Morire di carcere in Calabria, una mamma cerca risposte: «Cosa è successo a mio figlio?»

VIDEO | Da otto mesi Caterina Amaddeo aspetta di sapere le circostanze che hanno portato al decesso del figlio Antonino Saladino, 31enne reggino, avvenuto nella casa circondariale di Arghillà. Sulla vicenda è stata aperta un'inchiesta ed è intervenuto anche il garante dei detenuti che ha scritto al ministro affinché si faccia luce su quanto accaduto

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di Angela  Panzera
15 ottobre 2018
14:18

«Mi aspetto che mi diano un risultato e sapere come è morto mio figlio. Non ho avuto ancora nessuna risposta». C’è una madre a Reggio Calabria, Caterina Amaddeo, che da otto mesi aspetta di conoscere le circostanze che hanno portato al decesso del proprio figlio. Si tratta di Antonino Saladino, il 31enne, deceduto la sera del 18 marzo scorso al carcere reggino di “Arghillà”.

Sulla morte indaga la Procura dello Stretto e il pm Diego Capece Minutolo, titolare dell’indagine, ha disposto l’autopsia sul corpo ma, al momento, non sono state rese note le valutazioni del medico legale.
Arrestato per droga nell’operazione antimafia “Eracle”, condotta dai carabinieri nell’aprile dello scorso anno, Saladino era in custodia cautelare e attendeva il processo. Negli ultimi giorni aveva iniziato a stare male con febbre e vomito. La famiglia vuole risposte e pretende di sapere non solo perché il loro caro è morto ma, se eventualmente ci siano state delle inefficienze da parte della struttura penitenziaria.«Ultimamente accusava dei disturbi- ci dice la madre- ma non ha avuto nessun aiuto. Aveva dei dolori e nessuno gli ha dato la medicina adatta per potersi curare».


 

La vicenda di Antonio Saladino

Sono poche le informazioni pubbliche sul decesso del giovane 31enne. Da quanto è stato reso pubblico quella sera del 18 marzo scorso le sue condizioni si sono aggravate tanto da indurre il medico di guardia, all’interno del carcere,  a richiedere l’intervento di un’ambulanza. Quando i sanitari giungeranno all’interno dell’istituto penitenziario non potranno fare più nulla ma, solo constatarne il decesso. Ci sono tanti aspetti da chiarire quindi sulla vicenda. La signora Ammadeo confida nella giustizia e sia appella alle Istituzioni non solo per far luce sulla morte del figlio ma, anche affinché lo Stato si prenda cura dei tanti detenuti. «Mi auguro- ci dice- che in carcere i detenuti vengano trattati come persone normali e non abbandonati a se stessi quando stanno poco bene».

 

Le carenze nel carcere di Arghillà

La morte di Saladino è attenzionata dal garante comunale delle persone private della libertà personali, Agostino Siviglia, che già pochi giorni dopo la scomparsa del ragazzo aveva inviato una missiva al ministro della Giustizia, ai vertici dell’Amministrazione Penitenziaria, al commissario regionale alla sanità ed alla direzione generale dell’Asp di Reggio Calabria, per denunciare le carenze sanitarie in cui versano le carceri reggine, soprattutto quello di “Arghillà”. Un istituto in cui oltre al sovraffollamento dei detenuti e alla carenza di organico della polizia penitenziaria, manca una copertura infermieristica per tutto il giorno, un gabinetto radiologico e il personale medico-sanitario è insufficiente. «Le problematiche rimangono-dice Siviglia alla nostra testata- a seguito delle mie denunce però l’Asp è intervenuta per nominare un referente sanitario esclusivo per Arghillà ed è stato molto importante considerato che in precedenza il referente aveva in carico entrambi gli istituti penitenziari reggini con evidenti disfunzioni per l’enorme sovraccarico di lavoro».

 

Il garante: «Lo Stato deve dare risposte»

Anche il garante Siviglia si appella agli inquirenti per stabilire le precise cause della morte del detenuto. «Bisogna fare chiarezza- continua Siviglia- è un sacrosanto diritto per i suoi familiari, quantomeno, sapere di cosa è il morto il loro caro. Ed è un dovere per lo Stato fornire questa risposta. Si deve stabilire- ha aggiunto- se è morto per cause naturali o se invece un ricovero immediato al pronto soccorso avrebbe potuto stabilire l’insorgenza di una qualche patologia non diagnostica e quindi potesse essere salvato. C’è un’indagine in corso ed io non posso non avere fiducia nel lavoro che sta svolgendo la Procura. Attendiamo i risultati dell’autopsia per avere maggiore chiarezza». Al momento l’inchiesta è condotta contro ignoti. Le valutazioni del medico legale serviranno agli inquirenti per eventuali iscrizioni nel registro degli indagati oppure constatare che non ci siano state negligenze e sottovalutazioni. «Non mi sento in alcun modo- ha concluso il garante- di attribuire responsabilità particolari ma, se queste dovessero emergere è evidente che la magistratura dovrà intervenire».

 

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