«E se non vi curassimo più?». Dopo la bufera social risponde il medico: «Era una provocazione»

VIDEO | Il medico è stato protagonista di alcune spiacevoli vicende dopo un post pubblicato sul suo profilo facebook: «Sarebbe giusto capire che controllo c’è oggi su questi terroristi da tastiera. Da eroi siamo diventati delle vittime»

di Redazione
16 novembre 2020
15:53

«Era una provocazione! La manifestazione può essere legittima perché ci sono tante persone in sofferenza, per le quali noi stiamo lavorando giornalmente. Però quello che è accaduto subito dopo non è comprensibile». Così il primario di cardiologia dell’ospedale di Lamezia Terme Roberto Ceravolo ospite della puntata odierna della trasmissione Prima della notizia condotto da Pasquale Motta.

Il medico è stato protagonista, negli ultimi giorni, di alcune spiacevoli situazioni dopo post pubblicato sul suo profilo facebook. Ceravolo dopo le proteste in piazza degli scorsi giorni aveva scritto: «Sto pensando che sia giunto il momento che medici, infermieri, biologi, oss incrocino le braccia. SOLO NOI siamo in guerra!!! Gli altri mettono le mine. La rivendicazione è legittima, la forma è una pazzia. Numeri in triste aumento di operatori contagiati. E se noi non vi curassimo più?».


«Il post che ho fatto su facebook è stato ripreso da altre testate, facendo un articolo senza verificarne le fonti, quindi senza parlare direttamente con me. Il tutto è stato frainteso, ho ricevuto minacce di morte e vilipendi queste sono cose assolutamente inaccettabili».

«Ci dobbiamo porre il problema dell’informazione che – continua Ceravolo - non può dare in pasto all’opinione pubblica dei professionisti che ogni giorno lavorano per la salute delle persone. Per cui bisogna porsi alcune domande. Sarebbe giusto veicolare l’informazione e capire che controllo c’è oggi su questi terroristi da tastiera. Da eroi siamo diventati delle vittime. Chiunque oggi può permettersi di parlare di me anche senza conoscermi».

 

«Per quanto riguarda la mia provocazione non è che io non voglia curare, il fatto è che se si creano alcune condizioni è impossibile farlo – prosegue il primario -. Per esempio l’altra sera ho dovuto lottare per un’ambulanza, una signora di 49 anni con un infarto in corso aspettava da sette ore, la maggior parte dei mezzi erano impegnati e quelli liberi erano in attesa di essere sanificati. Non è che il Covid fa venire meno le altre patologie. Aveva ragione il marito di quella signora a pigliarsela con me perché non facevo in modo che la moglie si salvasse».

«Se non ci rendiamo conto che questi atteggiamenti come assembramenti, bar, ristoranti, gente che passeggia sui lungomari e tanto atro, ci espongono all’incremento della contagiosità del virus. Di certo manifestando per strada non miglioriamo per niente la situazione. Io devo espormi, con quella provocazione, affinché le persone comprendano che noi siamo in guerra. E questa guerra la stiamo combattendo noi medici».

 

In conclusione, sul vaccino, sostiene: «Penso che, invece di ragionare sul vaccino, noi dobbiamo ragionare sulle condizioni in cui arrivarci al vaccino. Pensare per step, è ovvio che la politica cerca di darci dei vantaggi e delle soluzioni, però è chiaro che noi dobbiamo stare molto attenti».

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