Covid Corigliano-Rossano, 78enne muore nella casa protetta San Pio: la famiglia denuncia

VIDEO | La figlia dell’anziana deceduta il 2 febbraio vuole vederci chiaro. Sul caso indaga la Procura

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di Matteo Lauria
6 febbraio 2021
15:04

Finisce in Procura il caso di un’anziana deceduta nelle ultime ore a Corigliano-Rossano, ospite nella Casa Protetta San Pio e Madonna dell’Immacolata che, nella fase 2, a differenza della fase 1, ha fatto registrare numerosi pazienti positivi al coronavirus tra ospiti e personale operante nella struttura.

Fari accesi sulla morte di una 78enne entrata nella struttura il 9 ottobre 2020 dopo aver subito un intervento ambulatoriale di cataratta unitamente a una lieve insufficienza renale. La figlia della vittima vuol vederci chiaro e chiede giustizia: si rivolge all’autorità giudiziaria affinché venga sequestrata la cartella clinica per verificare se siano state eseguite alla 78enne tutte le cure necessarie e messe in campo le adeguate misure anti-Covid.


Chiede di poter parlare con la mamma, ma le viene negato 

Tante le zone grigie: in alcuni tratti della denuncia si lamenta che la figlia non si sarebbe potuta recare in struttura per far visita alla sua povera mamma se non in rare occasioni e, ovviamente, a debita distanza. Ma la cosa peggiore è che le sarebbe stata negata la possibilità di parlare, in più circostanze, al telefono con lei. Esasperata, la figlia arriva a minacciare di denunciare per sequestro di persona i vertici della casa protetta. Solo allora riesce a parlare con la mamma, la quale le comunica di avere avuto nel mese di dicembre un po’ di febbre: nessuno del personale l’aveva informata. Allora la figlia chiede informazioni al personale sanitario per delucidazioni circa lo stato di salute e solo dopo reiterate sollecitazioni arriva una risposta generica: una leggera febbricola e nient’altro.

Con una email, la figlia della vittima si rivolge ai vertici della struttura chiedendo, alla luce dello stato influenzale, di procedere alla esecuzione di un tampone molecolare e a tutte le precauzioni previste per i casi del genere. Nella risposta si precisa che il titolare della salute di ciascun ospite è il medico curante e che la presenza del sanitario che controlla gli ospiti è una concessione del proprietario. Inoltre si sottolinea come nella casa protetta fino a quella data non vi fossero casi positivi.

Quando la vittima contrae il virus e la figlia lo scopre 

Il 21 di gennaio la donna scopre, autonomamente, tramite la centrale operativa di Cosenza, che la mamma ha contratto il virus, lo attesta un tampone processato il 15 gennaio. E quando chiede ai responsabili della casa protetta notizie circa l’esito del tampone, le viene risposto che ancora il risultato non è pervenuto.

«A questo punto», riferisce la denunciante, «chiesi il trasferimento di mia madre in una struttura ospedaliera. Di tutta risposta mi venne detto che non c’era alcun bisogno, poiché era asintomatica, e che l’avrebbero curata loro tranquillamente. L’unico suo sintomo era l’inappetenza».

Si va avanti, l’ospite, da quel che riferisce il personale ai familiari, reagisce bene e lo stato di salute risponde. «Il 2 febbraio», racconta la figlia «chiamo mia madre, la sento un po’ abbattuta e mi riferisce di aver mangiato solo un po’ di riso. Sento la psicologa e mi dice che mia madre ha la febbre a 38.4, mentre il giorno prima non aveva nulla. Alle 19.30 la risento e avverto nella voce una sensazione di debolezza ma cerco di darle sostegno dicendole che presto sarebbe tornata a casa. Una conversazione che è durata 4 minuti e 30 secondi. Alle 22.35 ricevo la telefonata dall’infermiera che mi dice: “Purtroppo, signora, le dobbiamo comunicare che non c’è stato nulla da fare: sua mamma non ce l’ha fatta!”. Ancora non mi spiego» conclude la figlia, «cosa sia accaduto dalle 19.30 alle 22.35!». La donna pare sia stata nuovamente ascoltata dai carabinieri su richiesta della procura del tribunale di Castrovillari.

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