Crotone, la memoria della tragica alluvione del '96 affiora dal fango di oggi

VIDEO REPORTAGE | Gli interventi previsti nel Piano Versace varato nel ’98 realizzati solo in parte. Tra eventi eccezionali, omissioni e scellerate scelte urbanistiche, la città si ritrova di nuovo in ginocchio

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di Pietro Comito
24 novembre 2020
16:30

La memoria corre presto al 14 ottobre 1996. Crotone: sei morti e danni per oltre 120 miliardi delle vecchie lire. Ventiquattro anni dopo la città torna ad affogare nell’acqua e nel fango. Niente lutti, stavolta, ma la paura e gli effetti devastanti della bomba d’acqua che sabato, con i suoi 280 millimetri di pioggia in poche, s’è scatenata sulla città di Pitagora sono analoghi a quelli di allora.

La diagnosi della calamità

«L’Esaro stavolta ha retto. Ed hanno retto anche i torrenti Ponticelli e Passovecchio», spiega il sindaco Vincenzo Voce. Prova a dare risposte ed a rassicurare i cittadini tra un vertice istituzionale e l’altro. Spiega che il Comune può disporre degli interventi di somma urgenza, laddove sono giustificati e necessari. «Voi li leggete i giornali? – replica alla delegazione di una delle comunità crotonesi più provate - Quanti sono i sindaci sotto processo per aver fatto ricorso alla somma urgenza quando invece non era necessario? Ecco, io faccio quello che la legge mi consente di fare e non posso intervenire al posto di altre amministrazioni».


Non se ne lava le mani, né le mette avanti. Vuol però affrontare la situazione con responsabilità: niente più inganni, ai Crotonesi. Non da parte del Comune, almeno. La diagnosi sulla calamità di sabato scorso, da parte del sindaco, è chiara: «Una parte degli interventi previsti dal Piano Versace sono stati fatti, un’altra no - annota - Questo ci ha consentito di mitigare gli effetti di quest’ultima bomba d’acqua, ma se fossero stati realizzati tutti, oggi comunque non saremmo in queste condizioni».

Indietro di 24 anni

E allora bisogna, di nuovo, tornare al ’96. Due anni dopo, l’accademico Pasquale Versace presentò, appunto, il suo piano: spiegava le criticità del territorio e spiegava ciò che andava fatto per evitare che quella tragedia si ripetesse. Interventi per 200 miliardi delle vecchie lire, solo in parte, circa la metà, realizzati. E quella metà, oggi, avrebbe pertanto contenuto la furia dell’Esaro in piena e quella delle due fiumare che, ventiquattro anni fa, seminarono terrore e morte.

«Il Piano Versace va completato», ammonisce il capo della Protezione civile nazionale Angelo Borrelli. Lui e i suoi ragazzi si occupano della gestione dell’emergenza e dei soccorsi alla popolazione, che hanno funzionato anche a Crotone, grazie allo splendido lavoro delle colonne partite da Campania, Puglia e Basilicata, oltre che di Calabria Verde, a supporto della Prociv calabrese. Le opere di mitigazione del rischio legato ai fiumi non appartengono alla sua sfera di competenza, ma a quella di altre istituzioni.

La responsabilità sui fiumi

Piano Versace o meno, se tutti i torrenti, soprattutto quelli minori, fossero sottoposti a costanti attività di pulizia e regimentazione del regolare deflusso delle acque, Crotone forse oggi non si ritroverebbe a fare i conti con i danni di una nuova alluvione. «Nel 2014 la riforma Delrio ha trasferito la competenza delle aste fluviali dalle Province alla Regione, a noi è rimasta la competenza sulla rete viaria che, nonostante qualche criticità, fortunatamente ha retto». Così Simone Saporito. È il presidente facente funzioni della Provincia di Crotone, il più giovane presidente d’Italia. Nel 1996 aveva soli tre anni: non possono certo essere imputati a lui opere ed omissioni del passato, ma egli può rappresentare uno sguardo al futuro, per tentare di avviare un’opera di risanamento che - si guardi il Piano Versace - è rimasta a metà.

E poi, Piano Versace o meno, sarebbe bastata forse un’ordinaria attività di pulizia dell’alveo dei torrenti per ridimensionare i danni dell’ultima ondata di maltempo a queste latitudini. Doveva farlo la Regione. Ma qui si ha memoria soltanto di qualche intervento. Qui, soprattutto a ridosso dell’area industriale. Sono le quattro del pomeriggio, i dipendenti di un megastore di macchine e prodotti per l’agricoltura, spalano acqua e fango, ininterrottamente, dalle sei del mattino. È presto per la conta dei danni, ingentissimi. E non sono solo loro in queste condizioni.

La città sommersa, oggi

Non ci sono solo i fiumi ed i torrenti. Il mix tra eccezionalità degli eventi e scelte urbanistiche scellerate fa il resto. L’Istituto professionale per l’Industria e l’Artigianato Barlacchi ha l’intero interrato allagato. Le pompe idrovore della Protezione civile campana dovranno lavorare per un giorno intero. Fa impressione guardare sedie, banchi e libri che galleggiano a pelo d’acqua, ad un metro dal suolo. Non c’entrano le fiumare esondate, qui. Questa è solo acqua piovana. Le immagini restituiscono, appunto, l’eccezionalità delle precipitazioni.

Altra zona: “Crotone 2”. C’è un drappello di tute gialle della Protezione civile lucana che dà man forte ai vigili del fuoco. C’è l’interrato di un intero complesso residenziale da liberare da un metro e mezzo circa d’acqua, limo e detriti. «È quarant’anni che viviamo così - spiega uno dei residenti – Ogni anno è la stessa storia. Ma questa volta è stata la peggiore. Mai una cosa del genere». Mai? Neppure del 1996? «È stata peggio del ’96». E una donna incalza: «Qui c’era un fiume e si è ripreso il suo corso…». L’uomo ci mostra un canale, con un incredibile restringimento, mentre da monte, in quella strettoia, vengono canalizzati ancora decine di metri cubi d’acqua. «L’acqua non riesce a defluire e quindi esce fuori e invade le nostre case. È da quarant’anni che è così…».

C’è da chiedersi come sia stato possibile edificare un complesso residenziale lì. O come sia stato possibile edificarlo senza che fossero realizzati quegli interventi di urbanizzazione necessari per garantire principalmente l’incolumità pubblica. Storia vecchia, che si lega indissolubilmente, alla recente. Storia di problemi atavici che lutti e calamità non hanno finora indotto la classe dirigente a porvi riparo.

Giornalista
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