Confidenze, regalie e relazioni ambigue: così la cosca Lo Giudice puntava all'immunità

Nelle motivazioni del processo Do ut des la Cassazione traccia il profilo di Luciano Lo Giudice, volto imprenditoriale del clan, ricordando i suoi contatti istituzionali. L'ex ufficiale della Dia, Spadaro Tracuzzi, definito come «stabilmente asservito alla cosca». Le dichiarazioni del 'nano' e la stagione dei veleni

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di Consolato Minniti
14 febbraio 2019
04:20

Il fatto che Luciano Lo Giudice fosse anche un confidente delle forze dell’ordine non rappresenta una logica smentita alla sua appartenenza alla cosca. Anzi, «proprio tale ruolo era funzionale alla sopravvivenza del clan, avendo consentito al medesimo (…) di eludere alcune delle indagini svolte a carico dei suoi componenti. Le notizie riservate così acquisite potevano poi essere utilizzata anche per favorire clan alleati». Si esprime così la Corte di Cassazione nelle motivazioni del processo “Do ut des” che ha visto confermata la sentenza di secondo grado per tutti gli imputati accusati di far parte della cosca Lo Giudice. Fra loro, proprio Luciano, fratello del pentito Nino Lo Giudice, ex capo dell’omonima consorteria mafiosa operante a Reggio Calabria.

 

L’imprenditore vicino alle istituzioni

 

Una figura da sempre controversa quella di Luciano Lo Giudice. Imprenditore operante in svariati settori dell’economia, doveva rimanere il volto pulito della cosca, quello in grado di interfacciarsi all’esterno senza destare troppi sospetti. E per fare ciò Lo Giudice non aveva esitato a stringere rapporti di amicizia con appartenenti alle forze di polizia, come Saverio Spadaro Tracuzzi, capitano dei carabinieri ed ex appartenente alla Dia, anch’egli imputato e condannato nel procedimento. Lo Giudice, infatti, otteneva da lui informazioni riservatissime che poi utilizzava a sua volta. Mentre, nel contempo, svolgeva il ruolo di informatore.

 

I rapporti con i magistrati

Ma la sua figura è risaltata anche per i rapporti emersi con alcuni magistrati operanti, in tempi diversi, nel distretto di Reggio Calabria. Si tratta di Alberto Cisterna e Francesco Mollace, due togati che furono indicati da Nino Lo Giudice come coloro dai quali ci si sarebbe atteso un intervento allorquando iniziarono i problemi giudiziari per Luciano Lo Giudice. Cosa che invece non avvenne e che, a detta dello stesso “nano”, determinò l’idea di piazzare una bomba in procura generale il 3 gennaio 2010. Sia Cisterna che Mollace finirono, in tempi diversi, sotto inchiesta. Il primo dalla Dda di Reggio Calabria all’epoca guidata da Giuseppe Pignatone, con l’accusa di corruzione in atti giudiziari. Secondo la tesi della Procura, infatti, Cisterna, in quel frangente procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia, avrebbe ottenuto dei soldi in cambio dell’interessamento per la scarcerazione di Maurizio Lo Giudice, fratello di Luciano. Un’accusa nata da dichiarazioni piuttosto vaghe di Nino Lo Giudice, che non riuscì mai a provare tali assunti, tanto che la stessa Procura, dopo accuratissime indagini, chiese ed ottenne l’archiviazione del procedimento. Nel provvedimento, però, come rimarcato dalla stessa Corte di Cassazione, «si giungeva a rilevare “più che un sospetto sul tenore e sulla tipologia dell’interessamento svolto dall’indagato in merito alla vicenda in esame”». Ed effettivamente all’epoca anche lo stesso Alberto Cisterna criticò duramente quel provvedimento di archiviazione, ritenendolo con corrispondente alla verità e chiese addirittura di essere processato, ma senza particolare successo. Cisterna, fra l’altro, dichiarò di aver avuto dei rapporti con Luciano Lo Giudice finalizzati esclusivamente all’ottenimento di informazioni utili per la cattura di Pasquale Condello “Il supremo”, nonché di essersi interessato per le condizioni di salute del figlio di Luciano.

 

Per quanto concerne, invece, Francesco Mollace, lo stesso fu indagato e processato con rito abbreviato davanti al gup di Catanzaro (competente per i reati contestati a magistrati in forza al distretto reggino) con l’accusa di corruzione in atti giudiziari perché, secondo l’accusa, avrebbe favorito gli affiliati al clan Lo Giudice, omettendo di svolgere attività investigativa per verificare le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia riguardanti proprio la consorteria mafiosa operante a Santa Caterina. In cambio, il magistrato avrebbe ottenuto la dazione gratuita dei servizi di manutenzione e rimessaggio di una barca ormeggiata in un cantiere nautico che, a giudizio della Dda di Reggio Calabria, sarebbe stata di un prestanome del clan Lo Giudice. Si tratta di Antonino Spanò, il quale però fu assolto dalla Corte d’Appello reggina dal reato contestato. Le accuse, dunque, si sgonfiarono anche per Mollace, nel frattempo divenuto sostituto procuratore generale a Roma, che fu prosciolto dal gup in sede di giudizio abbreviato. Anche in questo caso, la Cassazione, richiamando il provvedimento assolutorio del gup di Catanzaro, fa riferimento a «scelte investigative (di Mollace, ndr) opinabili, di legittimi sospetti» e di una decisione liberatoria adottata «solo in considerazione della contraddittorietà e insufficienza del quadro probatorio».

