«Mai vista tanta sofferenza»: il racconto del sindaco-medico calabrese in trincea al Nord

VIDEO | È tornato a casa dopo 21 giorni in trincea nell'ospedale covid di Mirandola, in Emilia Romagna. Michelangelo Ciurleo, cardiologo in pensione, racconta a LaC Tv la sua esperienza da volontario in questa battaglia contro un nemico invisibile: «Leggevo negli occhi dei degenti la paura di morire»

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di Rossella  Galati
25 aprile 2020
15:09

Ha visto la paura di morire negli occhi dei suoi pazienti. È  Michelangelo Ciurleo, sindaco di Botricello, nel catanzarese, e cardiologo in pensione. Lo scorso mese di marzo ha deciso di non voltarsi dall’altra parte ma di  rispondere al bando della Protezione Civile e di indossare nuovamente il camice per aiutare i suoi colleghi del nord Italia nella difficile battaglia contro il coronavirus.

La scelta di partire

«Ho scelto di rispondere a quel bando quando ho visto delle scene in televisione di medici e infermieri stremati, quando hi visto le bare che venivano trasportate nei cimiteri dai camion dell’Esercito. Quelle immagini mi hanno fatto riflettere su quella che è la nostra missione, il nostro compito. E non me la sono sentita di mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi. Così ho risposto al bando e una volta chiamato ho detto “presente” e sono partito».

Il dolore dei pazienti affetti da Covid

Dopo 21 giorni in trincea all’ospedale covid di Mirandola, in provincia di Modena, in Emilia Romagna, il sindaco-medico è tornato a casa. Lo abbiamo incontrato nella sua azienda agrituristica dove sta trascorrendo un periodo di isolamento volontario prima di tornare ad occuparsi della sua gente, del suo comune, prima di tornare alla vita di sempre ma con uno spirito nuovo. «Questa esperienza mi ha cambiato, anche nel modo di essere e di pensare. Io ho fatto per 35 anni il medico in ospedale ma non avevo mai toccato tale sofferenza e visto persone deboli in un letto di ospedale con l’unico conforto dei medici e degli infermieri, senza un abbraccio o una carezza dei propri cari. E questa è una cosa bruttissima che non auguro a nessuno. Le sensazioni che leggevo negli occhi dei pazienti erano aiuto e paura: con il loro sguardo chiedevano aiuto perchè avevano paura di morire».

I medici eroi

In una situazione drammatica, erano i medici ogni mattina, con grande senso del dovere, a telefonare a tutti i parenti per dare loro le notizie sui loro cari ricoverati, racconta Ciurleo: «Questa esperienza mi ha fatto toccare con mano la grande professionalità che c’è in questo ospedale sia da parte dei medici che degli infermieri, questi ultimi sempre pronti a dare un conforto agli ammalati». Un generoso servizio quello del cardiologo calabrese tanto apprezzato dai vertici sanitari da ricevere anche la proposta di rimanere a lavorare in Emilia Romagna: «Questo mi ha fatto sentire molto gratificato perché ho capito che hanno apprezzato il lavoro e l’opera che ho fatto in questi 21 giorni. Forse se avessi avuto 10 anni in meno ci sarei rimasto ma all’età che ho, 63 anni, con la famiglia e gli impegni da amministratore che ho, non potevo restare».

Quale futuro?

Ma cosa vede nel futuro il cardiologo calabrese? «In base all’esperienza che ho vissuto, credo che con questo virus bisognerà convivere finchè non si troverà un vaccino o dei farmaci adeguati. Siamo usciti da tante situazioni e usciremo anche da questa. Alcune indicazioni: non abbassare la guardia, realizzare dei reparti dedicati a Covid-19 sul territorio e stare molto attenti, soprattutto nell’autunno che verrà quando si ripresenteranno i sintomi tipici di questa malattia e quindi sarà necessario isolare i pazienti per evitare che si possa ripetere quello che stiamo vivendo in questi mesi».

Scene scolpite sul cuore

E tra le scene di dolore e sofferenza di questi 21 giorni ce n’è una che difficilmente il sindaco-medico dimenticherà: «Il figlio di un paziente che stava morendo mi ha telefonato per chiedermi come stava il papà. Io ho riposto che le cose non andavano bene. Allora lui piangendo mi ha detto: “dottore dia una carezza a mio padre da parte mia”. E io sono andato ad accarezzare quel paziente a nome del figlio».

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