Disabilità, un cosentino smonta stereotipi e pregiudizi: «Poverino a chi?»

VIDEO | «Basta commiserarci»: l'appello di un uomo di 62 anni che nonostante la paralisi parziale alle gambe si è costruito una vita all'altezza dei suoi sogni

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di Francesca  Lagatta
21 settembre 2020
20:44

Franco Chianello ha 62 anni, è sposato da 11, vive a Cosenza, lavora in call center, è fortemente impegnato nel sociale e la sua più grande passione è il teatro. La sua esistenza sarebbe quella di una persona qualunque, quindi, se non fosse per gli sguardi di pietà e compassione che ogni giorno si vede rivolgere quando cammina per strada. Franco ha difficoltà motorie a causa di una poliomielite contratta da bambino, che gli ha causato la paralisi parziale delle gambe e l'ha catapultato nel mondo della disabilità. Ma se i disabili ancora oggi sono considerate delle persone sfortunate, dice, con una vita vuota e noiosa, è solo colpa della società che ancora non accetta la diversità, forse perché insegue un effimero modello di perfezione, che nella realtà nemmeno esiste.

La battaglia di Franco

Entrato 40 anni fa nel mondo del lavoro grazie all'associazione Aias, Franco ha sempre combattuto per eliminare dal vocabolario comune «parolacce», così le chiama lui, come «poverino» o «menomato». «Perché continuano a darci dei "poverini" - ci chiede -? Noi siamo persone normali, con una vita normale - dice Franco -, e se non riusciamo a fare tutto quello che fanno gli altri è solo perché la società non è pronta alla nostra autonomia». E quando gli chiediamo se Cosenza sia una città vivibile, risponde: «Cosenza non è una città europea, né per i disabili né per gli altri. E' pieno di barriere architettoniche, non c'è un autobus che arrivi in orario e manca persino l'acqua da una certa ora in poi». Poi aggiunge: «Devo dire che ci sono un sacco di associazioni che si danno da fare, ma non possono fare tutto da sole. Ci sarebbe bisogno dell'aiuto delle istituzioni, ma Cosenza è una città culturalmente indifferente».

La dignità di un lavoro

La convinzione più comune, ci spiega ancora Franco, è che i disabili vadano a lavorare per passare il tempo o per non pensare al proprio handicap. «Non è così - chiosa - io vado a lavorare perché ho una dignità. Vado in ufficio, timbro, produco, stop, faccio quello che fanno gli altri. Poi però non posso nemmeno andare a ritirare personalmente il mio stipendio, perché alla banca non si può accedere con un'auto nelle vicinanze».

Diviso tra famiglia e passioni

Il suo più grande amore è Lita, sua moglie, che ha sposato nel 2009. Per molto tempo, dopo la cerimonia, amici e conoscenti le chiedevano se il suo fosse stato un atto di carità. «Purtroppo no - scherza Franco - che ci credano o no mi ha sposato per amore. E anche io l'ho fatto, la risposerei ancora». L'altra grande passione è il teatro, grazie al quale Franco porta in scena monologhi, che inducono a profonde riflessioni: «Forse non siamo più capaci di innamorarci, di volerci bene uno con l'altro». Da tempo però Franco non riesce più a salire su un palco: «Nessuno me ne dà la possibilità, mi piacerebbe tornarci».

L'autoironia

Franco non è solo un bravo marito e un gran lavoratore, è anche autore di un libro ed è dotato di un'autoironia fuori dal comune. «Meglio non prendersi troppo sul serio - assicura -. Ironizzare sulla disabilità è un modo per esorcizzarla». Lo fa anche sul posto di lavoro che condivide con cinque colleghi affetti da cecità. Ma poi gli chiediamo, in cosa consiste la disabilità? «Ognuno è fatto a modo suo - ci dice - ha delle proprie esigenze e la società dovrebbe essere a misura di ogni uomo. L'avete mai vista voi una persona uguale all'altra?».

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