 

Lo scontro fra toghe

Al di là dell’esito delle vicende penali, però, c’è da ricordare come lo tsunami scatenato dalle dichiarazioni di Nino Lo Giudice, sebbene talvolta connotate da un bassissimo livello di credibilità, furono però sufficienti a scatenare una guerra fra toghe senza precedenti, terminata solo diversi anni dopo. Lo Giudice, fra l’altro, in un momento successivo, ritrattò tutte le accuse attraverso due distinti memoriali e dei video nei quali sconfessava quanto affermato in precedenza, accusando addirittura gli stessi magistrati che lo avevano ascoltato di aver indicato cosa dire. Una ritrattazione tutt’altro che convincente per modalità e contenuti, condita da una scomparsa che destò non poche perplessità e che i giudici della Cassazione valutano, complessivamente, come dettata dal terrore non certo verso le forze dell’ordine, ma verso coloro che egli aveva accusato. Una ritrattazione, dunque, non attendibile, anche alla luce delle dichiarazioni di altri pentiti come Consolato Villani e Roberto Moio.

 

Il ruolo di Spadaro Tracuzzi

Se nessuna conseguenza penale hanno avuto i rapporti con i magistrati, lo stesso non si può dire per le forze di polizia. Il caso più eclatante è quello che riguarda uno degli imputati del processo, Saverio Spadaro Tracuzzi, il cui nome ricorre anche per altre vicende assai delicate. Il capitano dei carabinieri era stato visto «decine e decine di volte» da Consolato Villani, ex appartenente alla cosca Lo Giudice poi divenuto pentito (nonché autore degli attacchi ai carabinieri), all’interno del bar “Peccati di gola”, gestito da Luciano Lo Giudice. Spadaro Tracuzzi era stato visto tanto con Luciano quanto con Nino. E la presenza del capitano non poteva di certo passare inosservata. «Tali incontri – scrivono i giudici della Cassazione – non avevano affatto lo scopo di consentire ai Lo Giudice di fornire notizie confidenziali al capitano, ma avevano invece lo scopo inverso, posto che era l’imputato a fornire ai Lo Giudice tutte quelle notizie che, apprese nel compimento della sua attività d’ufficio, potessero tornare utili al clan. Tanto che lo stesso Villani – prosegue il collegio della Cassazione – preoccupato per aver ricevuto un invito a comparire, tramite Antonino Lo Giudice, aveva ricevuto dallo Spadaro, che si era nel frattempo interessato alla sua posizione, la rassicurazione che non avrebbe avuto nulla da temere». I giudici ricordano ancora come Villani abbia narrato che i fratelli Lo Giudice «fossero costantemente informati dal capitano sulle strategie investigative delle forze dell’ordine e sulle operazioni di polizia in preparazione, che riguardassero il loro clan, ma che fossero rivolte anche contro gli altri sodalizi. Tanto da far affermare a Villani: “Ci salvaguardava dallo Stato, era il colmo!”». Secondo la difesa di Spadaro Tracuzzi, le dichiarazioni di Villani sarebbero contraddittorie. Ma i giudici obiettano che tale contraddittorietà non è stata documentata. Così come non lo è stata (in forma integrale) quella di Nino Lo Giudice, considerato che egli non ha parlato immediatamente di Spadaro Tracuzzi. «Per Antonino Lo Giudice – osserva la Cassazione – una volta operata la scelta di collaborare, se era inevitabile riferire circa la struttura e le azioni del clan malavitoso e dei componenti del medesimo, da lui stesso capeggiato, non lo era altrettanto denunciare all’autorità le complicità esterne, tanto più coinvolgenti rappresentanti delle forze dell’ordine, per il maggior rischio che tali accuse non trovassero adeguati riscontri, con le conseguenti ricadute sulla sua complessiva attendibilità». I giudici sono trancianti anche per quanto concerne il reato di corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, il quale si configura quando si verifica «lo stabile asservimento del pubblico ufficiale ad interessi personali di terzi, anche se si traduce in atti che, pur formalmente legittimi, si conformano all’obiettivo di realizzare l’interesse del privato, e tanto più quando, come nel caso di specie, le condotte realizzate consistano in atti illeciti». Quale era la contropartita? La Cassazione lo ricorda: «Auto di lusso, regalie varie, pagamenti di numerosi viaggi per sé e per i suoi familiari. Ritorni economici, di non modico valore, che, a loro volta, dimostravano la rilevanza dell’attività informativa svolta dallo Spadaro» a vantaggio della cosca.

 

Si conclude così una vicenda processuale particolarmente complessa che ha catalizzato l’attenzione mediatica in riva allo Stretto per diversi anni, con ripercussioni che si sono spinte ben oltre i normali sentieri della giustizia per approdare ad una lotta intestina sopita solo a distanza di tempo, ma i cui strascichi sono ancora oggi ben visibili.

Giornalista
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