Crotone, l’appello di un 18enne a Mattarella: «Perché devo partire per curarmi?»

Il giovane chiede aiuto al presidente della Repubblica perché «fra commissioni ecomafie e mancate bonifiche, qui, si muore», ma non è disposto ad andare via: «Questa terra sbagliata è la mia casa»

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di Redazione
3 maggio 2021
23:00
Immagine di repertorio, foto da pixabay
Immagine di repertorio, foto da pixabay

Cristian Casella ha 18 anni, vive a Crotone, una città che ama, ma che ai suoi abitanti non offre grandi opportunità. Eppure, nonostante sia una terra avvelenata, difficile, povera, lui è qui che vuole continuare a crescere. Nei giorni scorsi, ha scritto una lunga lettera al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, – resa pubblica sui social - chiedendo maggiore attenzione per questa parte d’Italia, troppo spesso dimenticata, e ferita dall’emigrazione sanitaria, dall’inquinamento, dalla criminalità organizzata. Questo «ragazzo che crede nelle istituzioni» non vuole abbandonare Crotone, ma è consapevole che molto, qui, deve cambiare. Lui ci prova: fa parte del team degli Scaricati, un gruppo di studenti dell’Istituto Ciliberto di Crotone, impegnati nel programma educativo Asoc (At the School of OpenCohesion) che promuove la cittadinanza attiva e il monitoraggio civico del territorio tra i giovani.

«Una città abusata dalle multinazionali»

«Abito una realtà difficile – scrive Cristian nella lettera - nella quale, sin da piccolo, ti inculcano che, affinché tu possa avere un futuro e quindi studiare, lavorare, curarti, vivere, sia necessario emigrare o, comunque, lottare anche per rivendicare quei diritti e quelle libertà di cui dovrebbe godere ogni cittadino. Almeno questo recita la nostra Costituzione. Vivo a Crotone, una città abusata dalle multinazionali e vessata da politici che, negli anni, sotto tonnellate di veleni hanno sepolto anche le loro coscienze. E con queste le nostre vite».


«Il futuro è un tempo inesistente»

«Crotone – commenta con amarezza - è il simbolo di un processo di industrializzazione fallito. Di un progresso falso e stentoreo coniugato, solo, all’insegna dell’ingiustizia sociale. Le fabbriche l’avevano resa una città ricca, il lavoro era fonte, in apparenza, di benessere e di opportunità. Ma qui il futuro è un tempo inesistente. La progettazione non esiste e si vive immersi in un eterno presente che, alla fine, ha condannato tutti. Anche la mia generazione. E non c’è nulla nella vita di peggiore del sentirsi sconfitti in partenza. Perché la sconfitta diventa parte di te, così cresci e vieni educato ad una sopravvivenza che impone il capo chino e una accettazione passiva della realtà che ti circonda».

La città e i veleni: «Qui si muore»

«A distanza di venti anni, a questa città – continua Cristian - non rimangono altro che tonnellate di veleni industriali non smaltiti e malattie. L’articolo 32 della Costituzione recita che la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività. Ma per noi questo è un diritto negato. Perché fra commissioni ecomafie e mancate bonifiche, qui, si muore. E la morte ha un odore che ti porti addosso per tutta la vita. Perché in un territorio che privilegia, da anni, la sanità privata rispetto a quella pubblica, in una città in cui il diritto al lavoro non viene garantito, non tutti i cittadini hanno la possibilità economica di partire per curarsi. E che tutto questo avvenga nell’indifferenza generale, mi permetta di dirlo, è indegno».

I viaggi della speranza

Cristian sa cosa vuol dire partire per curarsi: «Nel gennaio 2021, purtroppo, ho avuto problemi di salute. Inizia così la mia odissea fra visite a pagamento e problemi non risolti. È quello allora il momento in cui capisci, anche se hai 18 anni, che essere calabrese non significa, necessariamente, essere italiano. Perché diritti non ne hai. Perché se vivi in una regione come la Calabria o paghi oppure le liste d’attesa, per una qualsiasi visita, sono interminabili, eterne! E il tuo turno potrebbe arrivare quando, ormai, è troppo tardi. Come tanti, allora, sono stato costretto a partire. Li chiamano viaggi della speranza. La speranza che ti curino, la speranza di poter partire, la speranza di potertelo permettere economicamente».

«Perché devo partire per curarmi?»

Il giovane crotonese, così, ha dovuto raggiungere Pavia, in auto, insieme a suo padre. Durante quel viaggio di 12 ore che sembrava interminabile, una serie di domande hanno affollato al sua testa: «Perché devo partire per curarmi? Perché non posso farlo a casa? Perché per chi vive più a Sud del Sud le regole del gioco non sono mai le stesse? Perché devo lottare per quei diritti che, secondo la Costituzione, dovrebbero essermi già garantiti? A queste domande, la risposta più semplice che danno gli adulti è: abbandona questa terra dannata, emigra, stabilisciti a centinaia di chilometri di distanza in luoghi in cui, incredibilmente, tutto “funziona”. Imperativi categorici che diventano simbolo di un’etica della rinuncia e dell’accettazione passiva della realtà. Che di fondo ci appartiene. E noi, educati alla convenienza, spesso andiamo via».

«Questa terra sbagliata è la mia casa»

Ma Cristian non vuole rassegnarsi, vuole restare: «Dopo oltre 28 giorni di ricovero, durante il viaggio di ritorno, mentre i paesaggi cambiavano davanti ai miei occhi, proprio mentre davanti a me si disvelava una terra bellissima e disgraziata (perché fra strade dissestate e infrastrutture inesistenti lo capisci subito dove sei) ho pensato che sia necessario rimanere. Occorre rimanere, istruirsi affinché un vero e radicale cambiamento possa avvenire».
«Così – scrive ancora il 18enne - sono tornato a casa, perché questa terra sbagliata è la mia casa, con ancora maggiore determinazione perché io, come diversi miei coetanei, crediamo in un futuro qui. In Calabria».

Una nuova resistenza

«Questa è una terra che ha fatto del voto di scambio un sistema. E questo sistema ha distrutto tutto. Alla mia generazione – si legge ancora nella missiva - non potranno più promettere niente, perché ci hanno portato via tutto. Sul fondo del vaso è rimasta solo la speranza che da una terra scaricata dalle istituzioni e dall’indifferenza della sua stessa gente possa partire una nuova resistenza fondata sull’etica della responsabilità. Idee e principi si pagano qui a caro prezzo ma sono la base di quel vivere civile che è stato costruito proprio dalla Resistenza partigiana. Forse saremo noi i nuovi protagonisti di una resistenza senza armi, fatta di piccoli gesti quotidiani. Forse solo chi si trova nella disperata lotta per la sopravvivenza può decidere di non essere più vittima. Di ribellarsi ad una cultura servile, di operare quello strappo definitivo e necessario con la società dei padri per rivendicare, per una volta, il diritto inalienabile alla vita. Forse. Non ho certezze».

Infine, l’appello a Mattarella: «Chiedo aiuto a Lei in qualità di rappresentate dello Stato e garante dell’ordine costituzionale, perché, senza la presenza dello Stato, nessun cambiamento sarà mai possibile».

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