a cui poi deve far seguito una risposta delle autorità preposte.

 

«Un’altra idea – spiega la coordinatrice – con il beneplacito dei gestori, è quella di utilizzare il “Palloncino”, luogo idoneo per usufruire delle docce ed evitare che le persone senza tetto possano non lavandosi, prendere la scabbia o altre malattie dovute all’incuria. Ma le risposte non arrivano. Il problema forse è sottovalutato? Ma queste persone senza fissa dimora sono così costrette a vagare e costituiscono una bomba sociale».

 

I volontari e le donazioni

A ciò si aggiunga l’emergenza nell’emergenza determinata dal coronavirus, quelle di tutte le persone, in famiglie monoreddito, che hanno perso il lavoro. Badanti, donne a ore ad esempio. E ogni giorni aumenta il numero di persone che si rivolgono per riuscire a mangiare alla Caritas.

Bruna Mangiola, anche su questo fronte, sottolinea il lavoro encomiabile portato avanti dai volontari che rispondono alle richieste d’aiuto del call center, famiglie bisognose che vengono orientate alle Caritas parrocchiali. Un’organizzazione perfetta che confeziona i pacchi e grazie sempre al prezioso lavoro di volontari, Croce rossa e Banco alimentare, provvede alla distribuzione dei generi di prima necessità ed anche farmaci o alimenti per neonati. «Un aiuto prezioso – spiega Mangiola– sta arrivando dalla generosità delle persone ed alle loro donazioni».

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