La Suprema Corte accoglie il ricorso dei legali di Giuseppe Calabrò, condannato all’ergastolo per il caso della 18enne rapita e uccisa nel 1975, e rinvia al Tribunale di Milano. Per i giudici nella carriera criminale del 76enne «non emergono condotte di associazione mafiosa»
Tutti gli articoli di Cronaca
PHOTO
La Cassazione annulla l’ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere per Giuseppe Calabrò, detto «'u Dutturicchiu», 76 anni, condannato all’ergastolo dalla Corte d’Assise di Como per il sequestro e l’omicidio di Cristina Mazzotti, la studentessa di 18 anni rapita nel 1975. La Suprema Corte ha accolto il ricorso presentato dai suoi legali e rinviato la questione al Tribunale di Milano, chiamato ora a riesaminare i presupposti della misura. La notizia è stata riportata dal Corriere della Sera.
La decisione riguarda la detenzione cautelare e non annulla la condanna pronunciata a Como. Al centro del ricorso c’erano soprattutto il pericolo di fuga e quello di recidiva, contestati dalla difesa anche alla luce dell’età dell’imputato. Per i giudici di legittimità, una misura così incisiva nei confronti di un uomo di 76 anni deve poggiare su elementi concreti che dimostrino l’attualità dei rischi indicati.
Il ricorso accolto: da rivalutare il rischio di fuga
Dopo la sentenza del 4 febbraio scorso, con cui la Corte d’Assise di Como ha condannato Calabrò all’ergastolo per il caso Mazzotti, era stata disposta la custodia in carcere sulla base del pericolo di fuga. I difensori avevano chiesto la revoca della misura, contestando la sussistenza delle esigenze cautelari. Il Tribunale del Riesame di Milano aveva respinto il ricorso, ma la Cassazione ha ora annullato quel provvedimento, disponendo una nuova valutazione.
Nella motivazione, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, la Suprema Corte richiama anche la distanza temporale dai fatti contestati e l’età di Calabrò. I giudici evidenziano che l’ultima condanna dell’uomo risale al 2008, mentre quella relativa al caso Mazzotti riguarda un delitto commesso oltre mezzo secolo fa. Circostanze che, nel valutare la necessità della custodia cautelare, impongono di verificare in modo puntuale la concretezza e l’attualità dei pericoli ipotizzati.
Il biglietto aereo per la Calabria e la posizione della difesa
Durante il processo celebrato a Como, Calabrò aveva partecipato alle udienze e aveva sempre sostenuto la propria innocenza rispetto al sequestro e all’omicidio della giovane. Tra gli elementi valutati nel procedimento cautelare figurava anche il ritrovamento di un biglietto aereo per la Calabria. L’uomo aveva negato che quel viaggio fosse legato a un progetto di fuga da Milano.
La presenza del biglietto era stata richiamata nel quadro degli elementi relativi al rischio di allontanamento, ma la valutazione delle esigenze cautelari dovrà ora essere nuovamente affrontata dal Tribunale di Milano alla luce delle indicazioni della Cassazione.
La definizione di «invisibile della 'ndrangheta»
Nel provvedimento che aveva disposto il carcere, il giudice per le indagini preliminari di Milano, Giulia Marozzi, aveva descritto Calabrò come «un invisibile della 'ndrangheta». Nell’ordinanza veniva sottolineato il contrasto tra un’apparenza tranquilla e quello che il giudice riteneva essere un elevato profilo criminale. Il provvedimento lo indicava inoltre come un affiliato collocato in una posizione apicale e sovraordinata rispetto ad altri soggetti.
La ricostruzione della Corte d’Assise di Como, come riportato nell’articolo del Corriere della Sera, attribuisce a Calabrò un ruolo di vertice e quello di referente dell’articolazione territoriale della 'ndrangheta in Lombardia. La Cassazione, invece, richiama il fatto che nella sua carriera criminale «non emergono condotte di associazione mafiosa»: un passaggio che si inserisce nella valutazione degli elementi disponibili ai fini cautelari.
Il caso Cristina Mazzotti e la misura cautelare
Cristina Mazzotti fu sequestrata nel 1975 quando aveva 18 anni. Il suo rapimento e la sua morte sono al centro del procedimento che ha portato alla condanna all’ergastolo di Calabrò pronunciata dalla Corte d’Assise di Como. La decisione della Cassazione sulla custodia cautelare apre ora una nuova fase limitatamente alla valutazione delle ragioni che giustificano il carcere prima che la posizione giudiziaria sia definitivamente definita.
Il rinvio al Tribunale di Milano non equivale, dunque, a un’assoluzione né cancella la condanna emessa a Como. Spetterà ai giudici milanesi rivalutare le esigenze cautelari e stabilire, sulla base di elementi concreti, se sussistano ancora i presupposti per la detenzione in carcere di Giuseppe Calabrò.

