Coronavirus, diario di una calabrese a caccia di mascherine in Padania

Un giornata di ordinaria psicosi in Lombardia. Supermercati presi d'assalto, persone che studiano ogni presunto sintomo di chiunque incontrino, desolazione, strade deserte. E siamo solo all'inizio

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di Giusy D'Angelo
24 febbraio 2020
15:32
File ai supermercati nel nord Italia
File ai supermercati nel nord Italia

Bene ma non benissimo. Se fino a qualche settimane fa il Coronavirus era  confinato fuori dalle nostre vite oggi ce lo ritroviamo a bussare alla porta di casa. Improvvisamente ci sentiamo spaesati, in una bolla di incertezze. E tutto questo, signori, avviene nel profondo Nord. Nel cuore della Pianura padana, da dove scrivo, dopo gli oltre 170 casi registrati solo in Lombardia, la situazione viene monitorata e soppesata in maniera rigidissima. “Come da protocollo”, per usare una delle frasi che più ci sta martellando la testa in queste ore. E anche nella provincia di Mantova, non distante dal Lodigiano, focolaio dell'epidemia, s'incominciano ad osservare le prime stranezze. Le mie e quelle degli altri.

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Vi racconto come è andata la mia  giornata libera. Ore 6.15. Domenica, niente lavoro. Potrei anche strafare, penso, e dormire fino alle 8. L'insano pensiero non fa in tempo ad insinuarsi nella mia testa quando il cane, Laika “la nana malefica”, ci ricorda piangendo e abbaiando che ci sono urgenze inderogabili. Le sue, ovviamente. Non importa l'ora, non importano i 3 gradi impietosi segnalati sul termometro esterno, le emergenze sono emergenze. Dopo aver atteso l'espletamento dei fisiologici bisogni nonché dei controlli di sicurezza per l'intero perimetro del giardino, rientriamo in casa. Ormai siamo svegli, tanto vale dare inizio alla giornata. E cosa facciamo domenica mattina? Andiamo a fare la spesa presto così non incontriamo nessuno. Da perfetti psicopatici ci mettiamo in auto. L'orologio segna le 8.20. Arriviamo nel parcheggio del supermercato e lì, a serrande ancora abbassate, notiamo gente in fila con i carrelli. Sembra di stare al semaforo in attesa del via ma siamo calabresi e non indietreggiamo. Così ogni tanto mandiamo avanti il quattroruote, a mo' di sfida.

Quando si aprono le porte succede l'assurdo: gente con le mascherine intenta a scegliere i pomodori, clienti con le sciarpe fin sopra il naso che si osservano guardigni, amici che parlano tenendosi a distanza di sicurezza tanto da riuscire ad ascoltare a stento le parole dell'altro. Raffreddori sospetti e fieri starnuti si scontrano alle casse per la ressa finale. Un delirio che ci spinge a fuggire a gambe levate con le provviste al sicuro. Ma anche per strada troviamo impavidi corridori muniti di mascherina sanitaria. Solo noi ne siamo sprovvisti, faccio notare. Ci rinchiudiamo in casa. Siamo fiduciosi, il pomeriggio andrà meglio.

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Ore 15. Optiamo per una passeggiata al lago. Evitiamo i luoghi chiusi. E qui, in effetti, l'isteria collettiva sembra in pausa. Non c'è il solito traffico ma neanche la desolazione. Lungo il tragitto, tuttavia, incrociamo un ragazzino in bici e in mascherina. Non di Carnevale. Deve sembrare uno scudo: «Vade retro Coronavirus,  ho la maschera dell'immunità e non mi avrai mai. Né in questa vita, né nell'altra». Rispondiamo con il disinfettante in mano. E ci sentiamo in perfetta sintonia con la popolazione locale.

Ore 16.30. Non potevamo non fare tappa in un negozio cinese della zona. Giusto per capire che aria si respira, tanto per rimanere in tema. Ci lavorano tanti commessi italiani, gli occhi a mandorla sono pochi. Anzi, per dirla tutta, quando entriamo siamo noi gli stranieri. Corridoi liberi, pochissimi clienti e sorpresa nelle sorprese, cassa libera. Tastiamo con mano che, nonostante l'apparente tranquillità, nonostante le rassicurazioni sanitarie, nonostante l'invito a non lasciarsi assalire dal panico, nella città che ci ospita in tanti vivono con il fiato sospeso.

Siamo convinti che la psicosi generata da un fenomeno infettivo considerato dai virologi molto simile all'influenza sia inutile nonché dannosa. Però, non vi nascondo, abbiamo cullato per giorni il pensiero del ritorno nella terra natìa, nella Calabria “dalle sacre sponde”. Del resto, non siamo ancora in quarantena forzata. Nel frattempo qui a casa continueremo a controllarci la temperature corporea e guardarci con sospetto al minimo starnuto dell'altro. Proprio perché non temiamo l'avanzata del Coronavirus andrò a caccia di mascherine monouso. A costo di percorrere in lungo e in largo l'intera Padania.

 

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Giusy D'Angelo

Giornalista
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